Innovazione e tecnologia, perché l’Italia delle eccellenze resta fanalino di coda

Giorgio Triani
31/12/2023

Non è più il tempo dei Galilei e dei Leonardo, dei geni solitari. Il futuro è fatto di filiere intelligenti, cluster, investimenti pubblico-privati coordinati. Ecco perché il nostro Paese e l'Europa, nonostante i successi ottenuti e il numero di brevetti, non riescono a competere con l'Asia e l'Estremo Oriente.

Innovazione e tecnologia, perché l’Italia delle eccellenze resta fanalino di coda

«Gli svizzeri, dopo aver inventato l’orologio a cucù, si sono presi tre secoli di riposo». La battuta del celebre scrittore di spy stories Gerard de Villiers fa sempre ridere. Alla generalizzata e stereotipa visione degli svizzeri vanno aggiunti il formaggio coi buchi, la cioccolata e il segreto bancario. Ma volendo essere seri la Svizzera è il Paese che noi siamo stati e vorremmo ancora essere, ma non siamo più. Ovvero un Paese di inventori, oltre che di poeti, santi e navigatori. La Svizzera infatti, nell’edizione 2023 del Global Innovation Index (GII) che stila la classifica delle economie più innovative del mondo, è al primo posto. Naturalmente tutti gli indici e le statistiche si prestano a obiezioni e distinguo. Tuttavia il GII, giunto alla 16esima edizione, è un survey che considera 132 economie sulla base di 80 indicatori. Insomma l’analisi raffinata e la quantità di informazioni offrono ai decisori un quadro d’insieme che non può essere ignorato. O liquidato con la superficialità che sovente caratterizza la nostra classe politica e di governo.

 

La maggior parte dei cluster scientifici e tecnologici si trova in Cina 

Detto che Svezia, Stati Uniti, Regno Unito e Singapore seguono nell’ordine la Svizzera, e che l’Italia è al 28esimo posto della classifica mondiale e al 17esimo in quella europea, vanno segnalati due aspetti cruciali. Il primo riguarda i grandi avanzamenti tecnologici, il cui impatto sociale però rimane basso. Anche a causa delle turbolenze globali causate da elevata inflazione, aumento dei tassi di interesse e conflitto geopolitico. Il secondo indica che i migliori cluster scientifici e tecnologici del mondo nel 2023 chiamati anche hub, dove si trova la più alta densità di inventori e autori scientifici, sono tutti fuori dall’Europa: i principali sono a Tokyo-Yokohama, poi a Shenzhen-Hong Kong-Guangzhou, Seul, Pechino e Shanghai-Suzhou. Oggi la Cina possiede il maggior numero di cluster al mondo, superando gli Stati Uniti. Ed è sempre in Estremo Oriente che si concentrano le maggiori industrie esportatrici di prodotti hi-tech.

Nonostante il numero di brevetti, in Italia e in Europa l’innovazione non fa massa critica

Ora concentrandoci sul nostro Paese, possiamo integrare il GII con il rapporto 2022 dell’Epo (European patent office), che è l’ufficio europeo che registra i brevetti e le invenzioni depositate da aziende e inventori privati. Secondo l’istituzione che ha sede a Monaco di Baviera aziende e singoli inventori privati italiani hanno depositato 4.864 domande. Collocandosi all’11esimo posto nella classifica dei primi 50 Paesi del mondo per numero di domande e al quinto posto tra i 27 Paesi europei. A prima vista i dati sembrano contraddittori, ma non lo sono. Il sistema brevettale europeo riguarda più i singoli, le realtà di piccole-medie dimensioni – le pmi –  che sfruttano i diritti di proprietà intellettuale come marchi, brevetti, disegni industriali. Il GII fotografa invece l’innovazione che fa sistema cioè i luoghi dove si concentrano investimenti e ricercatori. In altre parole e con qualche eccezione l’innovazione in Europa non fa massa critica e dimensioni di scala importanti a differenza di quanto sta avvenendo in Asia ed Estremo Oriente. In questo senso si comprende come non sia più il tempo di Leonardo, Galileo Galilei e di Alessandro Volta, cioè dell’inventore geniale, bensì della ricerca organizzata, delle filiere intelligenti, degli investimenti pubblico-privati coordinati. È del mese scorso il riconoscimento della rivista Time per l’invenzione, tra le migliori del 2023, della batteria ricaricabile e commestibile, utilizzabile per diagnosi mediche e tracciamento degli alimenti, creata da un gruppo di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (Iit). Tuttavia la parola creatività oggi evoca sentori di populismo digitale, da “creator” in formato TikTok, in perfetta consonanza con l’abuso lessicale che si fa da anni della parola innovazione.

 

 

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Per quanto riguarda le invenzioni e le innovazioni l’Italia è a macchia di leopardo

Sui temi dell’invenzione/innovazione si può osservare come l’Italia si confermi un luogo ove coesistono fenomeni estremi e diffusi a macchia di leopardo. Tre regioni (Lombardia, Emilia Romagna e Veneto) realizzano il 60 per cento dei brevetti registrati, ma pur all’interno dello storico gap Nord-Sud, si trovano zone caratterizzate da “forte innovazione” (ad esempio in Puglia il distretto dell’aerospazio, nel Lazio le bioscienze e in Sicilia l’Etna Valley). Tuttavia se si prende in esame il dato europeo (European innovation scoreboard) relativamente agli “innovatori forti” scopriamo che nel 2021 i “campioni” nazionali non giocavano in serie A: l’Emilia-Romagna prima in Italia era al 76esimo posto tra tutte le regioni europee; la Provincia autonoma di Trento (85esima); il Friuli-Venezia Giulia (all’89esimo); il Veneto (95esimo); la Lombardia (97esima); la Toscana (98esima); il Piemonte (115esimo). Come Sistema Paese lo scoreboard di quest’anno ci definisce “moderate innovator”. La nazione più innovativa è la Danimarca, seguita da Svezia, Finlandia, Olanda e Belgio. Certo ci sono settori e ambiti, anche d’impresa, che competono al massimo livello globale: l’HPC5, il super computer di Eni che per potenza di calcolo è il settimo al mondo; il Data Center del Tecnopolo di Bologna, al quale è affidato il supercalcolo del Centro meteorologico europeo; il numero di robot installati ( fabbrica 4.0) che ci vede al sesto posto nel mondo. Tuttavia è il contesto che mostra una marcata e diffusa tendenza a resistere al cambiamento. Si pensi ad esempio che a tutt’oggi, si tratti del sistema massmediale e soprattutto dei giornali o della Pubblica Amministrazione, ci si riferisce ancora alla necessità della transizione digitale. Ovvero si ripete quel che si dice da 20 anni. Intanto però la Pa si è trovata l’8 dicembre scorso a subire un attacco di ramsonware da primato e che ha confermato come la rete di cybersecurity italiana sia un colabrodo.

Nella scuola l’innovazione c’è ma non cambia a livello di sistema

Un discorso a parte e approfondito meriterebbe il mondo della scuola, che è il più esposto alle profonde trasformazioni tecnologiche che impattano sui modelli e programmi di insegnamento. Qui però mi limiterò a segnalare la sintesi/titolo giornalistico del rapporto Strade d’Innovazione. Percorrendo la trasformazione dell’educazione in Italia, curato da Ashoka Italia e presentato lo scorso 14 dicembre alla Camera dei Deputati. L’innovazione educativa c’è. Ma non cambia (ancora) il sistema. Naturalmente, per concludere, pensando anche all’attuale dibattito fra le forze politiche sul “rientro dei cervelli” e sulla next generation, ricorderemo che il principale partito di governo, Fratelli d’Italia, è lo stesso che qualche anno fa auspicava il referendum contro l’introduzione della fattura elettronica.