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Sfida Johnson-Hunt per la leadership Tory e Downing Street

Sfida Johnson-Hunt per la leadership Tory e Downing Street

Tra tutti i candidati del partito conservatore per la successione alla May, i due hanno ricevuto la maggior parte dei voti dei deputati.

20 Giugno 2019 19.37

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Sarà una resa dei conti fra i due ultimi inquilini del Foreign Office, Boris Johnson e Jeremy Hunt, a decidere il nome del prossimo leader Tory e futuro primo ministro britannico sul crinale della Brexit. La corsa per la successione a Theresa May ha esaurito la sua macchinosa fase preliminare, quella delle votazioni segrete e delle manovre di palazzo in seno al gruppo parlamentare del partito di governo, e il verdetto è stato emesso: al ballottaggio di fronte alla base dei 160 mila iscritti, chiamati a votare dalla settimana prossima attraverso uno scrutinio postale il cui esito verrà annunciato dopo il 22 luglio, si allineano i due più pronosticati.

JOHNSON GRANDE FAVORITO

L’uno, Johnson, 55 anni appena compiuti, istrionico e popolare quanto divisivo ex titolare degli Esteri ed ex sindaco di Londra, indossa i panni del favoritissimo; l’altro, Hunt, 52 anni, figlio di un ammiraglio della Royal Navy, ex businessman e ministro di lungo corso, si presenta all’appuntamento della vita con l’etichetta da sfidante “serio” e nulla o quasi da perdere. Al ballottaggio si arriva dopo cinque scrutini condotti fra i 313 deputati conservatori per scremare gradualmente la lista iniziale dei 10 aspiranti.

GLI SCONFITTI DELLA CORSA

Caduto Rory Stewart, il solo vero moderato rimasto in pista, contrario all’ipotesi anche solo teorica di una traumatica uscita dall’Ue senz’accordo (no deal), gli ultimi round hanno suggellato l’esclusione di due figure simbolo: dapprima il ministro dell’Interno, Sajid Javid, figlio d’immigrati pachistani musulmani e unico profilo estraneo alle elite dei rampolli bene allevati in scuole private come Eton e università come Oxford; poi quello dell’ambiente, Michael Gove, sodale di Johnson nella campagna referendaria pro Leave del 2016 e già protagonista tre anni fa di un clamoroso tradimento dell’undicesima ora, che allora costò all’ex amico la fine del sogno di Downing Street. Gove, dato in rimonta, non ce l’ha fatta per appena due schede rispetto ad Hunt e il sospetto dei suoi è che qualche ‘johnsoniano’ abbia votato alla fine in modo tattico allo scopo di tenerlo fuori: per evitare una resa dei conti scomoda e consumare la vendetta a freddo.

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