Toni Iwobi da leghista doc a fuoriuscito, una parabola che preoccupa Salvini

Andrea Muratore
31/01/2024

Primo senatore nero della storia della Repubblica, idealtipo del migrante regolare che aizzava la folla del pratone di Pontida, è stato l'ideatore di slogan iconici come “Stop Invasione”, “Aiutiamoli a casa loro”, “Chiudiamo i porti”. Adesso è passato in Forza Italia. Un campanello d'allarme per Matteo: la disaffezione avanza anche tra gli ex fedelissimi. E lo smottamento nelle roccaforti è inarrestabile.

Toni Iwobi da leghista doc a fuoriuscito, una parabola che preoccupa Salvini

«Buongiorno padani!». Il saluto di Toni Iwobi davanti al pubblico di Pontida con cui, ogni anno, l’ex leghista passato in Forza Italia era solito arringare il “sacro pratone” del Carroccio era diventato iconico. “Toni” lo chiamavano tutti per nome: primo senatore nero della storia della Repubblica, si è trasferito ora nel partito fondato da Silvio Berlusconi in un quadro di smottamenti degli scontenti di Matteo Salvini verso altri lidi, un anno e mezzo dopo la mancata ricandidatura al Senato alle Politiche del 2022. Ma chi era, anzi chi è, costui?

Toni Iwobi da leghista doc a fuoriuscito, una parabola che preoccupa Salvini
Toni Iwobi aizza il pubblico di Pontida (Imagoeconomica).

Nato in Nigeria, ha vissuto nella bassa e profonda Bergamasca

Iwobi è stato il volto felpato (non in senso d’abito) del salvinismo. Il leghista convinto fino al midollo divenuto emblema dell’idealtipo del «migrante regolare». Elevato a simbolo dallo stesso segretario, è stato capace a lungo di portare avanti con toni non urlati le più dure e divisive campagne del fu Capitano. Nato nel 1955 a Gusau, in Nigeria, 10 fratelli, figlio di una coppia anglofona e cattolica, è arrivato nel 1976 in Italia dopo aver studiato negli Stati Uniti, con un passaggio all’Università per stranieri di Perugia. Ha vissuto a Spirano, piccolo centro della bassa e profonda Bergamasca dove si è formato come figura professionale e politica. Lì dove l’impresa è la palestra sociale e il lavoro il vero metro di giudizio il “leghismo”, un’espressione dell’identità territoriale prima ancora che una vocazione politica. Nella cittadina amministrata a lungo dall’amico Giovanni Malanchini, oggi consigliere regionale, Iwobi ha servito da consigliere comunale fin dal 1993 seguendo le teorie di Gianfranco Miglio sull’autonomia fatte proprie da Umberto Bossi.

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Toni Iwobi stringe la mano a Umberto Bossi (Imagoeconomica).

«Ho scelto la Lega per il federalismo. Nel Terzo mondo funziona»

«Ho scelto la Lega per il federalismo. Io vengo da un Paese cosiddetto del Terzo mondo, con mille contraddizioni, ma da quando la Nigeria ha applicato il sistema federalista le cose funzionano», diceva nel 2013. Mentre lavorava in diversi settori, facendo lo stalliere prima e il dipendente della municipalizzata milanese dei rifiuti Amsa poi, Iwobi ha coltivato la politica locale a Spirano, tipico centro della roccaforte verde della Lega, vivendo come «bergamasco tra i bergamaschi». Ossia facendo impresa. Nel 2011 ha fondato una società di informatica, la Data Communication Labs, che forniva servizi all’ospedale di Treviglio. Nel 2013 ha tentato un assalto al Consiglio regionale della Lombardia in un anno duro per il Carroccio, che elesse Roberto Maroni solo grazie al traino della sua civica, senza risultare eletto.

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Toni Iwobi è entrato in Senato nel 2018 (Imagoeconomica).

Gli slogan sui clandestini sarebbero farina del suo sacco

A far svoltare la carriera di Iwobi è stato, indubbiamente, l’incontro con Salvini, che asceso alla guida della Lega l’ha posto nel 2014 a capo del dipartimento Immigrazione del partito. Iwobi ha espresso, dal pulpito salviniano, una serie di tesi divenute storiche. Il suo volto da testimonial ha messo il marchio dell’immigrato «che ce l’ha fatta» sugli slogan diventati agenda di governo quando, nel Conte I, Salvini approdò al Viminale: “Stop Invasione”, “Aiutiamoli a casa loro”, “Chiudiamo i porti” sono, secondo la narrazione dominante nel campo leghista di Pontida e dintorni, farina del sacco di Iwobi.

L’elezione in Senato nel 2018 grazie al boom del Carroccio

Toni ha sposato pienamente il salvinismo sul triplice fronte dell’identitarismo, della lotta all’immigrazione clandestina, del cattolicesimo conservatore. Così è giunta, sull’onda del boom leghista alle Politiche del 2018, l’elezione a Palazzo Madama. Primo senatore nero della storia repubblicana, Iwobi è stato uno dei massimi e più attivi sostenitori di politiche di chiusura delle frontiere e sovranismo spinto promosse da Salvini. Nel settembre 2018 ha esaltato il messaggio mandato da Donald Trump alle Nazioni Unite e due mesi dopo combattuto il “Global Compact” sulle migrazioni dell’Onu definendo migliore per la gestione dei flussi migratori la stipulazione di accordi bilaterali tra Paesi di partenza e Stati di arrivo dei migranti.

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Toni Iwobi scherza in parlamento con Vittorio Sgarbi e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

A parte da Balotelli, non ha mai subito grossi attacchi

Iwobi non si è distinto, nel corso del suo percorso al Senato, per particolari acuti. Ha seguito fedelmente Salvini. Ha provato a sostenere la bontà dell’immigrazione regolare in antitesi a quella “selvaggia” clandestina, cercando di non sparare numeri in libertà. Ha attaccato la crescita di critiche nei suoi confronti parlando di «presunti antirazzisti», anche se a parte Mario Balotelli«Forse sono cieco io o forse non gliel’hanno detto ancora che è nero» – non c’è stata traccia di una serie di attacchi di persone in vista per la sua militanza nella Lega. In poche parole, è stata una valida truppa dell’establishment salviniano finché al leader del Carroccio il vento è soffiato in poppa. Un uomo tra molti, un leghista organico la cui maggior particolarità, l’essere il primo senatore d’origine africana in un partito della destra sovranista, esaurendosi non ha prodotto grandi strascichi in termini di rilevanza politica.

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Toni Iwobi a un flashmob pro Salvini (Imagoeconomica).

Il trend degli addii, dopo quello di Zambelli, fa riflettere Salvini

La sua parabola, dopo il clamore della rapida ascesa, si è conclusa in sordina: Iwobi non è stato ricandidato dalla Lega nel settembre 2022. Finito l’effetto-novità del 2018, ecco la chiusura a riccio del Carroccio, pronto a subire il sorpasso di Fratelli d’Italia e chiamato a mediare tra varie anime. Nel proporzionale, a Bergamo, il posto blindato al Senato era per un leghista di primissimo rango come Roberto Calderoli e Iwobi ha dovuto lasciar spazio. Il politico nato in Nigeria e diventato seguace di Miglio prima e Salvini poi ha fatto passare il tumultuoso 2023 per annunciare l’addio e il passaggio al campo azzurro. Un trend che tra gli ufficiali leghisti di medio livello inizia a consolidarsi, inaugurato in Lombardia dall’addio dell’eurodeputata Stefania Zambelli, e che fa riflettere. Non deve far parlare, oggi, l’addio dell’Iwobi primo senatore nero della storia d’Italia. Piuttosto la disaffezione per la Lega di chi, per un decennio, è stato salviniano nell’animo e nello spirito inizia a dire molto sul cedimento del Carroccio nelle sue roccaforti storiche. Il lento logoramento di Salvini passa anche per addii carichi di significato come quelli di “Toni”. Da “Buongiorno Padani” ad “Addio Padani” il passo è breve.