Tel Aviv sceglie i dittatori

Redazione
01/02/2011

di Alessandro Carlini C’è un detto mediorientale che recita: “La pace si fa coi nemici”. Un modo di dire che...

di Alessandro Carlini

C’è un detto mediorientale che recita: “La pace si fa coi nemici”. Un modo di dire che è stato usato (e abusato) ogni volta che Israele è dovuto scendere a patti con qualche Stato arabo.
A ben guardare però, lo slogan sarebbe da cambiare in: “La pace si fa coi dittatori”. In un editoriale, il quotidiano Haaretz, ha spiegato il significato di questa variante, che da tempo viene seguita nei rapporti dello Stato ebraico coi vicini.
E proprio in questo momento, con il regime di Hosni Mubarak che traballa (leggi la cronaca della protesta egiziana), sembra valere questa regola. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, sta infatti sostenendo con forza il presidente egiziano, definito dal popolo che affolla le piazze del Cairo come un dittatore (leggi l’analisi sui timori del dopo-Mubarak dell’asse Usa-Israele).

Gli unici trattati di Pace con Sadat e re Hussein

Ma si può dire che lo Stato ebraico si trovi a suo agio con questo tipo di governanti. Israele nella sua storia ha firmato solo due trattati di pace con i vicini arabi, Egitto e Giordania, e in entrambi i casi gli interlocutori erano considerati despoti: il presidente Anwar Sadat e re Hussein.
Nei colloqui che vennero avviati con la Siria e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), le trattative riguardavano sempre regimi dittatoriali e non democrazie. Anche perché è molto difficile trovare governi eletti liberamente dal popolo in Medio Oriente. Presto, però, ce ne potrebbe essere uno al Cairo.
LE PRECONDIZIONI DI UN ACCORDO. E il quotidiano israeliano progressista si è chiesto se Israele sarà in grado di mantenere gli ottimi rapporti con l’Egitto, come ha fatto negli ultimi 32 anni.
Ci sono due condizioni affinché questo accada. Prima di tutto il nuovo governo non dovrebbe avanzare nuove rivendicazioni territoriali, che metterebbero in discussione gli accordi del 1979. In secondo luogo, l’Egitto deve assicurare il controllo della frontiera ed evitare che i terroristi possano infiltrarsi nel territorio israeliano (leggi l’articolo sulle manovre militari israelo-egiziane sul Sinai).
I presidenti Sadat e Mubarak hanno sempre rispettato queste condizioni, come ha fatto anche re Hussein di Giordania, e il suo successore re Abdullah.

I regimi offrono sicurezze a lingo termine

Appare chiaro come per lo Stato ebraico sia stato sempre molto più facile dialogare con i dittatori, che potevano e possono offrire una sicurezza a lungo termine. In una democrazia, soprattutto in un Paese arabo, può succedere che prima o poi, dopo una vittoria elettorale salga al potere un governo filo-musulmano o integralista. Il rischio è sempre molto elevato.
ISRAELE TEME IL CAMBIAMENTO. E in quel caso la politica estera dello Stato potrebbe facilmente cambiare e incrinare i rapporti con Tel Aviv. È anche difficile far la pace coi regimi deboli. Come sta accadendo con l’Autorità nazionale palestinese (Anp) e col suo presidente, Abu Mazen, fortemente indebolito dall’opposizione interna, rappresentata in primo luogo dal movimento di Hamas.
La riprova di questo è il fatto che Abu Mazen non può parlare per la popolazione di Gaza, che è retta da un governo eletto democraticamente. E così un accordo di pace duraturo con Israele resta un miraggio.