Barbara Ciolli

L'Eurovision 2019 in Israele è il festival dei conflitti

L’Eurovision 2019 in Israele è il festival dei conflitti

Ortodossi e ultraortodossi disertano la finale per lo shabbat. Le star pro e contro l'evento, organizzato nonostante l'apartheid. I filopalestinesi in protesta a Tel Aviv. Tutte le divisioni attorno alla kermesse. 

18 Maggio 2019 18.00

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L'Eurovision 2019 «sogno» di tanti giovani di Tel Aviv è il Festival europeo più caldo della storia. La campagna di boicottaggio non è servita a impedire che si tenesse in Israele, dove anche Mahmood tenterà di arrivare primo con Soldi. Ma certo le polemiche saranno, con la festa per il vincitore, il piatto forte della finale di sabato 18 maggio. Anche il giorno va specificato, perché le critiche all'evento mediatico toccano la grande questione della violazione dei diritti umani dei palestinesi in Israele e nelle altre terre occupate in Palestina, come anche i precetti della religione ebraica che il premier Benjamin Netanyahu fa trasgredire in via straordinaria – pur di avere in casa l'Eurovision. I ragazzi della West Bank, salvo eccezioni, non potranno mischiarsi tra le migliaia di spettatori del festival a Tel Aviv. Men che meno quelli di Gaza, e anche a Gerusalemme Est i palestinesi hanno limitazioni negli spostamenti. Ma se loro non potranno, gli ebrei ultraortodossi e gli ortodossi osservanti non vorranno assistere alla serata clou di sabato.

GLI EBREI OSSERVANTI LO DISERTANO PER LO SHABBAT

Per lo shabbat si riposa, tutto è fermo tranne che per l'Eurofestival. I bus navetta lasciati circolare il 18 maggio per le migliaia di turisti arrivati per l'evento sono un orrore per un buon terzo degli ebrei israeliani: non a caso il contest che nelle ambizioni originarie si sarebbe dovuto tenere a Gerusalemme è stato dirottato su Tel Aviv, dopo roventi polemiche. Le migliaia di ebrei osservanti – sempre di più in Israele per precise politiche demografiche degli ultimi governi di destra – si concentrano nella parte Ovest della città delle tre religioni monoteiste, oltre che negli insediamenti sparsi nel piccolo Stato e nelle colonie dei Territori occupati. Alla notizia dell'Eurovision, di sabato a Gerusalemme, questa parte di Israele è insorta. Si è provato a far spostare la finale all'European Broadcasting Union (Ebu) che lo organizza, ma al no tassativo si è trovato il compromesso su Tel Aviv. Nella città costiera della movida e dei gay pride, la maggioranza degli israeliani è laica e tollerante.

LA SINISTRA ISRAELIANA CON I PALESTINESI

Tel Aviv contesta Netanyahu e gli alleati di ultradestra. Ama presentarsi come una città pacifica che accoglie gente di ogni religione, sesso e colore, «unita nella musica e nel divertimento nonostante le guerre» in linea con gli intenti che, all'inizio degli Anni 50, diedero vita in Europa alla competizione canora transazionale. Davvero Tel Aviv in buona parte lo è, e chiede che la festa non venga rovinata. Ma non basta: diverse associazioni israeliane per i diritti umani si sono unite al movimento globale delle Ong palestinesi Boycott, Divestment, Sanctions (Bds) che ha organizzato la campagna contro Eurovision in Israele. Le attiviste dell'ong israeliana Coalition of Women for Peace «contro l'occupazione della Palestina e per una pace giusta» hanno denunciato l'ipocrisia del festival degli slogan contro le discriminazioni tranne evidentemente che «verso i palestinesi non ammessi»: con i supporter di Bds e con altre associazioni, per la finale daranno battaglia per le strade di Tel Aviv.

WATERS CONTRO MADONNA E IL SUO CACHET DA UN MILIONE DI DOLLARI

La disputa sull'opportunità di tenere il festival in Israele ha smosso star internazionali, mostri sacri della musica contro altri mostri sacri. Roger Waters e Peter Gabriel contro Madonna, Brian Eno contro Marina Abramovic, cordate di artisti contro altre cordate di artisti. La voce dei Pink Floyd si fa da anni portavoce della causa palestinese e del Bds. Per Waters, infatti, il «governo israeliano usa il contest internazionale per ripulirsi la faccia dal brutale regime dell'apartheid». Miss Ciccone è stata pregata a lungo a non prestarsi al gioco, ma ha invece scelto proprio la kermesse di Tel Aviv come una delle vetrine di punta per il lancio dell’ultimo disco Madame X in cambio di un cachet, è trapelato, da 1 milione di dollari: altro che causa palestinese. Si vocifera anche di un incontro tra Madonna e il premier Netanyahu e la consorte Sarah, e intanto dopo un lungo no comment la popstar ha chiosato di «non smettere di cantare per l'agenda politica», a parole «con il cuore spezzato per le vite spezzate in questa regione».

Madonna non ha ceduto di fronte all'appello di alcune associazioni israeliane della comunità Lgbtq alla quale è molto legata

ABRAMOVIC E I 100 ARTISTI CONTRARI AL BOICOTTAGGIO

Madonna non ha ceduto di fronte all'appello di alcune associazioni israeliane della comunità Lgbtq alla quale è molto legata, che sposa in parte il boicottaggio lanciato da Waters, Gabriel, Brian Eno, il regista Ken Loach con una cinquantina di personalità britanniche contro la «strumentalizzazione dell'Eurovision». A gennaio il gruppo aveva (invano) mandato una lettera alla Bbc per chiedere di non trasmettere l’evento, denunciando il tentativo di Israele di «mostrare il volto più bello e distogliere l’attenzione dai crimini commessi». Ma anche per la tivù pubblica britannica il Festival non c’entra nulla con la politica e la scelta della location va semmai contestata agli organizzatori dell'Ebu. Che stanno dalla parte di Israele, assieme agli oltre 100 artisti firmatari con Abramovic e con altre Ong di un manifesto contro il boicottaggio: un «affronto sia ai palestinesi sia agli israeliani che», sostengono ecumenicamente, «lavorano per far avanzare la pace attraverso il compromesso».

RAZZI DA GAZA CONTRO IL FESTIVAL E L'ANNIVERSARIO DELLA NAKBA

A detta dei big pro establishment, la vera strumentalizzazione è quella degli oppositori: «Si sovverte lo spirito di competizione trasformandolo in un’arma di divisione». Certo la data non cade nel periodo migliore: Israele ha appena finito di celebrare l’anniversario della fondazione dello Stato non riconosciuto dagli palestinesi; mentre il 15 maggio, proprio nel mezzo dell'Eurovision, per loro è caduto l’anniversario della Nakba, in arabo la «catastrofe» dell’invasione israeliana del 1948 che avrebbe provocato almeno 700 mila sfollati – tanti proprio da Tel Aviv – e negli anni i milioni di apolidi della diaspora palestinese. Ma forse non c’è un momento giusto per un evento internazionale in Israele: altre kermesse sono state boicottate da star e influencer dell’opinione pubblica. All’inizio del mese, più di 600 razzi sono stati sparati da Gaza contro Israele che ha risposto bombardando 300 target nelle Striscia di Gaza. In parte, aveva avvertito il Jihad islamico palestinese, erano «diretti contro l’Eurovision di Tel Aviv da far saltare».

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