Come funziona il modulo 2-7-2 di Thiago Motta

Gabriele Lippi
22/10/2019

Letta in maniera tradizionale, la formazione è un 4-3-3 piuttosto classico, ma l'allenatore ribalta il modo di comunicare i suoi schemi e le sue idee. Una rivoluzione del linguaggio più che del gioco.

Come funziona il modulo 2-7-2 di Thiago Motta

Non ha ancora diretto il primo allenamento, eppure il suo arrivo desta già reazioni contrastanti che ondeggiano tra aspettative di calcio spettacolo e sospetti di bluff. L’approdo di Thiago Motta sulla panchina del Genoa al posto di Aurelio Andreazzoli è già il cambio di allenatore più folle, curioso, interessante della stagione. Un po’ perché gioca sul sentimentalismo di una tifoseria, quella genoana, che ha un vitale bisogno di entusiasmo e di ritrovare l’attaccamento alla squadra, un po’ perché dopo una carriera da calciatore di altissimo livello, Thiago Motta si è saputo ricollocare immediatamente come tecnico, suscitando grandi aspettative anche solo con la sua prima esperienza nelle giovanili del Paris Saint Germain.

UNA GENIALE TROVATA DI MARKETING

Lui, che da giocatore non è mai stato troppo capace di comunicare le sue qualità positive, risultando spesso sottovalutato dal grande pubblico, si è trasformato in esperto di marketing, riuscendo a finire su tutti i giornali del mondo grazie alla curiosità suscitata dal suo modulo. Il 2-7-2 di Thiago Motta è diventato immediatamente famoso, destando non poche perplessità. Eppure ha molto più senso di quanto non sembri, non è poi così bislacco, e sembra esprimere molto bene in codice numerico i principi di calcio che ispirano l’allenatore che l’ha coniato.

CONTA 11 GIOCATORI E NON È UN ERRORE

Prima regola per comprendere il 2-7-2: la somma dà effettivamente 11 e no, non è un errore. Semplicemente Thiago Motta conta pure il portiere e lo inserisce tra i sette giocatori al centro. Quindi le sue squadre usano il portiere volante come a calcetto? No, perché il modulo non si legge in maniera tradizionale. Thiago Motta divide il campo in verticale e non in orizzontale, con due fasce esterne e una centrale. L’ultima è quella più affollata, ed è l’asse su cui si sviluppa la costruzione della manovra, alla quale partecipano difensori centrali, centrocampisti, punta e sì, pure il portiere. Le altre due sono le fasce esterne, sulle quali il gioco deve trovare sfogo per allargare il campo e creare spazi al centro. Nella sua idea, il centrocampo smette di essere un luogo fisico sul campo di gioco e diventa un concetto filosofico che ha fortemente a che fare con lo sviluppo del gioco.

UNA DERIVAZIONE DEL CALCIO TOTALE

L’idea di Thiago Motta è profondamente coerente col suo modo di intendere il calcio quando ancora era in campo e ha non poche affinità col contesto culturale in cui è maturato come giocatore negli anni delle giovanili al Barcellona. Frasi come «il portiere è il primo attaccante e gli attaccanti sono i primi difensori» sembrano uscite dalla bocca di Johan Cruijff o da quella di Pep Guardiola, e germogliano dall’humus del calcio totale olandese, perfettamente trapiantato in Catalogna. Per quanto possa sembrare strano e confondersi come un’intuizione di marketing (e in parte, quasi certamente, lo è), il 2-7-2 appare esprimere molto meglio i concetti del suo gioco di quanto non farebbe un semplice 4-3-3. Sì, perché alla fine, schierata secondo gli schemi tradizionali, una squadra di Thiago Motta gioca esattamente con un 4-3-3 piuttosto tradizionale. Non c’è nessuna particolare innovazione nei principi di gioco, c’è invece nella comunicazione degli stessi.

RICONOSCIUTO IL RUOLO DEL PORTIERE

Ed è un’innovazione che sembra calzare a pennello. In particolar modo appare opportuno l’inserimento del portiere all’interno del modulo in un’epoca in cui il portiere è a tutti gli effetti un giocatore di movimento, che lo si intenda come libero aggiunto o come primo regista. Una rivoluzione portata agli estremi nell’interpretazione dal posizionamento di Manuel Neuer o dalla propensione all’assist di Ederson. Oggi i portieri, in molte squadre, toccano un numero di palloni per nulla irrilevante, non si limitano ai rinvii da fondo campo ma partecipano attivamente alla manovra in fase di primo possesso in uscita dal pressing o con lanci di casuale non hanno nulla. Thiago Motta non è il primo a capirlo ma è il primo a tradurlo in numeri all’interno di uno schema, non rivoluzionerà il gioco ma potrebbe contribuire a cambiarne il linguaggio.

RIUSCIRÀ A SALVARE IL GENOA?

Se il sogno mai nascosto di Guardiola è sempre stato quello di poter schierare un giorno una formazione fatta esclusivamente di centrocampisti, Thiago Motta sembra aver scelto una scorciatoia concettuale per avvicinarsi allo stesso obiettivo. La sua convinzione è che non servano grandi giocatori per realizzare quell’idea di calcio e il Genoa sembra l’occasione perfetta per dimostrare che ha ragione. O forse no. Perché in un contesto in cui il progetto di calcio offensivo fatto di possesso palla è già naufragato con Andreazzoli, la scelta di un “giochista” estremo e inesperto come Thiago Motta sembra del tutto contro intuitiva. E forse proprio per questo è estremamente affascinante.