I nodi e i nomi della trattativa M5s Pd per il governo

Redazione
27/08/2019

Dalla poltrona a Di Maio ai vicepremier, dalla spartizione dei ministeri con l'economia ai dem fino alla quota Fico e ai ricatti di Renzi: i punti del negoziato M5s Pd.

I nodi e i nomi della trattativa M5s Pd per il governo

Il nodo principale, questo è chiaro, è quello dei vicepremier e sostanzialmente il destino di Luigi Di Maio che reclama per se stesso la poltrona di numero due, ma il tavolo della trattativa tra M5s e Pd per la formazione del governo Conte bis è in realtà occupato da diversi dossier. Compresa la ripartizione dei ministri anche negli equilibri interni a M5s e Pd e l’ingresso di fichiani e renziani nel governo. Ecco tutti i punti che devono essere risolti prima di salire al Colle da Sergio Mattarella e che per ora, a meno di 24 ore dalla consultazione dei due partiti, non lo sono affatto.

1. L’OSTACOLO MAGGIORE HA IL NOME DI LUIGI DI MAIO

Il negoziato per trovare la quadra si appoggia al filo diretto aperto tra il segretario dem Nicola Zingaretti e Conte stesso. Ma il Pd starebbe dialogando a distanza anche con Davide Casaleggio e Beppe Grillo, per ottenere da Di Maio quella discontinuità che ad ora, da schemi e nomi, non sembra emergere. Leggi anche: Di Maio non vuole lasciare il governo. Anche se vengono fissati tasselli, come l’incarico di ministro dell’Economia per un esponente Pd di alto profilo o un tecnico di area. Prima di salire al Colle per le consultazioni servirà un nuovo vertice di Di Maio e Conte con Zingaretti e Orlando. Bisogna decidere sui vicepremier, innanzitutto. Il M5s non molla il suo schema: tenere due vice, Luigi Di Maio e per il Pd Andrea Orlando (o, meno probabile, Dario Franceschini), anche per permettere che il premier Conte conservi il profilo ‘super partes’ che finora lo ha contraddistinto.

2. IL RUOLO DI CONTE E LA SCELTA DEI VICEPREMIER

Zingaretti però continua a invocare per Conte un ruolo più politico, da esponente del M5s (e interlocutore del Pd): non cede perciò sulla richiesta di un vicepremier unico (lasciando che Conte scelga per Palazzo Chigi un sottosegretario di sua fiducia). Su questo si tratta in queste ore, per poi sciogliere – a ricasco – tutti gli altri nodi. L’intesa potrebbe portare anche a non indicare alcun vicepremier ma dare al Pd il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Tra i Dem, però, qualcuno sostiene che si possa lasciare a Di Maio il ruolo di vice. Si tratta. Solo dopo aver sciolto questo punto, si traccerà il profilo della squadra di governo.

3. LA SQUADRA: ECONOMIA E UE AL PD, SVILUPPO E GIUSTIZIA AL M5s

A trattare sarà Conte se, come pare, riceverà l’incarico di formare l’esecutivo. Ma la discussione è già partita. Tra i Dem c’è chi accredita la possibilità che Pd e M5s abbiano pari ministri (voci ne accreditano otto ciascuno, più due tecnici). Ma è più probabile che il Movimento ne abbia qualcuno in più. La priorità per il Pd era evitare che Di Maio andasse al Viminale – uno spauracchio, per alzare la posta – e la smentita di Conte era il segnale atteso per dialogare. Ora per sostituire Matteo Salvini si accreditano il capo della Polizia Franco Gabrielli (molto sponsorizzato da Renzi) o Raffaele Cantone, mentre se sarà un politico Marco Minniti per il Pd o Alfonso Bonafede per il M5s. L’altro obiettivo a portata dei Dem è ottenere l’economia, per segnare la svolta rispetto alle politiche di Tria: si cita per questo incarico l’eurodeputato Roberto Gualtieri o un profilo più tecnico come Lucrezia Reichlin o Mariana Mazzucato. Ai Dem dovrebbe andare anche il commissario europeo: Paolo Gentiloni (ma per lui si parla soprattutto del ministero degli Esteri) o Graziano Delrio, ma alla fine potrebbe essere indicato anche un profilo più tecnico come Enzo Moavero o Reichlin. M5s punta allo Sviluppo economico, all’Ambiente e alla Giustizia. Di Maio dovrebbe tenere il Lavoro, se sommerà il ruolo di vicepremier, o passare alla Difesa, come vorrebbe.

4. PER IL M5S C’È LA QUOTA FICO

Gli altri nomi di ministri pentastellati sono, negli auspici del M5s, Bonafede, Riccardo Fraccaro, Stefano Patuanelli, Francesco D’Uva, ma dovrebbe esserci anche una delegazione “fichiana” con esponenti come Giuseppe Brescia.

5. RENZI VUOLE TRE O QUATTRO MINISTRI

Una partita tutta interna ai Dem è quella sulla delegazione renziana: Matteo Renzi avrebbe chiesto tre o quattro ministri, altrimenti resterà fuori da un governo “amico” ma verso il quale serberà mani libere. Renzi avrebbe rivendicato una delegazione di peso, avendo«il 70-80%” dei gruppi parlamentari: si fanno i nomi di Ettore Rosato, Teresa Bellanova, Lorenzo Guerini (per la delega ai Servizi). Ma per l’ex segretario – che ha chiesto anche garanzie sul programma – è tutto o niente: se avrà tre ministri i suoi entreranno nel governo, magari lasciando la guida di uno dei due gruppi parlamentari. Altrimenti potrà anche staccare la spinta. Quanto agli altri, si rincorrono le ipotesi, come Gianni Cuperlo alla Cultura, Franceschini ai rapporti con il Parlamento o la Scuola, Maurizio Martina o Francesco Boccia alle Regioni. Ma la partita è lunga. Conte, se incaricato, vorrà dire la sua.