Testimone sciolta nell’acido

Barbara Ciolli
18/10/2010

Sei arresti per la donna che denunciò la 'ndrangheta.

Testimone sciolta nell’acido

Torturata, uccisa con un colpo di pistola e poi sciolta con 50 chili di acido, in un terreno di San Fruttuoso, vicino a Monza. È stata giustiziata così, per aver tradito la ‘ndrangheta, la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, scomparsa nel nulla nel novembre 2009.
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 2010, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano, i Carabinieri hanno arrestato sei persone tra Lombardia, Calabria e Molise ritenute coinvolte nella vicenda. Dei sei provvedimenti, due sono stati notificati in cella a Carlo Cosco, ex convivente della donna, esponente del clan di Petilia Policastro, nel Crotonese, da anni trapiantato a Milano, con il quale Garofalo aveva avuto una figlia, oggi maggiorenne, e a Massimo Sabatino.
I due erano già stati arrestati a febbraio per un precedente tentativo di sequestro della donna, avvenuto a Campobasso nel maggio 2009. Cosco, 50 anni, è cugino di Vito Cosco, autore della strage di Rozzano, cittadina dell’hinterland milanese, che nell’agosto 2003 fece quattro morti. Sabatino, invece, è uno spacciatore 37enne di Quarto Oggiaro usato come manovalanza.
Gli altri quattro destinatari del provvedimento emesso dal gip milanese Giuseppe Gennari, sono i fratelli di Cosco, Giuseppe detto Smith (a cui è stato contestato anche lo spaccio di stupefacenti) e Vito, detto Sergio, e altre due persone, una delle quali accusata solo di distruzione di cadavere.

La svolta grazie alle intercettazioni ambientali

A consentire una svolta nelle indagini è stata una “cimice” collocata nella cella del carcere di San Vittore a Milano dove è recluso Sabatino. Successivamente la collaborazione tra le Procure antimafia di Campobasso, Milano e Catanzaro ha permesso di mettere insieme tutti i tasselli, ricostruendo il mosaico. Lo ha rivelato il procuratore della Dda molisana, Armando D’Alterio, il quale ha più volte sottolineato il lavoro svolto dalle tre Procure, sotto il coordinamento dalla Direzione nazionale antimafia.

Giustiziata per aver tradito

Secondo gli investigatori, l’uccisione nella notte tra il 24 e il 25 novembre 2009 nei confronti della 35enne calabrese è stata una vera e propria esecuzione compiuta da un gruppo organizzato. Cosco avrebbe ideato il piano e assoldato i complici quattro giorni prima di eliminare l’ex compagna, che dal 2002 aveva iniziato a collaborare con lo Stato raccontando della faida tra i Garofalo e i rivali Mirabelli, e degli omicidi di mafia avvenuti a Milano, alla fine degli anni 90.
Prima l’ha attirata in una trappola, dopo averla convinta a salire a Milano con la scusa di incontrare la figlia, all’epoca 17enne. Poi l’ha fatta salire a forza in un furgone e condotta in un magazzino di perferia. Dopo averla torturata per farle confessare di aver collaborato con le forze dell’ordine, Cosco l’ha uccisa con un colpo di pistola e l’ha fatta sciogliere nell’acido in modo da «simularne la scomparsa volontaria».

Lupara bianca a Milano

«Quello che si verifica a Milano, in una tranquilla ed elegante zona centrale, è un caso di lupara bianca che ci riporta a situazioni e contesti sovente (ed erroneamente) creduti ben lontani dalla realtà cittadina». Lo ha scritto il gip di Milano Gennari nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel provvedimento il giudice ha sottolineato che «sotto gli occhi di ignari passanti, si scorge una donna minuta, ripresa negli ultimi istanti della sua vita dalle telecamere di sicurezza poste ai margini della strada, salire fiduciosa sul veicolo dell’ex convivente padre di sua figlia e pregiudicato (…). Questa», annota il gip, «è l’ultima volta che si sente parlare di Lea Garofalo ancora in vita».