Estratto da 'Titanic' di Chiara Geloni

Estratto da ‘Titanic’ di Chiara Geloni

Nel suo nuovo libro l'autrice racconta gli ultimi anni del Pd e tutte le rotture che la stagione del politico fiorentino si è lasciata alle spalle. L43 ne pubblica un brano inedito.

23 Maggio 2019 13.20

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Titanic è il nuovo libro di Chiara Geloni, edito da PaperFIRST by Il Fatto Quotidiano (16 euro). Un'analisi senza sconti e ricca di particolari inediti raccontata da una testimone diretta sulla stagione di Matteo Renzi, sulla scissione del Pd e sulle contraddizioni ancora aperte dopo l’elezione di Nicola Zingaretti. Lettera43.it ne pubblica un estratto.

(Quello che segue allelezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica) è un momento di grande euforia. I giornali preparano i titoli sul «capolavoro di Renzi», i telefonini dei big del Pd scoppiano di messaggi che esprimono il consenso della base sulla scelta fatta e anche il sollievo per la ritrovata unità del partito. «Valanghe di messaggi di gioia», ricorda Speranza, fanno suonare i telefoni di Renzi, di Lorenzo Guerini, di Luigi Zanda e il suo, appoggiati sul tavolo da pranzo a palazzo Chigi dove si sono ritrovati per festeggiare subito dopo il voto. «È incredibile», commenta Renzi, che nonostante la sicurezza ostentata, confessa che fino a pochi giorni prima non si aspettava neanche lui di vivere una giornata così.

Renzi, dopo aver rotto con Berlusconi e stretto il patto con Bersani, non ne trarrà le conseguenze, convinto di poter fare a meno di entrambi, o incapace ancora una volta di essere diverso da se stesso. È il suo vero, sostanziale, fallimento

Una giornata che può essere quella della svolta. In maniera quasi insperabile, il Pd ha di fronte l'occasione, l'ultima probabilmente, per superare tradimenti ed errori, il trauma dei 101 e quello della caduta di Letta, e aprire al renzismo una prospettiva nuova. È una regola della storia italiana e della politica, oltre che della logica: sempre nella vicenda repubblicana l'elezione del presidente ha aperto una fase politica. «In questo caso – osserva Gotor – è accaduto che nonostante ciò che era avvenuto nel 2013 con Marini prima (che i renziani non votarono perché – aveva detto Andrea Marcucci – ‘non parlava inglese') e con Prodi poi, nonostante il voto segreto e la tentazione di rendere pan per focaccia, i 'rancorosi' bersaniani diedero prova di una fattiva ed evidente lealtà che il numero dei consensi ricevuti da Mattarella dimostrava in modo inequivocabile». A questo punto, Renzi è il Napoleone d'Italia, e incredibilmente è proprio qui che inizia a perdere. «Ha pensato di poter schiaffeggiare contemporaneamente Berlusconi, dopo averlo tradito, e Bersani, dopo essercisi accordato – ragiona Gotor – Una cosa priva di logica politica, un peccato di ubris che evidentemente non ha la forza interiore di controllare. Subito dopo, Renzi ricomincia a giocare nel Pd il gioco scissionista amico/nemico, non rendendosi conto che ora sarà molto più debole, perché Verdini non è Berlusconi e l'Italia non è Firenze». Insomma Renzi, dopo aver rotto con Berlusconi e stretto il patto con Bersani, non ne trarrà le conseguenze, convinto di poter fare a meno di entrambi, o incapace ancora una volta di essere diverso da se stesso. È il suo vero, sostanziale, fallimento. Da questo momento Renzi non ha più una strategia forte alla quale appoggiarsi, e nessuno si può più fidare di Renzi. Ha fatto tutto da solo: niente fuoco amico, da nessuna parte.

L'ITALICUM E LE DIMISSIONI DI SPERANZA

«Dimentichiamoci quello che è successo al Senato», dice Speranza a Renzi qualche giorno dopo. La minoranza Pd sta organizzando per marzo un'assemblea all'Acquario romano, che dopo l'elezione di Mattarella può essere l'occasione per una nuova partenza (e invece finirà malissimo. «Matteo, riapri la partita dell'Italicum, torniamo all'accordo raggiunto alla Camera: approviamo due modifiche, togliamo i capilista bloccati, e ti garantisco che al Senato a quel punto la legge verrà approvata come esce da qui». Renzi scuote la testa. Non si fida: «La quarta lettura al Senato sarebbe un Vietnam». Speranza respira; sa cosa può significare la frase che sta per pronunciare, ma la dice ugualmente: «Matteo, guarda che io così non lo voto. Non sto scherzando. Mi dimetto da capogruppo». Renzi ricambia lo sguardo e per un attimo tace. Poi risponde ridendo: «Ma falla finita Bob!».

(…) «Matteo veramente non credeva che mi sarei dimesso», ricorda Speranza tornando con la memoria alla risata che aveva chiuso il suo colloquio con Renzi dopo l'elezione di Mattarella – «ma falla finita Bob!». «Lui era sicuro che mi avrebbe convinto. I nostri rapporti erano sempre stati buoni, era già successo altre volte… Ma io sapevo che in commissione senza di noi non c'erano i numeri. Prevedevo che il capogruppo avrebbe dovuto forzare, forse sostituire i nostri rappresentanti, come puntualmente avverrà qualche giorno dopo. Come ha fatto Renzi a credere che lo avrei fatto ancora lo devo capire», allarga le braccia. Il ragionamento sembra finito, ma poi Speranza lo riprende. «La verità è che lui non capiva. Sul piano culturale non arrivava a comprendere come io potessi lasciare il posto da capogruppo per un dissenso sulla legge elettorale. E questo perché alla fine Renzi non fa i conti con la cultura della sinistra italiana, per cui questione sociale e questione democratica sono due pilastri che vanno tenuti insieme. Io sono un ragazzo di sinistra, sono figlio di una storia; non mi puoi chiedere di votare una legge elettorale che considero incostituzionale: non c'è mediazione possibile per me su questo. Ma Renzi non ha le categorie, la cultura politica per capirlo: il suo è un situazionismo continuo. Anche quella sera, in quell'assemblea, fino all'ultimo, non l'ha capito». Di quel gesto, Speranza non si è mai pentito, ma a domanda diretta ammette che «anche se portare fino in fondo la battaglia sulla questione democratica è stato giustissimo, capisco che nel rapporto col nostro popolo, che si stava allontanando da Pd sarebbe stato più apprezzato e comprensibile arrivare alla rottura sulle questioni sociali. La nostra scelta fu diversa».

Renzi non ha le categorie, la cultura politica per capirlo: il suo è un situazionismo continuo

Ecco il punto di fondo, la ragione che illumina le decisioni, che possono apparire oscillanti, della minoranza parlamentare del Pd. Che ha sempre avuto, fin quando è stato possibile e per alcuni troppo a lungo, l'idea di fondo di rimanere nel partito. Di non fare gesti irrimediabili, di non varcare una soglia senza ritorno. E quindi sulle scelte di governo, le riforme pensate con l'occhiolino strizzato alla destra, ha dato battaglia ma sempre, al di là di scelte individuali e di testimonianza, adeguandosi poi alle decisioni comuni, specialmente nei voti di fiducia. Mentre ha sempre tenuto distinto il piano delle scelte che riguardano le istituzioni: su quelle è andata fino in fondo, fino a trarne (o a doverne trarre) le estreme conseguenze.

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