Ti insulto su Facebook

Fabio Chiusi
06/12/2010

La politica si sfoga sul social network. E le poltrone traballano.

Ti insulto su Facebook

Dal campo di concentramento per i rom all’augurio di una pallottola nella testa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la politica, su Facebook, si è spesso lasciata andare a commenti tutt’altro che istituzionali. Complice, forse, una scarsa comprensione del fatto che le bacheche di un social network frequentato da 17 milioni di italiani possono difficilmente essere paragonate a un luogo privato. Soprattutto quando, come spesso avviene, sono di libera consultazione perché i rispettivi proprietari non si sono premurati di configurare la privacy dei propri contenuti online limitandone la diffusione agli “amici”. E così Facebook ha messo in discussione la poltrona di più di un rappresentante delle istituzioni, soprattutto a livello locale.

Rom «ladri, bastardi», da «campo di concentramento»

L’ultima polemica si è scatenata il 5 dicembre 2010 intorno al consigliere del Pdl della circoscrizione di Prato Est, Clarissa Lombardi. Che ha deciso di affidare al suo profilo personale frasi come «Sono settimane che dico che i rom fanno vomitare» e «Zingari bastardi, ladri e da mandare a casa» dopo essere stata derubata da ignoti. Suscitando le ire del deputato del suo stesso partito, Riccardo Mazzoni, che ha annunciato che sul destino di Lombardi si pronuncerà il coordinamento provinciale del Pdl e il collegio dei probiviri.
Rom nel mirino anche dell’ex deputato leghista e attualmente consigliere comunale nel centrodestra padovano Vittorio Aliprandi che, in una discussione nata intorno all’approvazione in consiglio di una mozione sull’integrazione dei nomadi, aveva, sempre a inizio dicembre, ipotizzato per loro «campi di concentramento» e scritto testualmente: «Io non ho mai conosciuto dei rom che volessero integrarsi, se lo fanno è per fregarti i bambini. Bisogna toglierli alle famiglie appena nati se li vuoi cambiare, forse».
Alle immediate polemiche, Aliprandi ha risposto scocciato, ribadendo le proprie posizioni e aggiungendo: «Nessuno di loro vuol lavorare e noi dobbiamo farci un culo cosi pagare tasse assurde. Se vogliono fare i nomadi che vadano in campeggio come facciamo noi, che si adeguino alle nostre regole». Il capogruppo locale del Pd, Gianni Berno, ne ha sollecitato le dimissioni, riservandosi di valutare a tal fine «ogni azione giuridico-istituzionale».

Islamici «ciucciadatteri», preti pedofili, leghisti di merda

Da qualche parola di troppo su Facebook a un incarico in discussione il passo, dunque, è breve. Lo testimonia anche il caso del vicesindaco e assessore alla Sicurezza leghista di Sassuolo, Gian Franco Menani, reo di aver definito, in un commento sul social network a metà novembre, «ciucciadatteri» gli islamici. Loro «non hanno spazio a Sassuolo», ha sentenziato Menani.
L’opposizione, in particolare il Pd, ha subito definito il vicesindaco «assolutamente inadatto al ruolo istituzionale che ricopre», chiedendone la testa. Perché «Sassuolo», scrivono i Giovani Democratici, «non è un paese per razzisti». Menani, tuttavia, non ha nessuna intenzione di lasciare. E aggiunge: «In queste parole non c’era alcun intento offensivo verso il mondo islamico per il quale nutro molto rispetto».
Richiesta di allontanamento anche per Giuseppe Traniello Gradassi, esponente del Pd di Rovigo, autore di un durissimo attacco ai leghisti a fine ottobre 2009: «La Lega è una merda che la morte del capo laverà come un acquazzone primaverile quando pulisce le strade». Un giudizio che ha fatto prevedibilmente inviperire i padani, ma che non ha smosso di un millimetro il diretto interessato: «Non vedo di cosa dovrei scusarmi», ha argomentato Gradassi, «Non sono nemmeno libero di usare un linguaggio libero e colloquiale con i miei amici, proprio su un social network?».
Chi invece non ha avuto scelta è Miria Ronchetti, oramai ex assessore alle Politiche sociali di Carpi per una lista civica di centrosinistra. Le dimissioni, nel suo caso, sono state vergate direttamente dal sindaco Enrico Campedelli. «Pur riconoscendo il lavoro prezioso svolto dall’assessore Ronchetti in questi mesi e ringraziandola per la collaborazione prestata», ha spiegato Campedelli, «quanto avvenuto ha fatto venire meno il rapporto fiduciario che aveva portato alla sua nomina. Chi ricopre cariche istituzionali, a qualsiasi livello, non credo possa permettersi dichiarazioni come quelle pubblicate su Facebook».
Ossia come il commento pubblicato da Ronchetti sul proprio profilo ad aprile 2010. Cioè in un periodo in cui la Chiesa era nell’occhio del ciclone mediatico per lo scandalo dei preti pedofili. Una vicenda che l’ex assessore ha liquidato con freddezza: «Mi viene un pensiero molto cattivo: ma non è che i preti non vogliono l’aborto perché vogliono tanti bambini a loro disposizione?». Tanto basta per perdere la poltrona, nell’era dei social media.

Una pallottola in testa a Berlusconi

Uno dei bersagli preferiti dei commenti “sopra le righe” su Facebook è Silvio Berlusconi. Intorno alla figura del presidente del Consiglio si sono sollevati scandali giunti all’attenzione della polizia postale e del ministero dell’Interno, oltre che di giornali e telegiornali nazionali, come il caso del gruppo “Uccidiamo Berlusconi”, frequentato da decine di migliaia di iscritti, e dell’attentato subito il 13 dicembre 2009 a Milano, che alcuni commentatori hanno frettolosamente ricondotto ad «ambienti vicini al social network».
Alle accuse generiche, tuttavia, si sono accompagnate quelle circostanziate, riconducibili a soggetti ben precisi. Come Matteo Mezzadri, il poco più che ventenne coordinatore dei Giovani Democratici e parte della segreteria provinciale e del circolo del Pd di Savignano (Modena), finito al centro di una bufera mediatica a ottobre 2009 per aver scritto sul proprio profilo: «Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?». Un “invito” che sembra uscito dalla pellicola Shooting Silvio, di Berardo Carboni.
La frase fa il giro della rete e in breve tempo giunge all’attenzione dei consiglieri regionali del Pdl Enrico Aimi e Bruno Rinaldi, che denunciano il fatto inquadrandolo in una più ampia «campagna d’odio della sinistra». Mezzadri si rende conto di aver perso un’occasione per modersi la lingua, e chiede scusa a tutti, «a partire da Berlusconi», annunciando allo stesso tempo la dimissione da tutte le cariche ricoperte nel partito. Dimissioni accettate.
Non manca chi ha rimproverato a Massimo Tartaglia non l’aver scagliato una riproduzione del Duomo di Milano sul volto di Berlusconi, ma di non essersi spinto oltre. È il caso di Fabio Busi, esponente di una lista civica del centrosinistra di Paderno D’Adda (Lecco), e autore del seguente commento: «Chi è quell’idolo che ha spaccato la faccia a Berlusconi? Sarà Fini? A parte gli scherzi, ma quanto è ridicolo ‘sto paese? O gli spari in testa o niente». Immancabile la richiesta di dimissioni da parte del Pdl locale.
Da ultimo, ci sono gli insulti del ventenne vicepresidente del consiglio comunale di Bolzano, l’Idv Matteo Degli Agostini. «Berlusconi? Destituite questo figlio di puttana», ha scritto Degli Agostini, complice forse la calura di luglio, su Facebook. È la deputata e coordinatrice del Pdl per l’Alto Adige, Michela Biancofiore, ad accorgersene prima che il giovane rimuova il commento dal social network e interpellare il legale del premier, Niccolò Ghedini. Conclusione? «Ci sono gli estremi per un esposto in Procura per ingiuria e diffamazione». Ma Degli Agostini non ha ritenuto di doversi scusare: «Scusarmi con Berlusconi? Non con lui: è un criminale», ha ribattuto.
Ora il rischio è che il legislatore scambi Facebook per un covo di odiatori di professione, un concetto statisticamente e fattualmente falso, e reagisca di conseguenza, stringendo i cordoni della libertà di espressione in rete. E pensare che basterebbe azionare il cervello prima delle mani.