La tivù ai tempi del Covid-19 è una fucina di nuovi mostri

Peppino Caldarola
08/04/2020

Costretti a casa dalle restrizioni dobbiamo scegliere fra un talk o una serata con Panzironi, fra l’ennesimo programma di cucina o l’ennesima volta che Lilli Gruber intervista Travaglio. È meglio un documentario che un‘ora ad ascoltare gente che non sa oppure che sa e che deve rispondere sempre alla stessa domanda.

La tivù ai tempi del Covid-19 è una fucina di nuovi mostri

Non so voi, ma io salto a piè pari tutti i talk tivù in cui si parla di coronavirus. Lo schema è uguale per tutti. Il collegamento dal punto più “caldo”, un paese, un ospedale, una casa di riposo, testimonianze che passano di rete in rete, con conduttori che interrompono sempre gli inviati e i loro ospiti, ospiti in studio rigorosamente incompetenti tranne i virologi che ormai passano h24 la loro giornata in televisione a dire che la curva è discendente, che non bisogna farsi illusioni, che il vaccino verrà fra otto-dieci mesi, che alcuni farmaci si sono rivelati adatti.

E i famosi conduttori, spalleggiati da colleghi amici, che tirano la volata a chi sta a loro più simpatico. Tutti venuti giù dalle stelle. Come quella conduttrice napoletana che si è stupita dei successi del Cotugno. O di quell’altra che fa la versione televisiva del Fatto quotidiano.

In genere i conduttori non fanno parlare, hanno sempre da dire l’ultima e sopraffanno anche gli scienziati. Poi ci sono gli ospiti civetta, quelli che servono a fare casino, il sindaco di Messina, Luttwak di cui da decenni si cerca di capire la competenza, e fra i più gettonati quello che sa meno di tutti e meno di niente cioè Matteo Salvini. Adesso va molto anche Matteo Renzi che vuole riaprire tutto e subito, perchè gli altri titubano. Se gli altri volessero riaprire tutto, Renzi tituberebbe.

IN TIVÚ SI RIPETE UNA LITANIA DEI NUOVI MOSTRI

In questa Italia che mi fa sempre più innamorate per la quantità di persone belle che stanno combattendo senza un’ora di riposo e in cui si sta tirando su il ponte di Genova, la tivù ci porta davanti il film dei nuovi mostri. Quelli, cioè tutti, costretti a casa dalle restrizioni devono scegliere fra un talk o una serata con Panzironi. Fra l’ennesimo programma di cucina o l’ennesima volta che Lilli Gruber intervista Marco Travaglio come fosse madame Curie.

È meglio un documentario che un‘ora ad ascoltare gente che non sa oppure che sa e che deve rispondere sempre alla stessa domanda

L’informazione in Italia non si è complessivamente comportata male. La comunicazione è andata peggio, basta pensare al governo, al duo buffo che guida la Lombardia, ai messaggi contradittori. Quello che appare chiaro è che nella Fase 2 dovete, cari inventori di palinsesti, cambiare registro. È meglio un documentario sul parco di Yellowstone che un‘ora ad ascoltare gente che non sa oppure gente che sa e che deve canale dopo canale rispondere alla stessa domanda che il più delle volte non può avere una risposta certa. In questa crisi ci siamo inventati le cantate alla finestra, le sirene spiegate della polizia davanti agli ospedali, i medici che applaudono i guariti. Possibile che solo la televisione sia sempre la stessa?