Totti, da Pupone a piagnone il passo è breve

Gea Scancarello

Totti, da Pupone a piagnone il passo è breve

La conferenza stampa dell'ex capitano della Roma? Un delirio pubblico sotto forma di manie di grandezza, tortura della sintassi, vittimismo e sdilinquimento di massa (soprattutto dei giornalisti).

17 Giugno 2019 18.07
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Ma perché non il Colosseo? Piazza del Quirinale, l’Altare della patria? Cos’è questo sfoggio di modestia? Il Salone degli Onori del Coni, capirai: ci fanno persino i convegni sul doping. Ci vanno ministri, premier, presidenti: per l’Imperatore è robetta.

D’altronde, anche la tivù pubblica è stata parca: diretta su RaiDue e speciale a seguire. A guardarla bene, una scelta strategica: con 250 giornalisti accreditati (spunta dalle cronache anche il nome di Giovanni Floris: si capisce, son tifosi) la vera notizia non poteva che essere il delirio pubblico, sotto forma di manie di grandezza, tortura della sintassi e sdilinquimento di massa, della conferenza stampa di addio di Francesco Totti.

IL SECONDO ADDIO DEL CAPITANO

Di addio dopo l’addio: perché già il suo bagno di folla, due anni fa, il capitano se l’era preso. E tutti a piangere, a commuoversi, a stringersi intorno a lui; nessuno a dire che, insomma, alla fine alla sua età, con la sua frequenza di gioco, e nonostante il talento, ci poteva anche stare. Che non dare qualche milione all’anno a qualcuno che gioca qualche minuto all’anno per un’azienda poteva essere anche una scelta comprensibile. Forse persino giusta. Ma siamo tutti emotivi con gli investimenti degli altri, e la verità è che, come uomo immagine, Totti poteva essere un grande investimento: da calciatore, e persino da dirigente. Infatti lo hanno tenuto, nonostante i libri e gli shooting e gli screzi, fino al secondo addio di oggi: quello a reti semi-unificate, come un evento pubblico di rilevanza nazionale.

TOTTI AVEVA BISOGNO DI SENTIRSI DIRE: BRAVO FRANCE’

Totti parla, l’Italia risponde. E, soprattutto, non fa domande. A partire dall’unica veramente necessaria: esattamente cosa voleva Francesco Totti oggi, oltre che ribadire quanto è indispensabile? («Se c’hai due come Totti e De Rossi gli fai fare tutto, gli dai in mano tutto»). Forse annunciare che si è tolto di tasca i quattrini per comprare la squadra, o ha fatto una cordata con amici suoi, con Giovanni Malagò che gli concede gli onori del Coni, o con Walter Veltroni che ne scrive a quotidiani unificati? Voleva chiamare a una sollevazione di massa, lanciare una colletta per riprendersi il club, onorare Daniele De Rossi dopo i veleni recenti? Intendeva chiedere pubblicamente una promozione col sostegno delle masse? Macché. France’ aveva bisogno di sentirsi dire che è bravo, che è onesto, che è insostituibile.

IL TOTTICENTRISMO DEL PUPONE

Noialtri andiamo dall’analista per ricomporre i pezzi dei nostri sogni e delle nostre storie finite. Lui chiama i giornalisti per mettere in scena una commediola della verità: io vi dico la mia, e voi vi stupirete di quanto sono ancora puro e unico. Il vittimismo paga, specie in vernacolo, prova ultima del candore dell’individuo: «Staccarsi è un po’ come morire» (ma domani si rinasce a Ibiza); «Pe’ questo club sono sempre stato un peso» (da 84,25 milioni netti in 21 anni, per la precisione), «Non è stata colpa mia, non mi hanno dato la possibilità di esprimermi» (e fate finta che un cronista non mi chiamasse ogni mezz’ora per mettermi in prima pagina). Nell’orizzonte di Totti, il contratto sociale è il credito sempiterno che gli deve essere riconosciuto per aver creduto nella Roma ed essersi dedicato alla squadra per tutta la carriera. Una specie di universo limitato dei rapporti, nobilissimo e privilegiato: valesse anche per il resto del mondo, le fabbriche sarebbero di proprietà degli operai che ci lavorano, illicenziabili. E non sarebbe nemmeno così male.

IL TRIONFO DELLA SUDDITANZA DEI GIORNALISTI

Ma è vagamente imbarazzante il numero dei cronisti in sala – qualcuno si presume licenziato, spernacchiato, sfruttato dal capo e mal pagato, e per questo forse empatizzante con Totti – arrivato per assistere a un privato cittadino, ancorché amato e di fama, che dà le dimissioni da un’azienda, ancorché amata e di fama. È incredibile la sudditanza, l’esaltazione dell’eroe (è il momento più alto del calcio recente, ha detto qualcuno: e noi che pensavamo fosse la rovesciata di Cristiano Ronaldo in Champions), l’assenza di pensiero critico o persino di provocazioni. Non uno ha alzato la mano per chiedere al fu capitano se non pensava di avere un po’ esagerato: per dire quale cattivone fosse James Pallotta si poteva anche fare un’intervista, scrivere un comunicato, a voler esagerare persino un altro libro. Si dirà che sono il tifo, il cuore, l’appartenenza a costringerci a questa ridicolaggine. Non è vero, non per tutti almeno. Si tratta, molto più banalmente, di una malcelata subalternità: al potente, al famoso, al mito. Si prova a mascherarla con la notiziabilità: ma i congiuntivi al loro posto rivelano l’inganno.

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Commenti: 7

  1. una domanda scomoda c’è stata, veramente: quando gli hanno chiesto se ci fosse almeno un particolare per il quale ringraziare Pallotta, come a dire “possibile che non ti andasse bene proprio niente, France’?”

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