Mario Margiocco

Ai fan di Boris Johnson dico: guardate e ricordate il suo flop

Ai fan di Boris Johnson dico: guardate e ricordate il suo flop

L'ex ministro degli Esteri, simpatico cialtrone, è favorito per la leadership nel dopo May. Ma è in un vicolo cieco ancor prima di iniziare. Che la never ending Brexit ci serva da lezione.

09 Giugno 2019 14.00

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La battaglia d’Inghilterra è data per conclusa dai più con la vittoria del no deal. Un’uscita “dura” il 31 ottobre prossimo, con Boris Johnson primo ministro, benedetta da Donald Trump andato nel Regno Unito nei giorni scorsi con il ruolo di “levatrice” della sospirata Brexit. Questa benedizione americana sarebbe un gustoso colpo basso all’odiata Europa di Bruxelles che si permette di esportare troppo negli Stati Uniti e non acquista abbastanza. Né apprezza troppo la leadership (quale leadership, quella di un nazionalista americano che fa a pezzi 70 anni di politica estera bipartisan?) dell’ex immobiliarista newyorchese. Johnson ha detto che il partito è in una crisi “esistenziale” se non realizza finalmente l’agognata uscita dalla Ue come dimostra il 32% del neonato Brexit party di Nigel Farage alle Europee di fine maggio.

CHIUDERE IL PARLAMENTO PER PORTARE A TERMINE LA BREXIT

A ben vedere però la somma dei voti anti Brexit è più alta di quelli pro, che però arrivano, e quasi tutti in blocco, con Farage. Fra i candidati di rango alla premiership c’è poi anche chi ipotizza addirittura la chiusura del Parlamento, dove una no deal Brexit non avrà mai la maggioranza, per consentire a un premier duro e puro di portare finalmente a conclusione il mandato del referendum del giugno 2016. La mancanza di una Costituzione scritta lascia, nell’interpretrazione di norme scoordinate e consuetudini che regolano o regolerebbero l’equilibrio dei poteri fra legislativo ed esecutivo, anche queste fantasiose vie di fuga. Chiudere il Parlamento. Nel senso di decidere in sede di esecutivo, senza convocarlo per una approvazione.

Difficilmente Johnson, che potrebbe essere il nuovo premier, resisterà a lungo nell’incarico

Quindi, tutto chiaro? Anche per noi, nella remota (da Londra) provincia meridionale italiana, sarebbe bene capire davvero che cosa sta succedendo. Se passa il no deal non ci saranno soltanto contraccolpi economici fortissimi per il Regno Unito e notevoli anche per noi che perdiamo un mercato aperto di 66 milioni di persone mentre Londra ne perde uno da 450 milioni. L’ala dura dei sovranisti canterebbe vittoria in tutta Europa, dicendo che Bruxelles ha perso e si sta sfaldando. I vari Claudio Borghi nostrani che già stanno rialzando la testa dopo un anno circa di scornate invocheranno di nuovo non solo i minibot, come già stanno facendo, ma anche l’Italexit. Dall’euro quantomeno. Come se il ritorno alla lira (non sterlina, la liretta) fosse una cura. Non una pozione letale utile solo a soddisfare per qualche mese il loro delirio di potere.

IL BIVIO PERICOLOSO DEL PARTITO CONSERVATORE

Tuttavia, difficilmente ci sarà il no deal. Difficilmente Johnson, che potrebbe essere il nuovo premier, resisterà a lungo nell’incarico. Altrettanto difficilmente il partito conservatore potrà evitare, se davvero vuole concludere la saga Brexit e a modo suo, una scelta micidiale tra un nuovo referendum, che mai i parlamentari Tory approveranno, o nuove elezioni. Che porterebbero al 10 di Downing Street o Farage, che oggi non ha neppure un deputato (le suppletive di Peterborough del 6 giugno, grande speranza simbolica di Nigel, le hanno vinte i laburisti), o il laburista-marxista Jeremy Corbyn. Il primo serve alla causa ma fa venire l’orticaria a un vero Tory. Il secondo è considerato un avanzo di ideologie ottocentesche. Ma rischia di finire premier se si va al voto.

La realtà è che il no deal esiste solo sulla carta, per ora, e nelle formule di propaganda politica tipo il “Brexit means Brexit” lanciato da Theresa May due anni fa senza avere poi avuto il coraggio e i voti parlamentari per applicarlo davvero. Mentre in concreto restano solo: una soft Brexit con unione doganale e altre ampie collaborazioni e una eventuale reversibilità e ritorno all’ovile in futuro; o, meno probabile ma non da escludere, un nuovo referendum.

La chiusura del Parlamento ha un precedente solo con Oliver Cromwell nel lontanissimo aprile 1653

Quella di “chiudere” pro tempore il Parlamento sarebbe una mossa disperata per far passare una scelta che altrimenti non passerebbe e che ha un precedente solo con Oliver Cromwell nel lontanissimo aprile 1653. Non lo ha escluso tuttavia Dominic Raab, uno dei brexiteer più estremi e in corsa come Johnson per la premiership, ma piazzato meno bene. Altri contendenti hanno protestato dichiarando il suggerimento “incontistuzionale”. A Raab ha subito risposto il presidente dei Comuni, John Bercow: «Questo semplicemente non succederà. È così dannatamente evidente che quasi non sarebbe necessario affermarlo, ma sembra sia opportuno dirlo e l’ho detto». Anche Johnson ha precisato che non seguirebbe questa strada.

BORIS JOHNSON HA (FINORA) 48 DEPUTATI

Johnson è nettamente in testa alle preferenze fra i suoi pari. Ha dalla sua, ultimo conteggio finora, 48 deputati. Al secondo posto il ministro degli Esteri Jeremy Hunt, brexiteer più “moderato” (forse), ne ha 33. Raab è a 24 mentre Michael Gove a 32. Gove fu insieme a Johnson l’anima del Leave nella campagna referendaria del 2016. Doveva essere il presidente del suo comitato per la carica di premier, ma quattro giorno dopo il voto referendario si autocandidava dicendo che Johnson non era “fit”, non era adatto per la premiership. Johnson, invece di annunciare la propria candidatura come tutti si aspettavano, disse che non si presentava e sparì per qualche tempo.

Boris Johnson è in genere impreparato sui dossier come ha ampiamente dimostrato nei mesi in cui è stato agli Esteri

Johnson è una grossa incognita, caratterialmente. Il suo fare irrituale che piace alla parte “bassa” dell’elettorato Tory è stato perfettamente definito da Sir Max Hastings. È l’ex direttore del giornale dei conservatori, Daily Telegraph, di cui Johnson è columnist e di cui era 30 anni fa corrispondente da Bruxelles da dove raccontava una malefatta della Ue al giorno, vera o inventata. «È un egomaniaco placcato oro», ha detto Hastings, dove la vera stoccata è «placcato oro». Fantasioso, in genere impreparato sui dossier come ha dimostrato nei mesi in cui è stato agli Esteri nel 2017-18, è noto al grande pubblico e ritenuto dalla base conservatrice in grado di sfondare. Perché non canta da spartito, nel senso che stona di suo. Saranno i 120 mila circa iscritti a decidere, secondo le nuove norme Tory, il prossimo premier. Scegliendo a metà luglio fra i primi due emersi dalle preferenze della componente parlamentare.

Boris Johnson e Theresa May.

Non si sa come finirà. «Fuori il 31 ottobre, con deal o senza deal» è il programma di Johnson. Si sa che i Comuni non approveranno mai un no deal. Si sa che Corbyn, imbaldanzito dal risultato di Peterborough, preferisce un voto anticipato a un secondo referendum. Ma si sa anche che i Tory sono in un terribile “trilemma”; non possono andare al voto anticipato senza avere prima realizzato la loro grande promessa, la Brexit: verrebbero massacrati da Farage. Ma neppure possono realizzare la Brexit senza voto anticipato. Non possono accettare un secondo referendum perché l’idea è anatema e potrebbero perderlo. Che cosa possono fare? Sospendere il Parlamento, appunto. Ma, come ha scritto un commentatore inglese sull’idea di una chiusura temporanea del Parlamento, «si può prevedere una no deal Brexit solo se si pensa che il Regno Unito sta diventando come lo Zimbabwe o il Venezuela. Altrimenti, meglio dimenticarsene».

IL CARO PREZZO DELL’IRRAZIONALITÀ

Resta un’ultima breve questione. Come il Regno Unito ha potuto ridursi così? Volendo, la risposta è semplice: essendosi sempre autodefinito come qualcosa di diverso (e di meglio) rispetto a quegli inferiori dell’Europa continentale. Alle prese con le difficoltà economiche e migratorie degli ultimi anni, gli inglesi, più gli inglesi degli altri britannici, hanno deciso che la soluzione era ritrovare se stessi, rompendo con la Ue. Hanno bevuto la pozione salvifica e ora vogliono la salvezza. Un moto non economico, non geopolitico, campi dove il Leave è in netta perdita, ma psicologico.

Roma farebbe bene a seguire con attenzione perché il come andrà a finire segnerà anche i “fratelli di sangue” italiani di Boris

Il prezzo, come sempre per l’irrazionalità, è molto alto, oggi e domani. La questione Brexit segna per due generazioni almeno la Gran Bretagna, a partire dalla politica che non sarà più come prima. Johnson, un simpatico cialtrone, dovrebbe compiere un miracolo. Roma farebbe bene a seguire con attenzione perché il come andrà a finire segnerà anche i “fratelli di sangue” italiani di Boris.

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