Thorpe, Mediaset, Romani e Silvio

Pino Dato
15/12/2010

Wikileaks rende pubblici i dispacci dell'ambasciatore Usa. Ora tutti non possono più dire di non sapere.

Thorpe, Mediaset, Romani e Silvio

L’ultima rivelazione Wikileaks su Berlusconi e Italia viene da El Pais, che ha pubblicato i dispacci mandati a Washington da David Thorpe, ambasciatore americano a Roma, che nel febbraio scorso criticava il provvedimento Romani contro gli operatori liberi di Internet.
Thorpe spiegava a Obama tre cose: uno, la normativa Romani su Internet è liberticida; due, fa solo gli interessi del business di Mediaset, cioè di Berlusconi; tre, interrompe qualsiasi collaborazione in materia che era in corso con gli Usa.
Prima di discuterne, scandalizzarci o reprimere (a seconda delle prospettive), proviamo a riflettere. Qui non si può prescindere dai fatti.
La fonte Wikileaks compie un’opera di verità, esponendoli; anche se i fatti, strictu sensu, erano già stati valutati e i dispacci di Thorpe non hanno svelato nulla di davvero inedito. Nondimeno, sono importantissimi. Il metodo Wikileaks dispiega, nel caso specifico, tutta la sua prorompente vitalità.
Anche se i fatti nudi erano noti, ce ne sono di ulteriori che svelano cose inedite e speciali. Come il parere contrario, ufficiale, degli Usa, alla legge, o l’opinione di Confindustria che, attraverso il responsabile delle relazioni esterne Busetto, definì il provvedimento come «la morte di Internet». Per non parlare dell’opinione consolidata degli Usa sul modello di business familiare usato da Berlusconi e Mediaset sistematicamente nelle azioni di governo, e  la stessa rappresentanza dell’impero mediatico del premier nel governo, con Berlusconi in primo piano e Romani come braccio operativo. Per finire, la ben nota relazione, per gli Usa, fra gli interessi di Berlusconi-Mediaset e Bettino Craxi, capo del governo italiano, fin dagli albori (anni ’90).
Superficialmente, ripeto superficialmente, vien da dire: lo sapevamo già. Non è vero. Lo sapeva chi leggeva certi giornali, libri o chi guardava certi programmi tivù. Non lo sapeva chi guardava le televisioni di Mediaset. Non lo sapeva chi leggeva cert’altri giornali.
Wikileaks ha questo di buono: mette in cornice notizie che qualcuno nemmeno, a suo tempo, ha dato. E lo costringe, pertanto, finalmente, a darle.
Se poi i dispacci riservati di Thorpe espongono addirittura certe forme verbali che, nella loro schiettezza e incisività niente affatto diplomatiche, svelano molto più di qualsiasi roboante periodo d’elegante commento giornalistico, allora non si potrà negare che l’azione di Wikileaks è sacrosanta e meritoria. Per la verità, la storia, il vivere civile. Non cambia lo spettro, ma lo incide. Apre varchi.
Quando l’ambasciatore dice: «Berlusconi e Mediaset hanno usato il potere del governo per favorire il modello di business familiare fin dai tempi del primo ministro Bettino Craxi» è più scandaloso di dieci editoriali di Eugenio Scalfari. Quando definisce il progetto di legge Romani come «infame» esce dal linguaggio diplomatico per entrare in quello della politica.
Berlusconi ci ride su. Quando gli hanno spiattellato le opinioni e le rivelazioni americane sui suoi controversi e dubbi rapporti con Putin e Gheddafi ha sogghignato dicendo: «Questi ambasciatori hanno come fonte i giornali della sinistra». Cioè sarebbero utili idioti dell’opposizione. Non avrebbero nulla da rivelare a Obama: semplicemente, disse Berlusconi, non sanno niente, si abbeverano a fonti facili (giornali) e sbagliate.
Ma stavolta, con i dispacci di Thorpe su Romani, Mediaset, Craxi e Internet non potrà più ridere tanto. I dispacci assumono la veste di editoriali politici di denuncia. Scavano nel fatto. Riportano a galla vecchie procedure scandalose di collegamento fra politica (Craxi) e potere economico (Berlusconi). Non rivelano nulla di nuovo. Ma fanno un monumento (in granito) a un fantasma che andava e veniva ma che ha cambiato drammaticamente le fattezze d’Italia. Pochi lo dicevano, pochi lo sapevano. Ora lo sanno tutti.