Francesco Pacifico

Il destino incerto di Tim tra Borsa e lotte interne

Il destino incerto di Tim tra Borsa e lotte interne

23 Gennaio 2019 14.14
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Il sogno di una rete telefonica interamente pubblica si allontana sempre più velocemente. Vincent Bollorè, con il suo 23,8% già pregusta la rivincita in Telecom. E dà quasi per scontato il nuovo ribaltone del cda e l'arrivo di Gabriele Galateri di Genola alla presidenza al posto del poco tollerato Fulvio Conti. Il fondo Eliott (8,8% del capitale) vuole scappare dall'Italia, dare il la allo scorporo della rete accelerando la fusione con Open Fiber. Ma quest'approccio non piace a molti dei 10 consiglieri espressi dall'hedge fund americano. Stanno a guardare dalle parti di Cassa depositi e prestiti: l'ad Fabrizio Palermo ha già comunicato all'esecutivo di non voler salire dal suo 4,99% e attende che francesi e americani finiscano di scannarsi per mettere in piedi il progetto di un'infrastruttura unica nazionale. Che a questo punto potrebbe anche non passare per una vendita dell'asset allo Stato, cioè una nazionalizzazione, che pure è al centro del contratto di governo tra cinque stelle e Lega.

LE SFIDE DI GUBITOSI PER PORTARE LA PACE IN TELECOM

Luigi Gubitosi ha poco meno di un mese per riportare la pace in Telecom. Il 21 febbraio 2019 l'amministratore delegato presenterà il piano triennale per rimettere in piedi l'ex monopolista. E in un colpo solo deve rilanciare l'attività nei servizi, risolvere il nodo della rete, presentare ai mercati una prospettiva credibile per ridurre l'altissimo debito (25,8 miliardi di euro). Mercati dove il titolo Tim inanella record negativi – il 23 gennaio ha aperto toccando un nuovo minimo, 0,433 euro, per poi risalire – soprattutto da quando il manager di origine napoletane ha deciso di annunciare un profit warning, con un calo dell'Ebitda a 8,1 miliardi di euro.

VERSO LE NUOVE NOMINE NEL CDA

Anche perché quasi un mese dopo, il 29 marzo, i francesi di Vivendi andranno in assemblea per ottenere la revoca di cinque amministratori targati Eliott (Fulvio Conti, Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari, Dante Roscini e Paola Giannotti de Ponti) per sostituirli con Franco Bernabè, Rob van der Valk, Flavia Mazzarella, Gabriele Galateri di Genola e Francesco Vatalaro. E ci sono buone probabilità che l'operazione riesca, se il fondo attivista o Cdp non faranno shopping di titoli in Borsa. Anche che se questo programma passa per la testa di un mastino come Conti, che avrebbe già fatto capire di non volere fare passi indietro.

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LE MOSSE DEI FRANCESI DI VIVENDI

Mai come in questo momento è difficile capire chi comanda in azienda. Nell'ultimo cda dove l'ad ha annunciato sia la prima stima dei conti che porterà al consiglio del 28 gennaio sia la volontà di comunicare un profit warning, due consiglieri autorevoli non soltanto in Elliot come Lucia Morselli e Rocco Sabelli gli hanno chiesto di aspettare il nuovo piano per fare questo passo. Nei giorni scorsi alcuni rumors davano per certo che Gubitosi, nominato con i voti degli americani lo scorso novembre, avesse avuto garanzie da Vivendi di rimanere al suo posto. Ma ai francesi piace giocare come il gatto con il topo. Martedì 22 gennaio un portavoce del gruppo transalpino ha fatto sapere: «Abbiamo colto di recente che il Ceo di Telecom Italia sembra pensare che la separazione della rete di Tim non sia così semplice», anticipando o vincolando un pezzo del futuro piano.

IPOTESI NEWCO

Proprio le divisioni all'interno dell'azionariato di Telecom rendono molto complesso il lavoro dell'ex commissario di Alitalia. Complici anche le pressioni che arrivano da più parti e le divisioni tra gli amministratori scelti da Elliot, il manager avrebbe trovato resistenze sulla cessione della partecipata più remunerativa, Tim Brasil, avendo mano libera solo su Sparkle e Inwit. Soprattutto, per tagliare il debito, avrebbe modificato i piani sul futuro della rete: non più una valorizzazione secca rilanciata anche nelle ultime ore dagli americani (che hanno chiesto l'apertura di un tavolo con Open Fiber controllata da Enel e Cdp) ma un nuovo schema societario. Da più parti si vocifera di uno spin off che non parta più dall'infrastruttura, ma dai servizi commerciali per fare di Tim una web company come Vodafone o Infostrada, sfruttando la fortissima remunerazione garantita dal fisso e dal mobile. Questa newco sarebbe costituita o separata dalla holding, che gestirà l'asset di rete e che dovrebbe usare i profitti della parte commerciale e le royalty per il passaggio sull'infrastruttura per rientrare in un arco più o meno limitato di anni del fortissimo debito.

I PALETTI POSTI DA AGCOM

Ma questo progetto è propedeutico a una serie di passaggi. Il primo prevede un accordo pluriennale sulle tariffe di accesso alla rete con l'AgCom che negli scorsi giorni ha bocciato il piano di separazione societaria presentato dall'ex ad di Tim, Amos Genish. Per ottenere il placet dell'autorità, l'ex monopolista sarebbe pronto a fare due concessioni: accontentarsi di tariffe di accesso più basse, ma garantite per più anni così da poter rassicurare gli investitori e rianimare il titolo; ampliare l'azionariato della holding magari facendo salire Cdp a scapito di Elliot e portando in casa anche Open Fiber. Parallelamente la quota di Vivendi sarebbe spostata sulla Netcom, in modo da allentare lo spettro del soggetto integrato. Un piano complicatissimo che passa per un accordo tra i soci forti, Eliott e Vivendi, accumunati soltanto dalla voglia di non perdere i soldi investiti finora in Italia.

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