L’ultimo schiaffo di Trump ai transgender: è giusto licenziarli

Per il presidente Usa non sono protetti dal Civil Rights Act che vieta le discriminazioni in base al sesso. La palla passa alla Corte Suprema.

17 Agosto 2019 19.55
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L’ultima crociata di Donald Trump? È contro i transgender. L’amministrazione chiede alla Corte Suprema di legalizzare la possibilità di licenziarli solo per il fatto di essere, appunto, transgender. E questo perché il Civil Rights Act, la legge Usa sui diritti civili, non li tutela: varata nel 1964, vieta la discriminazione sul posto di lavoro in base al “sesso biologico” e non a quello che si vuole acquisire. Se la linea dell’amministrazione passasse si tratterebbe di un nuovo pesante schiaffo contro la comunità Lgbtq.

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LA LEVATA DI SCUDI DELLE ORGANIZZAZIONI PER I DIRITTI LGBT

Le polemiche per la proposta di Trump sono state immediate, con le varie organizzazioni a tutela dei diritti dei gay che parlano di scandalo e passo indietro. «Il principio di uguaglianza è semplice e ovvio. È una disgrazia che il governo cerchi di limitare le norme anti-discriminazione», ha detto Chris Geidner, di Justice Collaborative. «La gente non realizza che la posta in gioco è elevata e va al di là delle comunità trans e Lgb, perché riguarda ogni persona che si scosta dagli stereotipi sessuali», ha rincarato la dose l’American Civil Liberties Union. Critiche che comunque non sembrano in grado di far indietreggiare l’amministrazione, che vede nella Corte Suprema a maggioranza conservatrice una chance per ‘riscrivere’ molte delle sentenze storiche, dall’aborto ai diritti gay.

Il presidente Usa Donald Trump.

IL CASO DI AIMEE STEPHENS LICENZIATA DOPO LA TRANSIZIONE

Il governo Obama aveva interpretato il Civil Rights Act come uno strumento di difesa anche per i transgender. Con l’ascesa di Trump però l’interpretazione della legge è stata rivista: l’ex ministro della Giustizia Jeff Sessions aveva infatti escluso i transgender dalle tutele anti-discriminazione sul posto di lavoro. Ora sta alla Corte Suprema chiarire le norme. Il prossimo 8 ottobre i saggi ascolteranno il caso di Aimee Stephens, che ha iniziato a lavorare in una società di pompe funebri nel 2007 come uomo e che poi, sei anni dopo, ha annunciato al suo datore di lavoro la sua transizione verso l’essere donna. Una transizione che ha causato il suo licenziamento. L’amministrazione Trump si è schierata con la società di pompe funebri e contro la sentenza della Corte d’appello del Sesto Circuito, che lo scorso anno ha dato ragione a Stephens. «I fatti inconfutabili mostrano che la casa di pompe funebri ha licenziato Stephens perché la donna rifiutava di voler rispettare gli stereotipi sul sesso del suo datore di lavoro», aveva spiegato il giudice Karen Nelson nella sua lunga sentenza di 49 pagine. La sentenza però non ha risolutiva: lo scontro è andato avanti e ora sta alla Corte Suprema pronunciarsi in una sentenza che rischia di cambiare le carte in tavola per i diritti Lgbtq con ripercussioni al di là del solo posto di lavoro. Sposando la tesi di alcuni gruppi cristiani conservatori, Trump ritiene invece che il Congresso vieta solo le discriminazioni fra uomo e donna e un’interpretazione più ampia della parola “sesso” nel Civil Rights Act significa riscrivere interamente la legge, cosa che solo il Congresso può fare e non i tribunali.

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