Tre uomini e un partito

Redazione
09/12/2010

di Salvatore Cannavò La fibrillazione politica sta raggiungendo vette inimmaginabili. Mentre Futuro e Libertà rilancia la richiesta di dimissioni del...

di Salvatore Cannavò

La fibrillazione politica sta raggiungendo vette inimmaginabili. Mentre Futuro e Libertà rilancia la richiesta di dimissioni del premier o in caso contrario voterà compatta la sfiducia e il Pdl, con il ministro Angelino Alfano risponde netto che non se ne parla nemmeno, a Montecitorio va in scena una giornata surreale.
L’attesa è tutta per la conferenza stampa dei tre deputati in bilico che dovrebbero annunciare cosa faranno il 14 dicembre: sono l’ex Idv, Domenico Scilipoti, e gli ex Pd, poi ex Api, Bruno Cesario e Massimo Calearo.
Si sono presentati alla stampa alle 13 del 9 dicembre annunciando la fondazione di un nuovo partito, anzi di un nuovo gruppo parlamentare, il Movimento di Responsabilità Nazionale.
Nome impegnativo, che lascia immaginare chissà quali progetti e indicazioni. La stampa è tutta pronta ad ascoltare le loro parole e a capire cosa succederà il 14 dicembre, ma anche dopo.
I tre hanno spiegato che «bisogna mettere da parte gli interessi di bottega e pensare ai nostri figli e alla Patria», avere a cuore il futuro dell’Italia o quello, dice Calearo, «delle imprese». Non si sentono traditori, anzi si infervorano quando qualcuno glielo ricorda. Scilipoti dice di «avere un buon rapporto anche con Di Pietro ma non con qualche collega dell’Idv che mi ha infamato». Di Pietro, poco prima, in una conferenza stampa convocata per annunciare la manifestazione «contro la dittatura del bunga bunga» che si terrà il 10 dicembre a Bologna, definisce Scilipota «un Giuda che sta cercando l’ulivo a cui impiccarsi». Non male per essere buone relazioni. E gira voce che anche un altro deputato dell’Idv, Antonio,  potrebbe lasciare Di Pietro per passare con Berlusconi

Il nuovo movimento di Calearo: tre fondatori con tre posizioni diverse

Comunque, il messaggio della conferenza stampa è stato di alta politica, di serietà istituzionale, di senso dello Stato. Poi, il neo-partito appena formato, con candore ma anche con sprezzo del ridicolo, spiega che i tre fondatori hanno tre – dicasi tre – posizioni diverse: Cesario voterà certamente la fiducia al governo, Calearo si asterrà mentre Scilipoti «al momento» pensa di votare contro. Ma, come spiegano tutti e tre, stavolta compatti, «ci sarà una discussione nel gruppo e con i referenti regionali e si cercherà di arrivare a una posizione comune». Calearo ha ribadito: «Ci confronteremo, ognuno cercherà di convincere gli altri due e alla fine vinca il migliore».
A memoria di Transatlantico non si era ancora vista una conferenza stampa convocata per annunciare il nulla, né un partito appena nato, dal nome così pomposo e posizioni così diverse. Insomma, i tre riflettono perfettamente il volto di un Parlamento allo sbando e di una politica impazzita. In cui non si ferma il sospetto della compravendita a suon di consulenza ad hoc ma anche con fenomeni di vera e propria «corruzione» secondo l’allarme lanciato dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani (vai alla notizia).
Proprio per questo impazzimento vale la pena soffermarsi su quello che unisce i tre parlamentari di cui sopra. «L’auspicio che ci si fermi per il bene del Paese, che i parlamentari di prima fila, la maggioranza ma anche l’opposizione, trovino un accordo prima del 14 in modo da evitare il voto di fiducia». Insomma, un nuovo clima in cui, a parte le battute, ciascun parlamentare possa predisporsi a una fase successiva, quando, l’eventuale formazione di un nuovo governo, renderebbe ogni voto, se non decisivo, certamente prezioso.

Aspettando il 14 dicembre: battaglia all’ultimo voto

Questo “guardare al dopo” è quello che in parte fanno i radicali e, su scala più grande, lo stesso Terzo polo e il governo. Il passaggio del 14 dicembre serve solo a misurare la forza degli schieramenti e a decidere chi deve essere a distribuire le carte, ma è chiaro che tutti stanno pensando all’assetto successivo.
Lo dice Fabrizio Cicchitto, capogruppo al Senato del Pdl: «I ragionamenti con le altre forze si faranno dopo, non prima». Invertendo le parole lo ribadice Futuro e Libertà dopo la riunione del gruppo: «Prima le dimissioni di Berlusconi e poi si discute. Altrimenti voteremo compatti la sfiducia». Quindi il braccio di ferro continua. Il nuovo trio, che tutti alla fine danno per favorevole al governo, porterebbe il bottino del premier a 310 mentre il fronte della sfiducia è per ora fermo a 315.
C’è però ancora un incerto, il liberaldemocratico Maurizio Grassano, e non si sa cosa voterà il Fli Giampiero Catone indeciso tra l’astensione o il voto a favore del governo. Quindi potrebbe finire 314 a 311 per la sfiducia.
I tre delle minoranze linguistiche dicono di volersi astenere mentre i Radicali di Pannella tirano ancora per le lunghe ma alla fine voteranno la sfiducia (su cosa faranno dopo, però, non c’è da scommettere). C’è poi Paolo Guzzanti che colloquia con Verdini e c’è il caso delle gravidanze di tre parlamentari – due di Fli e una del Pd – che potrebbero non essere presenti al momento del voto. La sfiducia da 315 voti potrebbe quindi scendere a 311 mentre Berlusconi potrebbe ancora salire a 312. Una roulette russa.