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I titoli di Stato non sono risk free, prendiamone atto

I titoli di Stato non sono risk free, prendiamone atto

Abbattere questo dogma equivale ad aprire a investitori stranieri. E costringere le banche a diversificare il portafoglio. Tra i nuovi compratori ci sarebbero gli istituti europei e il nostro debito diventerebbe un problema comune.

06 Giugno 2019 17.01

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Da un anno a questa parte lo spread è ritornato prepotentemente protagonista delle cronache finanziarie, si rincorrono notizie gravide di preoccupazione per l’operato del governo e progetti di mondi senza spread, o meglio di sistemi dove non si bada allo spread, evidentemente rassegnati a non vederlo rientrare (o a non voler fare ciò che è necessario per farlo rientrare).

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COME AFFRONTARE IL PROBLEMA SPREAD

Albert Einstein, in Pensieri degli anni difficili rammentava che la «divina curiosità che ogni bambino sano possiede» può venire «precocemente soffocata». La curiosità, principale virtù che usava anche per descrivere se stesso, è necessaria per lo sviluppo della creatività e dell’evoluzione del pensiero. La genialità di Einstein, come di altri celebri geni come Leonardo, è il rifiuto dei dogmi. Ecco allora che il problema dello spread potrebbe essere affrontato e gestito analizzando e, nel caso, demolendo un dogma: quello che vede i titoli di Stato come strumenti privi di rischio. Dal 2011 gli investitori esteri hanno imparato a stare sempre più lontani dai Btp temendo che l’Italia sia prossima a una spirale inarrestabile di aumento del debito e mancanza di crescita.

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UNA TUTELA PER IL RISPARMIO

Secondo la disciplina vigente i titoli di Stato nei portafogli delle banche sono considerati titoli a rischio zero (risk free). Questo rappresenta un incentivo per le banche a utilizzarli per allocare le loro riserve (quando comprano altri titoli, infatti, devono poi valorizzarli con “sconto” proporzionato al rischio, riducendo il valore del loro patrimonio). Questo incentivo ha un risvolto positivo: i titoli di Stato rappresentano infatti la destinazione classica dei risparmi dei cittadini e il fatto che le banche ne conservino quantità importanti nei loro portafogli rappresenta una tutela perché rendono meno volatili i prezzi di quei titoli. È come se ci fosse un azionista di riferimento che, a prescindere dalle variazioni di prezzo, mantiene le sue azioni.

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L’INCESTO BANCHE-STATO

Negli anni si è però instaurato un meccanismo perverso: dal 2011 gli investitori esteri hanno imparato a stare sempre più lontani dai Btp temendo che l’Italia sia prossima a una spirale inarrestabile di aumento del debito e mancanza di crescita. Così le banche italiane sono corse in soccorso del Tesoro, comprando fette sempre maggiori del debito pubblico, sotto forma di titoli di Stato. Risultato: si è creato un incesto banche-Stato dove i problemi delle une contagiano l’altro e viceversa. Senza contare che la sussistenza che le banche hanno saputo offrire allo Stato potrebbe spiegare la blanda vigilanza a cui sono state sottoposte, come emerso nei svariati crack bancari di questi ultimi anni.

IL RISCHIO VOLATILITÀ

Da diverso tempo alcuni Paesi dell’eurozona propongono di prendere atto della realtà, e identificare i titoli di Stato non più come risk-free, in fondo è palese che un rischio ci sia, se non altro il rischio volatilità: la stagione degli spread ha mostrato quanto i prezzi possano cambiare nel tempo. L’Italia, qualunque sia il colore del governo in carica, si è sempre ribellata con energia a questa idea, perché togliere il risk-free svaluterebbe le riserve delle sue banche (dovrebbero applicare uno “sconto” al valore dei titoli, non considerandoli più come strumenti privi di rischio) costringendo le banche a ricapitalizzarsi. Ricapitalizzare le banche è certamente un problema, tuttavia consentire loro di non ricapitalizzarsi non sembra aver funzionato molto: tutti i crack bancari e le forti crisi nel settore sono venute innanzitutto dal fatto che le banche si sono scoperte sottocapitalizzate.

LA PROPAGANDA ITALIANA SMONTATA DAL CASO TEDESCO

La narrativa secondo cui la migliore difesa per il nostro debito pubblico è fare in modo che sia tutto nelle mani di investitori italiani è pura propaganda, basta guardare la Germania che offre rendimenti negativi sui titoli fino a 15 anni di durata, eppure ha metà del suo debito detenuta da investitori esteri. Parliamo di un’economia che oggi ha un rapporto debito/Pil di circa il 60%, il che significa che il patrimonio privato destinato a sottoscrivere il debito pubblico è pari al 30% del Pil, il resto sono risorse libere di essere investite al meglio, o libere di alimentare l’economia attraverso i consumi.

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CRESCITA E DOMANDA INTERNA SOFFOCATE

In Italia i governi lamentano la scarsità di domanda interna e promettono di rivitalizzarla (quota 100 e Reddito di cittadinanza sono gli ultimi, ahimé sterili, tentativi in merito), ma oggi più di tre quarti del debito pubblico è detenuto da investitori italiani, significa che il capitale privato costretto a fare risparmio per sottoscrivere il debito pubblico è pari a oltre il 100% del Pil. Come la riaccendi la domanda interna se condanni il Paese a mantenere inchiodato nel risparmio un capitale complessivo superiore alla produzione annua? È un controsenso, ovviamente, purtroppo non così evidente. L’idea che un debito pubblico sottoscritto da soli patrioti sia inattaccabile solleva dalla preoccupazione dello spread, ma non tutti riescono a vedere la vera contropartita: la condanna alla crisi permanente, perché così si strozza ogni velleità di crescita.

LIBERIAMOCI DELL’HOME BIAS

Se abbattessimo il dogma del risk-free, e scegliessimo di cavalcare la tigre del cambiamento daremmo invece vita a nuovi meccanismi: insieme alla riforma del risk-free viene infatti richiesto di imporre alle banche di diversificare il proprio portafoglio, accantonando il cosiddetto home bias (la tendenza a comprare titoli del proprio Paese). Oggi le banche francesi comprano titoli francesi, quelle italiane, i titoli italiani e così via.

VERSO UN DEBITO E UNA FISCALITÀ EUROPEI

Facendoci promotori, anziché subire una normativa che ci trovi impreparati perché arroccati all’opposizione, faremmo innanzitutto un primo essenziale passo verso la possibilità di creare un debito europeo e una fiscalità comune, che per un Paese fragile come il nostro è un esito vantaggioso. Inoltre, anche se le banche italiane saranno costrette a vendere parte dei loro Btp per diversificare il portafoglio, avremmo una lunga lista di nuovi compratori del nostro debito: le banche di tutti gli altri paesi dell’eurozona, rendendo uno dei nostri problemi nazionali un problema comune. Questo inoltre toglierebbe dal tavolo un altro elemento odioso: l’incentivo a salvare le banche coi soldi pubblici, che è uno degli effetti tipicamente figli di quell’incesto banche-Stato che si è venuto a creare nel sistema attuale. «Sono assolutamente convinto che nessuna ricchezza al mondo possa far avanzare l’umanità, neppure se è nelle mani dei più fedeli lavoratori per questa causa. L’esempio di personaggi grandi e puri è l’unica cosa capace di produrre idee illustri e azioni nobili. Il denaro richiama solo l’egoismo e induce sempre, irresistibilmente, chi lo possiede ad abusarne». Lo diceva sempre lui, quel geniaccio irriverente che rispondeva al nome di Albert Einstein.

*dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario

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