Tramonto liberale

Francesca Rolando
21/12/2010

A Londra e Berlino è crisi delle coalizioni di governo.

Germania e Regno Unito. David Cameron e Angela Merkel. I cristiano-democratici e i Tory: due partiti che per governare hanno dovuto unirsi, rispettivamente con il Fdp, il partito liberale tedesco, capitanato da Guido Westerwelle, e con i liberal-democratici di Nick Clegg. Unioni di convenienza, più che d’amore. Celebrate in nome della stabilità della nazione.
IL RISCHIO DEL COMPROMESSO. E come in ogni accordo che si rispetti, è necessario fare concessioni qua e là, mandare giù bocconi amari, accettare di sorvolare su alcuni temi ritenuti vitali per il proprio partito e, soprattutto, per il proprio elettorato. Che spesso non perdona. Non sorprende, dunque, che due delle più importanti coalizioni europee scricchiolino sotto il peso di troppi compromessi. E a pagarne le spese sono i coinquilini liberali. «I partiti in questione», ha spiegato a Lettera43.it Raffaele Matarazzo, ricercatore presso l’Istituto di Affari Internazionali (Iai) di Roma, «hanno accettato alleanze in vista di contropartite che, per ora, sono state disattese. La legge elettorale proporzionale per i liberal-democratici britannici da un lato, la riduzione della pressione fiscale e una maggiore attenzione al welfare per l’Fdp tedesco, dall’altro».

Gran Bretagna, Cable all’attacco

Vince Cable, numero due dei libdem, il 21 dicembre ha minacciato di far cadere il governo britannico. Le sue parole sono state registrate da un giornalista del Daily Telegraph sotto copertura e hanno creato grande scalpore: il vice di Clegg ha detto di avere in mano «l’opzione nucleare» e di sentirsi in «combattimento come in guerra».
NESSUNA MARCIA INDIETRO. Appena venute alla luce le sue dichiarazioni, ha riferito il Guardian, Cable è stato costretto a scusarsi. Si è detto «imbarazzato» ma non ha fatto marcia indietro sui contenuti. Una vera e propria gaffe, giunta tre settimane dopo la minacciata astensione in occasione del voto sulle tasse universitarie. Al di là delle reali intenzioni di Cable, ha segnalato il Guardian, ciò che preoccupa è la capacità della coalizione al governo di rimanere compatta fino alle prossime elezioni, fissate per il maggio 2015.

Nick Clegg, il nuovo «Giuda»

Nel Regno Unito a maggio è successo l’impensabile. Il governo guidato dal premier conservatore David Cameron, 44 anni, e dal vicepremier liberaldemocratico Nick Clegg, 43 anni, è infatti il primo esecutivo di coalizione dai tempi della Seconda Guerra mondiale. Per di più formato dall’unione di due partiti, quello liberal-democratico e quello conservatore, caratterizzati da filosofie politiche molto differenti.
INIZI PROMETTENTI. «Formeremo un nuovo tipo di governo» aveva assicurato Clegg, «spero che sarà il debutto di un nuovo modo di fare politica: diversa, plurale, e nella quale uomini politici di diversa provenienza si uniscono e superano le loro differenze per fornire un miglior governo per il bene dell’intero Paese». A pochi mesi di distanza, quelle di Clegg sono rimaste solo parole. Ormai definito «Giuda» dai suoi colleghi di partito, il vicepremier è visto come un traditore, un voltafaccia. Ciò che non gli si perdona è la posizione assunta sulla riforma delle tasse universitarie. Proprio lui, in campagna elettorale, aveva garantito che non avrebbe mai accettato un aumento delle rette che, invece, sono addirittura triplicate, nel quadro delle misure di austerity di 81 miliardi di sterline di tagli imposti dal governo per uscire dalla crisi (leggi l’articolo sulle Spending Review) e risanare un debito pubblico alle stelle (20,7 miliardi di sterline).

Libdem scesi all’11% delle preferenze

Non sorprende che siano proprio gli studenti quelli più arrabbiati (leggi la cronaca degli scontri di Londra per l’aumento delle tasse universitarie). A maggio, il 40% di loro aveva votato i liberali proprio sulla scia della promessa fatta da Clegg di non aumentare la tasse. Oggi, stando a una ricerca della rete televisiva Channel 4 del 14 dicembre, solo l’11% di quelli aventi diritto al voto supporterebbe i Libdem, contro il 40% che dice di schierarsi a favore del Labour e il 15% con i Conservatori. Ma la manovra ha trovato opposizione anche all’interno dello stesso partito. Infatti se il leader dei Libdem ha cambiato idea, lo stesso non ha fatto la gran parte dei liberali eletti in Parlamento. E si vocifera che Clegg potrebbe addirittura perdere il seggio alla contea di Sheffield Hallam.
ACCORDI DISATTESI. Come ha confermato Matarazzo, «l’accordo di governo si basava fondamentalmente sulla riforma del sistema elettorale. Una volta venuto meno questo collante, l’alleanza ha cominciato a essere meno credibile agli occhi dell’elettorato». I liberali, infatti, avevano chiesto un sistema più proporzionale (una sorta di mattarellum all’italiana). E i Tory avevano promesso di indire un referendum per arrivare a una decisione entro il primo anno di legislatura. Ma per ora nessuno ha fissato ancora una data. E tra tagli al welfare e all’università, crescono malcontento e insofferenza.
IL PECCATO ORIGINALE. Gli elettori, profondamente delusi da Clegg e dal suo “tradimento”, lo hanno punito nei sondaggi voltandogli le spalle. Il leader dei Libdem ha perso tre punti percentuali nell’ultimo mese e, se si andasse a votare ora, come ha sottolineato lo studio Ipsos Mori commissionato dal Guardian, otterrebbe poco più dell’11% delle preferenze, il livello più basso da 20 anni a questa parte. Stando al quotidiano Daily Mail, solo il 54% degli interpellati ha ammesso che voterà di nuovo per il leader dei Libdem. Più di uno su cinque ha deciso di appoggiare il Labour. Solo il 28% dei britannici vuole che la coalizione continui il suo mandato dopo le prossime elezioni, con il 51% che auspicherebbe un governo Labour oppure una colazione Labour-Libdem. «Il mio peccato originale è stato il passo iniziale, the coalition agreement. Tutte le altre misure impopolari come le rette universitarie hanno solo peggiorato la situazione», ha ammesso Clegg.

Germania, liberali precipitati al 3%

Nemmeno in Germania i liberali, guidati dal ministro degli Esteri Guido Westerwelle, 48 anni, se la passano troppo bene. Un crollo di popolarità in atto ormai da alcuni mesi. In un anno sono passati dal massimo storico ottenuto alle elezioni del settembre 2009 (14,6%) al minimo di tutti i tempi, il 3%, registrato nell’ultimo sondaggio di dicembre.In un anno, stando all’Istituto Forsa, il Fdp ha perso l’80% dei suoi votanti. E secondo uno studio dell’Istituto Infratest-dimap, la coalizione composta da Cdu e liberali, se si tornasse a votare, a malapena raggiungerebbe il 36%, il peggior risultato di sempre (leggi l’articolo sulla crisi del governo Merkel).
Il rischio ora è che non passila soglia del 4% a livello nazionale, e che il partito venga cancellato anche dai parlamenti regionali nelle amministrative del prossimo anno quando gli elettori di sette Länder si recheranno alle urne per rinnovare assemblee e governi regionali.

«L’Fdp punta solo a sopravvivere»

La causa risale ancora una volta nelle promesse mancate. I liberali tedeschi non sono riusciti a imporsi nelle scelte del governo. Hanno spinto per una sterzata liberista (proponendo forti tagli alle tasse nel bel mezzo della crisi e una riforma sostanziale del sistema sanitario) ma hanno in genere dovuto rassegnarsi di fronte alla resistenza della Cdu.
TUTTI SCONTENTI. Una coalizione, quella tedesca, che si è trovata in disaccordo su molti punti e che ha dato l’impressione di scarsa coesione. Il risultato? Nessun elettore è rimasto pienamente soddisfatto. Prima di tutto quelli moderati, che sostenevano la centrista Merkel. Ma anche i liberali, che hanno dovuto ingoiare la pillola amara e accettare, loro malgrado, il contenimento delle spese e la mancata riduzione della pressione fiscale.
IL NODO DELLE RIFORME. In più, Westerwelle pare non avere più alcuna influenza sull’azione di governo: i sondaggi sono catastrofici, non fa una bella figura né in Germania né all’estero. Personaggio un po’ eccentrico che mal si sposa con il suo ruolo internazionale di ministro deli Esteri, ha dato alla Cdu un profilo più sociale, e questo è stato il segreto del suo successo elettorale l’anno scorso. Ma il suo elettorato, gente comune e concreta, nel momento in cui non ha intravisto le riforme sperate gli ha voltato le spalle.
LA WIKI-BUFERA. Di certo le recenti rivelazioni di Wikileaks secondo le quali diplomatici statunitensi avrebbero criticato l’autorevolezza del ministro degli Esteri tedesco e la scoperta di una talpa nell’entourage di Westerwelle che spiattellava all’ambasciata americana i segreti delle riunioni governative hanno minato ulteriormente la credibilità del partito anche di fronte a elettori già disincantati. «La crisi dei liberali», ha spiegato Matarazzo, «è anche dovuta al fatto che si sono concentrati su battaglie ideologiche e populiste, come la proposta che gli Stati Uniti ritirino tutte le armi nucleari dalla Germania». «I liberali si sono concentrati più sul sopravvivere che sui problemi concreti», ha continuato Matarazzo, «il terreno su cui lo scontro politico tedesco si è giocato in questi mesi è principalmente quello del welfare, anche in termini di sussidi di disoccupazione e della politica economica».

La Germania tiene. Londra meno

Gli scenari futuri di Germania e Regno Unito sono però diversi. E fattore discriminante potrebbe essere l’economia. «La locomotiva tedesca continua ad andare avanti, e in un momento di crisi politica, la coalizione farà di tutto per ricompattarsi su un fronte comune» ha spiegato Matarazzo. È probabile, quindi, che i leader politici mettano da parte le loro divergenze per capitalizzare al massimo i benefici della crescita economica.
REGNO DISUNITO. Nel Regno Unito, invece, il futuro pare meno roseo. «I Libdem hanno appoggiato la politica fiscale di lacrime e sangue varata dal governo con spaventosi tagli nel settore pubblico senza avere in cambio quello che in realtà hanno sempre voluto: la riforma del sistema elettorale» ha ribadito Matarazzo. «Gli elettori, pur capendo le scelte difficili in materia finanziaria, vedono tradite le motivazioni per le quali avevano sostenuto il governo di coalizione. Capiscono che i loro voti sono andati a vuoto e che la riforma elettorale è a rischio. Se ne parlerà in primavera ma nessun accordo è stato preso fino a ora. I conservatori non la faranno mai passare». A questo punto, secondo il ricercatore, «è probabile che la coalizione crolli, data la delicatissima posizione dei Clegg, praticamente insostenibile dato che non sta ottenendo nulla di ciò che aveva promesso al suo elettorato.
NUOVE ALLEANZE. «Se l’accordo si spaccasse, inizierebbe il gioco delle alleanze in vista di nuove elezioni. I Libdem a questo punto potrebbero far fronte comune con il Labour» ha aggiunto Matarrazzo. Perché allearsi con i Tory quando si è più politicamente vicini al Labour? «La cultura britannica ha un forte senso dello Stato e la cosa più importante dopo la crisi del Labour era quella di dare al Paese un governo. L’unica possibilità per i Libdem era rimboccarsi le maniche e cercare di entrare nell’esecutivo per il bene del Paese. I risultati sono stati deludenti: 23% al posto del 27% che si aspettavano. Erano consapevoli che sarebbe stata una battaglia difficile. Ma sia spettavano di più dal loro leader».