Torna l’incubo bolla

Redazione
19/10/2010

di Mario Margiocco Christopher Whalen ne è convinto. Per il co-fondatore della società di consulenza di rischio Risk Analytics, una...

Torna l’incubo bolla

di Mario Margiocco

Christopher Whalen ne è convinto. Per il co-fondatore della società di consulenza di rischio Risk Analytics, una delle menti finanziarie più stimate negli Usa, l’aver rinviato i problemi della solvibilità delle banche, camuffandoli per problemi di liquidità, sta portando gli Stati Uniti a una seconda crisi bancaria, strettamente legata, come quella del 2007-2008, alla catastrofe dei mutui immobiliari. Un temporeggiare che potrebbe costare caro al Paese, che rischia di ritrovarsi al centro di un’altra crisi nel 2011.
Il crollo del mercato immobiliare  americano, infatti, continua e, per alcuni versi, accelera. Da tempo ad andare in default non sono più solo i subprime, i mutui concessi su spinta della politica a chi non aveva garanzie sufficienti per pagarsi la casa. Disoccupazione e caduta dei valori immobiliari hanno ampiamente colpito anche altre classi di mutuatari, che hanno perso il lavoro o più spesso ancora si trovano con 500 mila dollari di mutuo trentennale su una casa che ne vale meno di 400 e gettano la spugna.
Un sistema di rate a due tranches, più basse nei primi anni e più alte dopo, continuerà a far scattare aumenti fino a 2012 inoltrato, come previsto (vai alla fonte), e ogni aumento è un incentivo per molte famiglie a non pagare più le rate.
L’amministrazione Obama, che molto ha fatto per le banche, ha invece pensato poco ai mutuatari, non affrontando il nodo cruciale del crollo dei prezzi, con risultati il cui fallimento era già stato ampiamente anticipato (vai alla fonte). E ora deve raccoglierne i cocci.
Alla fine, se i recentissimi calcoli di esperti accreditati sono vicini al vero, uno ogni cinque dei 60 milioni di mutui immobiliari in essere finirà in pignoramento (vai alla fonte), il doppio quindi dei 7 milioni previsti dagli stessi analisti un anno fa  (vai alla fonte).

I titoli subprime spaventano ancora le banche

Negli Stati Uniti 60 milioni di unità familiari o individui pagano rate su un totale di 9,8 mila miliardi di mutui, di questi 9 mila sono mutui primari. Vi sono poi secondi mutui per 800 miliardi, e sul totale i subprime, che stanno decrescendo, ammontano ora a circa 700 miliardi.
Se un quinto del totale, cioè circa 2 mila miliardi, o anche solo un settimo, cioè circa 1.500 miliardi, non paga più, per le banche è crisi drammatica, così come per le megafinanziarie pubbliche Fannie e Freddie che stanno da molti mesi acquistando sul mercato secondario il 95% dei mutui poi come sempre cartolarizzati, garantiti e in parte rivenduti.
Le banche hanno soprattutto Mbs e Cdo legati all’immobiliare e creati prima del 2007-2008, quando erano la brillante e redditizia risposta di Wall Street alla fame di mutui.
Più una banca è piena di titoli legati in vario modo all’immobiliare, e circa metà del portafoglio bancario americano lo è, più è a rischio.
In un sistema dove cartolarizzazioni spinte, derivati e leggerezze legali hanno alla fine reso spesso complicato sapere di chi effettivamente è la casa pignorata, e a quale prodotto di ingegneria finanziaria alla fine fa capo, e per che quota.
La confusione normativa che sta bloccando o ritardando molti pignoramenti impone, tra l’altro, emorragie aggiuntive per banche che dal deprezzamento dei valori immobiliari perderanno, rispetto al valore a libro dei titoli in portafoglio, certamente molto più di 1000 miliardi di dollari.
«E se si tiene conto che la capitalizzazione di borsa del sistema bancario è di circa 1000 miliardi, si ha la dimensione del problema», ha sottolineato Whalen.

Wells Fargo e Bank of America sull’orlo del fallimento

Secondo l’economista americano, almeno due grandi banche Usa saranno presto in agonia, schiacciate dal peso delle insolvenze immobiliari. È solo questione di mesi.
Sono Wells Fargo e Bank of America: oltre ai titoli tossici già in portafoglio, hanno acquistato tre enormi bagnarole piene di Mbs e Cdo come Countrywide, Merril Lynch e Wachovia. Meno drammatica la situazione di JP Morgan, che ha imbarcato tutta la spazzatura di Bear Sterns, ma non molto di più. Per Whalen «sarà necessario ristrutturarle».
E le nazionalizzazioni e ripuliture bancarie che Washington non ha voluto finora fare per i grandi istituti di Wall Street, riservandoli invece a circa 300 istituti minori di provincia, diventeranno difficilmente evitabili.

La gestione della crisi: tra finanza e politica

La linea seguita dalla triade Ben Bernanke, presidente Fed, Larry Summers, superconsigliere economico, e Tim Geithner, ministro del Tesoro, per gestire la crisi, è stata quella di guadagnare tempo per consentire alle banche di colmare gradatamente l’ancora incalcolato, ma certamente ingente, monte perdite.
Ma non è più possibile temporeggiare, come sostiene, sulla stessa linea di Whalen, anche Nouriel Roubini, l’economista che aveva anticipato la crisi del 2008, oltre a numerosi altri esperti.
Da qui gli stress test, la politica monetaria con denaro a costo zero, e la dichiarazione fatta un anno fa di avere “salvato la situazione”. Un’operazione finanziata assai più dalla Fed che dal programma Tarp, gestito dal Tesoro e valutato, per ora, attorno ai 2 mila miliardi di dollari di sostegno diretto (vai alla fonte).
Il Tesoro ha sbandierato il costo minimo della Tarp, poche decine di miliardi, come un grande successo, ma è solo propaganda.
Lo stesso Paul Volcker, ex presidente Fed e l’uomo di banca e finanza più rispettato d’America, ha sollevato seri dubbi.
«Il sistema è in bancarotta», ha detto il 23 settembre parlando alla Fed di Chicago, riferendosi in particolare al credito immobiliare, che è il cuore della finanza americana (vai alla fonte). «Potevamo usare il termine bancarotta a fine 2008, e purtroppo possiamo usarlo ancora», ha detto Volcker.
Il vecchio economista, consigliere part time di Obama, è notoriamente insoddisfatto per la legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank dai due cosponsor, che ha buoni principi ma rischia di essere inefficace. E a Wall Street si sta garantendo che lo sia.
Ma le parole pronunciate a Chicago sono o dovrebbero essere più che allarmanti per la Casa bianca. Che cosa è stato fatto finora? Per Whalen, Geithner e Summers hanno “venduto” al presidente una linea che di fatto ha mirato assai più a salvare gli attuali gruppi dirigenti delle banche, che anche quest’anno hanno distribuito 144 miliardi di dollari come bonus, che non il sistema finanziario e quindi il Paese.

Anche l’Europa teme il crack

La ricetta che propone Whalen per ridare fiato al sistema bancario e finanziario americano prevede, entro i prossimi due anni, la nazionalizzazione per breve tempo degli istituiti di credito in crisi, la separazione fra banche in grado di procedere e “bad bank”, e una liquidazione di quest’ultime.
Una strategia adottata già in Europa da Gran Bretagna, Germania, Francia, Olanda e Belgio soprattutto, ma pure negli Stati Uniti, visto che la stessa Fdic (Federal deposit insurance corporation) negli ultimi due anni la sta applicando per circa 300 istituti minori.
L’Europa, anche se ha fatto alcune mosse giuste, deve però ancora affrontare alcuni passaggi cruciali. Fondamentale quello della tenuta finanziaria della Spagna, che veramente può sbancare l’euro, date le sue dimensioni.
Non sarà una passeggiata, visto che il Vecchio continente è afflitto dai problemi dell’euro e sarebbe inevitabilmente coinvolto dal ritorno di una bolla bancaria americana.
Negli Stati Uniti la portata della crisi sarebbe anche politica. Visto il deludente risultato, come giustificherà Obama i 2000 miliardi di spesa diretta sostenuti finora a sostegno delle banche.
Potrà chiedere ancora ai contribuenti? E come spiegherà una strategia che non ha messo la finanza al primo posto, riservato invece a una rinviabile riforma sanitaria dal dubbio effetto?
Come riuscirà a invertire marcia? A chi si affiderà? Della vecchia squadra molto amica di Wall Street resta a Washington, in fondo, il solo Geithner. E non per molto. Il profondo nervosismo che i guai finanziari generano nell’elettorato si farà sentire il 2 novembre, al voto per Congresso e governatori.

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