“Tiro al potente”

Giuliano Di Caro
14/10/2010

Dalle scarpe lanciate a Bush al libro scagliato a Obama.

“Tiro al potente”

«Quello che non mi uccide mi rende forte», disse l’anonimo. E anonimo, almeno per ora, è rimasto l’individuo che durante il discorso di Philadelphia del 12 ottobre ha lanciato un opuscolo addosso a Obama, mancandolo.
Il presidente non se n’è neanche accorto. E nemmeno le guardie del corpo, che in teoria dovrebbero essere in grado in ogni momento di prendersi una pallottola al posto del capo. Ma un libro, evidentemente, è un’altra storia.
L’avvenimento richiama immediatamente alla memoria altri due “storici” lanci all’indirizzo di capi di Stato: le scarpe gettate a George W. Bush in Iraq il 14 dicembre 2008 e il modellino del Duomo di Milano scagliato sul volto del premier Silvio Berlusconi il 13 dicembre 2009 (guarda il video di L43). Qualcosa l’avranno da dire astrologi e kabalisti sulla curiosa coincidenza temporale: in tutti e tre i casi l’attacco volante è stato effettuato nella seconda decade del mese (giorno 12, 13 e 14).

Un gesto di ordinaria follia

Sta di fatto che l’idea di danneggiare fisicamente un potente ha da sempre un suo fascino perverso. Perché chiunque, almeno una volta, ha pensato di tirare qualcosa addosso a un leader odiato, come estremo e tribale atto di contestazione nei confronti del potere. Disse il maestro del cinema surrealista Luis Buñuel: «Darei la mia vita per un uomo che è alla ricerca della verità. Ma di buon grado ucciderei chi pensa di aver trovato la verità».
Le motivazioni dei tre lanci in questione sono però alquanto differenti tra loro. Nel caso della pesante statuetta del Duomo gettata da Massimo Tartaglia, peraltro l’unico dotato di buona mira, si tratta di squilibrio mentale. Altra storia invece è quella dell’iracheno Muntadhar al-Zaidi, il giornalista della televisione egiziana Al Baghdadia che durante una conferenza stampa nella capitale irachena lanciò entrambe le sue scarpe verso l’allora presidente Bush. Conscio del fatto che il pericolo si nasconde nel quotidiano – una volta si era quasi soffocato da solo per colpa di un salatino pacifista incastrato in gola – Bush evitò agilmente entrambi i tiri al bersaglio. «Taglia 10, se interessa a qualcuno», precisò.

Contestazione e guerrilla marketing

Al-Zaidi però non era uno squilibrato. I suoi servizi giornalistici parlavano di vedove e di bambini iracheni rimasti orfani per colpa della guerra portata dagli americani. «Un bacio d’addio dagli iracheni, cane!», scarpa sinistra. «Questa è per le vedove e gli orfani che hai creato in Iraq», scarpa destra.
Le calzature d’altronde nella cultura islamica hanno un significato preciso: anche solo mostrarne la suola è segno di mancanza di rispetto. Lanciarle significa addirittura sconfinato disprezzo. Quel gesto di bruciante ribellione costò al giornalista nove mesi di galera. 
Dell’opuscolo scagliato verso Obama, invece, si sa poco. Sappiamo che il presidente Usa l’ha raccolto dal palco e tenuto come ricordo. C’è chi sostiene che il libercolo sia stato lanciato dall’autore perché Obama lo notasse, una sorta di bizzarro episodio di guerrilla marketing nel già surreale comizio di Philadelphia, durante il quale un 24enne latinoamericano si è messo a correre nudo davanti al presidente per conquistare il milione di dollari messo in palio da un sito web Usa.

Azioni e reazioni

La scarpa, simbolo culturale di uno scontro tra civiltà. Il modellino del Duomo, distorta allegoria della città che ha creato il Berlusconi imprenditore e ferito il Berlusconi capopopolo. E il libretto, atto d’intrusione più che di violenza vera e propria. Tre oggetti, tre diverse reazioni dei potenti. Se Berlusconi tramutò l’incidente in un potente strumento di auto-martirizzazione e comunicazione politica, il Bush di fine mandato scelse l’ironia. Obama, l’uomo della gente, si è chinato a raccogliere. E a leggere. Magari per capirci qualcosa.