Tel Aviv, la città della dolce vita in un teatro di guerra

Redazione
15/08/2017

L’umidità implacabile di agosto trasforma il corpo in una spugna intrisa d’acqua. Nemmeno il mare offre conforto quando la sua...

Tel Aviv, la città della dolce vita in un teatro di guerra

L’umidità implacabile di agosto trasforma il corpo in una spugna intrisa d’acqua. Nemmeno il mare offre conforto quando la sua temperatura media oscilla tra i 27,7 e i 29,3 gradi centigradi. L’estate a Tel Aviv è terribilmente calda e umida. In una città dove i grattacieli ti spuntano sotto il naso da un giorno all’altro e il negozietto all’angolo passa dal vender fiori a cellulari o attrezzi per giocoleria in meno di sei mesi, questa, in fin dei conti, è una certezza.

HABIMA SQUARE PUNTO DI PARTENZA. Per riscoprire Tel Aviv – protezione solare, cappello in testa e bottiglia d’acqua in mano – non c’è migliore punto di partenza di Habima Square. Non tanto per gli edifici a vocazione culturale raccolti intorno alla piazza: il teatro nazionale Habima (“Il palco”), l’Auditorium Charles Bronfman (sede dell’Orchestra filarmonica d’Israele), il Padiglione d’arte contemporanea Helena Rubinstein (succursale del Tel Aviv Museum of Art, che ha il suo quartier generale non distante da lì). E nemmeno per la scultura Hitromemut (“elevazione”) di Menashe Kadishman, quei tre grandi cerchi in metallo arrugginito, connessi in diagonale a sfidare la forza di gravità, a cui ogni anno il Comune mette la maschera per Purim (il Carnevale ebraico che festeggia la salvezza del popolo dalle trame di Hamàn, consigliere del re persiano).

METAFORA DELLO SVILUPPO ISRAELIANO. I simboli della rinnovata Habima Square sono tre. Lo specchio d’acqua che riflette la facciata dell’auditorium e le luci del teatro. Il sicomoro solitario che fa ombra alla panchina che ne circonda il tronco, sulla cima di un cono di prato. L’aiuola interrata, proprio al centro della piazza, con le quattro vasche unite tra loro da passerelle di legno che contengono in sequenza: sabbia, cactus, un prato con alberi e fiori coloratissimi, metafora dello sviluppo di Israele.

Ricordo la prima volta che mi sedetti sulla gradinata di legno che circonda l’oasi e invito chiunque a fare questa esperienza. Mentre guardavo i bambini giocare nella sabbia, gattonare sul prato e rincorrersi tra i fiori mi sono accorta del sottofondo musicale. Tra le mie gambe – e lungo tutto il perimetro – casse audio diffondevano musica classica. Dopo lo stupore, l’emozione. Habima Square e la sua aiuola riescono a toccare corde profondissime.

DA APPREZZARE IN BICICLETTA O A PIEDI. Il modo migliore per visitare Tel Aviv è in sella alle bici verdi del bike sharing pubblico, servizio che migliora e si aggiorna di anno in anno. L’alternativa è percorrerla a piedi perché poche città sanno farsi apprezzare a passo d’uomo come Tel Aviv.

STABILIMENTI BALNEARI RIVOLUZIONATI. Il primo richiamo è quello del mare e della Tayelet (il lungomare), sette chilometri di spiaggia quasi ininterrotta, pista ciclabile, torrette dei bagnini e promenade. Negli ultimi tre anni, a iniziare dal lungomare Nord, ogni stabilimento balneare è stato demolito e ricostruito – mancano solo i quattro più a Sud – per dare alla Tayelet un aspetto omogeneo, aggiungere gradinate e arredi urbani dal design più contemporaneo, ricreare oasi con palme nelle spiagge libere e aggiungere palestre gratuite all’aperto.

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Ortodossi e Lgbt, gli strani vicini di spiaggia

Percorrere il lungomare di Tel Aviv è un’esperienza anche sociologica. La spiaggia più a Nord, Mezizim (“quelli che sbirciano”), raccolta in un’insenatura, è tra le preferite dalle famiglie. Subito dopo, tra due recinzioni di legno, c’è lo stabilimento balneare dei religiosi, dove uomini e donne, ebrei ortodossi, si alternano durante la settimana. Proprio accanto, per una sorta di vocazione ai contrasti tipica della società israeliana, c’è la spiaggia favorita dalla comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), facilmente identificabile grazie ai gazebo arcobaleno.

COSTA IDEALE PER KITE E WINDSURF. La costa è interrotta dal porticciolo turistico della Marina di Tel Aviv e riprende a Gordon, attrezzata con campi da beach volley e utilizzata per lezioni di sup, surf e windsurf. A seguire ci sono Frishman, la spiaggia preferita dagli italiani, e Bograshov, quella dei francesi, perché certe tradizioni non si scardinano. La lunga e ventosa Jerusalem Beach è ideale per il kitesurf. Gli stabilimenti Tzfon, Banana e Drum Beach (dove ogni venerdì, prima che entri Shabbat, una comunità di amanti delle percussioni si ritrova per suonare e ballare) devono ancora essere rinnovati.

MANTA RAY, ISTITUZIONE CULINARIA. La costa si interrompe di nuovo all’altezza del Dolphinarium, la discoteca fatta saltare in aria nel 2001 da un terrorista di Hamas. Ne resta in piedi l’impalcatura, in attesa che la città decida come intervenire su questa profonda cicatrice. L’Alma Beach è l’ultimo stabilimento prima degli scogli di Giaffa: sulla spiaggia si affaccia l’elegante Manta Ray, il ristorante che può vantare la miglior posizione sul mare e una delle poche istituzioni consolidate di Tel Aviv in ambito culinario.

Il dispotismo dei food market nei quartieri che si rinnovano

Ritrovare a distanza di anni lo stesso locale qui è cosa assai rara. Non dipende necessariamente dal successo del posto. Ad alti livelli può essere una strategia o un retaggio da start-up nation. Un esempio è il percorso dello chef Meir Adoni, imprenditore, volto televisivo, autore di libri, sviluppatore di app e docente di cucina. Catit, il suo primo ristorante, ha aperto nel 2002 diventando subito un punto di riferimento nel panorama locale. Nel 2011 ha inaugurato Mizlala, un bistrot moderno che ruotava intorno a un grande bar e a un’atmosfera scanzonata.

CHIUSURE NONOSTANTE I SUCCESSI. Nel 2013 Adoni ha puntato sulla cucina d’avanguardia ma kosher aprendo il ristorante “di latte” Blue Sky sul roof del Carlton Hotel. L’anno successivo, nello stesso hotel, ha aperto Lumina, un moderno bistrot “di carne”. Oggi, nonostante i successi, Catit e Mizlala hanno chiuso i battenti per lasciare allo chef più tempo per dedicarsi a una nuova creatura newyorkese.

SITUAZIONI D'ISPIRAZIONE EUROPEA. In compenso, ogni volta che un quartiere è oggetto di rinnovamento, accanto ai servizi di prima necessità aprono subito caffè e ristoranti, sempre più spesso sotto forma di food market: non più i tradizionali mercati come i mediorientali Shuk Ha’Carmel e Shuk HaTikva, che restano punti di riferimento tanto per i turisti quanto per i locali, ma situazioni d’ispirazione europea, luoghi dove fare shopping di prodotti biologici e gustare un piatto al volo, di grande qualità o semplicemente di gran moda. È successo al porto di Tel Aviv con Shuk HaNamal, nella ex colonia “templare” tedesca con il Sarona Market e nel nuovissimo centro commerciale dedicato al lusso, il Gindi Fashion Mall, con la sua street food court.

Vecchio chiosco fra i grattacieli: ce n'è uno a ogni incrocio

Se c’è invece un simbolo intramontabile della Tel Aviv che vive all’aperto, fin dagli anni della sua fondazione, questo è il chiosco. Se ne trovano a ogni incrocio nei maggiori viali alberati, soprattutto lungo i Boulevard Rothschild e Ben Gurion. Il Cafe Habima, all’ombra degli enormi fichi bengalesi di Ben Zion Boulevard all’angolo con Habima Square, è un esempio non raro di come la tradizione si sia evoluta in chiave gourmet e chic.

MOVIDA SU ROTHSCHILD BOULEVARD. La vita e la movida all’aria aperta si consumano su Rothschild Boulevard, all’ombra dei Delonix regia (gli “alberi di fuoco”), per guardare i giocatori di pétanque (variante provenzale delle bocce) e ammirare alcuni tra i più begli edifici storici della città. All’angolo con Herzl Street c’è una casa, costruita nel 1909 da una delle 60 famiglie fondatrici di Tel Aviv, che nel 2007 è stata acquistata e restaurata dall’Istituto culturale francese.

MEGA EDIFICI APPOGGIATI A VILLETTE. L’Independence Hall, la sala museo dove fu pronunciata la dichiarazione d’indipendenza di Israele, fu costruita, sempre nel 1909, dal primo sindaco di Tel Aviv Meir Dizengoff. Molti edifici nella zona sono in stile Bauhaus e costituiscono il nucleo della Città Bianca, dichiarato patrimonio mondiale dall’Unesco nel 2003. Negli ultimi anni, accanto alle villette, spesso letteralmente appoggiati muro contro muro, sono spuntati grattacieli firmati da archistar internazionali, come il Meier on Rothschild: una costruzione di 42 piani iniziata nel 2007 e completata nel 2015; tutti i lussuosi appartamenti erano già stati venduti due anni prima della fine dei lavori.

QUARTIERE D'ÉLITE DOPO L'ABBANDONO. Rothschild Boulevard ha la sua prosecuzione naturale in Neve Tzedek, il primo quartiere ebraico nato accanto al vecchio porto di Giaffa, nucleo originario della moderna Tel Aviv. Preservato nell’aspetto, l’atmosfera è molto cambiata nel corso degli anni. Abbandonato a se stesso fino agli Anni 80, dopo una lunga fase bohémienne oggi è un quartiere d’élite, a netta prevalenza francese.

Il Sud della città: hipster e mediorientale

Spostandosi a sud il panorama urbano cambia e lascia il posto alle officine e alle falegnamerie di Florentin, rumoroso e operoso di giorno, luogo franco per street artist e quartiere hipster al calare delle attività grazie ai tantissimi localini e gallerie specializzate in affordable art (ovvero a prezzo contenuto) e nella promozione dei talenti emergenti locali.

POLMONE VERDE PER GLI SPORTIVI. Non è che nella parte settentrionale di Tel Aviv manchino le attrazioni. Lo Yarkon Park, con le distese di prati e il fiume, è un polmone importante con tante anime: gli sportivi lo percorrono in bici, di corsa, in canoa e si arrampicano sulla parete attrezzata; tutti lo frequentano per i concertoni all’aperto; le coppie di innamorati haredim (ultraortodossi) ci vanno a passeggio per conoscersi meglio; le famiglie approfittano dei grandi spazi verdi per le feste di compleanno dei bambini.

STILE, DESIGN E ANIMA TRENDY. Eppure la Tel Aviv pulsante, quella che cambia più rapidamente, è rivolta verso sud e insiste su Giaffa. Per le stradine di Shuk HaPishpishim (“mercatino delle pulci”) – accanto alle botteghe di tappeti persiani, anticaglie, abiti di seconda mano e ceramiche – stilisti e designer freschi di accademia hanno aperto i loro atelier e studi. Negli ultimi anni Giaffa ha tirato fuori un’anima trendy e israeliana che ha saputo armonizzare con quella più mediorientale e araba.

GRU E CANTIERI PER HOTEL DI LUSSO. Ne è un recentissimo esempio Beit Kandinoff, un gioiello architettonico ottomano trasformato in locale polifunzionale che ruota tutto intorno all’arte, luogo di collaborazione e ispirazione creativa. Il concept è una combinazione di spazio espositivo e galleria d’arte, scuola di pittura, fotografia, ceramica e altre discipline, cocktail bar e chef restaurant con i cui proventi si finanziano residenze artistiche. Tutto intorno ai vicoli della Vecchia Giaffa, immutati nei secoli, spuntano gru e cantieri per la costruzione di nuovi residence e hotel di lusso, come nel resto della città. Perché Tel Aviv è la Non Stop City.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero "speciale estate" di pagina99, "cosa c'è di nuovo nel mondo", in edicola, digitale e abbonamento dall'11 al 24 agosto 2017.

Diciotto reportage dalle città che cambiano. Raccontate da chi ci vive. Lo Speciale Estate di Pagina99, in edicola e in edizione digitale per due settimane ► bit.ly/p99n80

Geplaatst door Pagina99 op donderdag 10 augustus 2017