Terra di conquista

Daniele Lorenzetti
13/10/2010

Sfruttamento ai tropici, migliorano le zone temperate.

Una Terra dove le risorse naturali stanno andando rapidamente in fumo. E un’umanità che non riesce a invertire la spirale del consumismo. Già oggi, per reggere il tasso di consumi globali servirebbe un pianeta e mezzo. Mantenendo il ritmo attuale di crescita nella domanda di risorse e pressione sugli ecosistemi, nel 2030 ne potrebbero servire due.
Non è fantascienza ma l’istantanea scattata dal WWF nel rapporto Living Planet 2010 realizzato con la ZoologicalSociety di Londra e il Global Footprint Network e presentato in diretta mondiale da Bristol. Cose risapute, dirà qualche cinico. Eppure fanno ugualmente impressione, stampate nero su bianco nella crudezza delle cifre, e a colori in decine di immagini che illustrano i volti di un pianeta aggredito, spremuto, depredato.
Il check-up alla salute della Terra è avvenuto online, in un evento planetario sul web: con la diretta webcast sul sito internazionale dell’Associazione (guarda) condotta dalla giornalista di Al Jazeera Veronica Pedrosa dai saloni del Wild Screen Festival di Bristol, considerato un po’ la Cannes dei documentari naturalistici. E per la prima volta migliaia di internauti hanno avuto la possibilità di inviare domande via twitter durante la presentazione.
Da 12 anni il Wwf pubblica i suoi Rapporti biennali sul Pianeta Vivente (“Living Planet Report”) nei quali indica lo stato di salute dell’ecosistema planetario e l’impatto delle attività dell’uomo. Due i parametri utilizzati: l’impronta ecologica umana e l’indice di biodiversità. E il 2010, anno mondiale Onu della biodiversità, era un’occasione più speciale delle altre.

Peggiorano i tropici, va meglio l’area temperata

Che cosa emerge dal rapporto? Un quadro a tinte cupe della situazione e delle tendenze in atto: precipita del 30% lo stato di salute delle specie globali, con picchi fino al 60% nei Paesi tropicali e nelle nazioni più povere.  La sequenza di numeri non sembra lasciare spiragli all’ottimismo: dal 1966 la pressione umana sulla natura è raddoppiata, l’impronta di carbonio cresciuta addirittura di 11 volte, l’impronta idrica è in costante aumento.
Ma spulciando i dati con attenzione, si nota un quadro a macchia di leopardo: e le buone notizie arrivano proprio da quella fascia temperata che fu l’epicentro della rivoluzione industriale. Qui l’indice delle specie (che misura la biodiversità) registra un progresso (+ 29%) rispetto agli anni Settanta. A pesare, secondo gli esperti del WWF, sono gli sforzi nella conservazione e nel controllo dell’inquinamento.
A far da contraltare i tropici, il punto più alto della febbre del Pianeta: qui il declino è del 60% e fino al 70% per le specie di acqua dolce, il tasso più alto tra tutte le specie terrestri e marine considerate. Sono loro, le rane, i serpenti, gli anfibi delle foreste pluviali, le vittime sacrificali dei primi anni Duemila.

A sorpresa bocciato il Nord Europa

Nella top ten dei Paesi con l’impronta ecologica pro-capite più “pesante”, se la presenza degli Stati Uniti e degli Stati petroliferi (Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait) non è certo una sorpresa, colpisce di più quella di Paesi dall’immagine decisamente ambientalista: la Danimarca, il Belgio, il Canada, e l’Australia, a cui si aggiungono Irlanda ed Estonia. Spiega a Lettera43 Eva Alessi di WWF Italia (leggi il rapporto in italiano): «Considerando le aree necessarie a fornire le risorse che utilizziamo, basterebbe che ogni abitante del pianeta si accontentasse di 1,8 ettari globali per vivere entro i limiti della capacità del pianeta senza compromettere le generazioni future».
L’Italia, che pure per una volta è fuori dalla black list dei peggiori, non brilla per “leggerezza”: a ciascun abitante del Belpaese servono infatti ben 5 ettari globali per soddisfare il suo stile di vita: un po’ meglio di tedeschi, svizzeri e francesi, peggio di inglesi, cinesi (qui è il totale della popolazione ad abbassare il consumo pro-capite) e giapponesi. Cementificazione e consumo del territorio sono da noi la prima emergenza.
Il Living Planet Report 2010 ha incrociato anche per la prima volta i trend delle specie e dell’impronta ecologica con i redditi dei singoli Paesi: e il risultato è che i consumi insostenibili dei Paesi più ricchi dipendono largamente dallo sfruttamento delle risorse dei Paesi più poveri, compresi quelli tropicali. «I Paesi che mantengono alti livelli di dipendenza dalle risorse naturali stanno mettendo in pericolo le loro stesse economie», ha spiegato Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network, «Al contrario quelli che riescono a garantire la migliore qualità di vita con la minore pressione sulla natura non solo aiuteranno gli interessi globali, ma saranno leader in un mondo dalle risorse sempre più ristrette».
Secondo il WWF, considerando che nel 2050 la popolazione globale dovrebbe superare i 9 miliardi, rientrare nei limiti e investire nel capitale naturale più che una scelta sarà sempre più un obbligo per sopravvivere. L’associazione ha elaborato un decalogo per il futuro sostenibile attraverso due applicazioni interattive (guarda) che consentono di ricalibrare il proprio stile di vita in maniera eco-compatibile.