Tranquilli, non passerà

Marianna Venturini
19/10/2010

I costituzionalisti: il lodo Alfano non sarà approvato.

Tranquilli, non passerà

Il lodo Alfano non si concretizzerà mai. La pensano allo stesso modo Andrea Morrone, docente di diritto costituzionale all’università di Bologna e Lorenzo Cuocolo, che insegna diritto pubblico comparato alla Bocconi di Milano.
Dopo che martedì 19 ottobre la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato l’emendamento che rende retroattivo il lodo Alfano, (leggi l’articolo) ci sono molte polemiche politiche ma anche dal punto di vista giuridico rimangono alcune resistenze.
Secondo Morrone, «con questo testo si sono adattati alle indicazioni della Corte costituzionale che nella sentenza del 2009 aveva rigettato il lodo Alfano perché era stato approvato con una legge ordinaria. Questo, invece, è un disegno di legge costituzionale, quindi è formalmente ineccepibile». 
Ciò nonostante, dice Morrone a Lettera43, restano alcuni punti oscuri: «Nel testo si parla di sospensione dei processi, senza specificare se solo penali o anche civili Si deduce che sono compresi reati di qualsiasi gravità». Invece il fatto che la sospensione non sia automatica ma subordinata al voto del Parlamento «è una soluzione non traumatica ed equilibrata».

I docenti si dividono tra posizioni più o meno radicali

Morrone ha spiegato che ci sono tre scuole di pensiero e di studio su come recepire il lodo Alfano. La prima prevede che «una norma retroattiva  non abbia ragion d’essere in virtù dell’articolo 3 della Costituzione che indica l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge».
La seconda, più affine alla sensibilità del docente, crede che «lo scudo per le alte cariche, se deve essere emanato, debba avere la forma di norma costituzionale, come avviene in questo caso, perché è lo strumento giuridico adatto». L’ultima, invece, ammette lo scudo « solo per i i fatti commessi durante il mandato e non per quelli precedenti, perché la prerogativa costituzionale è solo una garanzia funzionale, a tutela delle alte cariche».
Facendo una considerazione più generale, secondo Morrone, «chi è a capo di uno stato non può essere considerato uguale agli altri cittadini e quindi si giustifica una speciale protezione non a tutela della persona, bensì del ruolo che ricopre». La formulazione di una legge costituzionale per derogare l’articolo 3 della Costituzione «è ammissibile se fatta con norma costituzionale e in linea con quello stabilito dalla Corte, ma non basterà perché venga attuata».
Gli ha fatto eco Lorenzo Cuocolo, docente di diritto pubblico comparato all’università Bocconi di Milano. «Il testo deve passare alla Camera e al Senato, poi di nuovo a Montecitorio e a palazzo Madama. Dovrà essere votato a larga maggioranza o essere sottoposto a un referendum costituzionale. Non è detto che veda luce. È un procedimento lungo e complesso».
Intervistato da Lettera43, Cuocolo ha detto: «Nella prima versione, quella rigettata dalla Corte costituzionale, il testo presentava un’anomalia anche dal punto di vista del diritto comparato. Il fatto che gli altri stati europei non abbiano uno scudo giudiziario, se non per il presidente, è significativo».

C’è la violazione degli articoli 3 e 112 della Costituzione

Invece, il nuovo testo votato in commissione «dovrà essere approvato superando gli scogli di incostituzionalità che sono stati messi in luce. Altrimenti saranno violati l’articolo 3 e l’articolo 112 della Costituzione, ovvero i punti della Carta dove si parla di uguaglianza davanti alla legge e dell’obbligo dell’azione penale. I principi non possono essere forzati».
I profili che lasciano perplesso Cuocolo sono due: «Non è stato delimitato l’ambito di reati entro i quali si applica la sospensione, quindi è estesa ad ogni tipo di reato non solo quelli commessi nell’esercizio della carica. Inoltre la sospensione è disposta da una delibera parlamentare, ma è un controsenso. La protezione o c’è o non c’è, non può essere decisa da un soggetto con una connotazione politica come il parlamento».
E ancora: «Bisogna capire se si protegge la carica in sé o la persona. L’esigenza di preservare un ruolo deve valere sempre non solo in base a chi la ricopre al momento». La sua sensazione è che si guardi già «a quando Silvio Berlusconi sarà presidente della Repubblica», però al momento «non ci sono le condizioni di dialogo per approvarlo, ci vorrebbe una larga maggioranza che non c’è».