Tredici anni vissuti pericolosamente

Daniele Lorenzetti
04/10/2010

Dall'Enel di Tatò alla vendita agli egiziani. Fino all'epilogo russo

Tredici anni vissuti pericolosamente

Erano gli anni del grande boom delle telecomunicazioni. Al governo c’era il centrosinistra e al vertice di Enel il manager filosofo Franco Tatò, fama di gran sforbiciatore di costi e una carriera prestigiosa dal gruppo Olivetti alla galassia berlusconiana. Il suo pallino era diversificare, trasformare il vecchio monopolista elettrico in un’azienda leader nella fornitura di servizi.
Di qui l’idea di fare il grande salto verso la terra promessa del futuro, il mondo della telefonia mobile. E così, nel 1997 sotto l’ala di Enel nasceva Wind, insieme ai partner strategici France Telecom e Deutsche Telekom. Il compito era ambizioso, per l’azienda con il vento nel nome, farsi largo in un mercato succulento, ma dominato dai dioscuri-duopolisti, Tim e Omnitel. E dare valore al gruppo elettrico in vista della privatizzazione.

La fusione con Infostrada

L’esordio parve promettente: nel dicembre 1998 con l’avvio dei servizi di telefonia fissa per le aziende Wind conquistò il suo primo record: la palma di più veloce start-up del mercato europeo delle telecomunicazioni. Wind cresceva sfruttando le occasioni: dal fallimento di Blu, di cui prese i clienti e un pezzo di rete, alla incorporazione di Infostrada, operativa nel 2002, che consentì il raddoppio dei clienti (da 10 a quasi 20  milioni), ma fece anche molto discutere, per quel salasso da 11,5 miliardi di euro sborsato dall’allora amministratore delegato Tommaso  Pompei.
Ma la svolta era in gestazione: il 12 settembre 2002, con Berlusconi tornato a palazzo Chigi, il nuovo amministratore delegato dell’Enel Paolo Scaroni spiegava alla comunità finanziaria di non essere stato in grado di «capire le sinergie tra tlc ed energia» e che dunque Wind doveva considerarsi non più strategica. Ai suoi collaboratori, Scaroni raccontava di «non dormire la notte » per i debiti dell’azienda.

Escono francesi e tedeschi, poi la vendita

Nel frattempo, era il luglio del 2003, Wind Telecomunicazioni era diventata tutta italiana: Enel aveva acquistato il restante 26,6% da France Telécom, diventando l’unico azionista e riportandola integralmente sotto il cappello pubblico. Ma la bandiera tricolore avrebbe sventolato ancora per poco.
Ad aprile 2005 il consiglio d’amministrazione dell’Enel, scaduto da alcuni mesi, decideva ufficialmente la vendita di Wind.  In quanto società privata, sebbene controllata dal tesoro, la legge consentiva all’azienda elettrica di non fare una gara pubblica. A contendersi Wind furono il fondo americano Blackstone e l’egiziana Orascom.
E il grande mediatore fu Alessandro Benedetti: fama di grande affabulatore e di vera e propria fenice della finanza, Benedetti era un uomo capace di risorgere come dal nulla dopo quattro fallimenti (il primo, quello dell’azienda dei genitori nella natìa Sassuolo) e una pena patteggiata a un anno e sette mesi per la bancarotta della Commertec. Secondo tutte le ricostruzioni, il suo ruolo fu determinante in tutte le fasi dell’accordo: fu lui a trovare l’imprenditore interessato (il “Faraone” egiziano Sawiris), lui a presentarlo ai vertici dell’Enel insieme a Cesare Romiti, e ancora lui, dopo l’abbandono di Romiti, a riorganizzare la proposta e il consorzio di banche necessario per garantire la copertura finanziaria a un’operazione che rappresentava il più grande leveraged buyout mai realizzato in Europa. L’obiettivo dichiarato, creare un “anello mediterraneo”, unendo la compagnia italiana al suo impero di piccole e medie società telefoniche nel Nordafrica e in Medio Oriente.

Nel 2005 arriva Sawiris

E così, Enel cedeva alla Weather Investments, cassaforte della famiglia egiziana Sawiris, il 62,75% del capitale di Wind Telecomunicazioni, per un prezzo totale di 12,132 miliardi di euro. 11,8 miliardi glieli prestarono le banche. I rimanenti 332 milioni furono raccolti da Sawiris tramite un fondo iracheno composto da 22 soci arabi. Un’operazione che fin dall’inizio fece molto discutere, soprattutto per le ricche consulenze e mediazioni per circa 400 milioni di euro pagate agli advisor. Tre anni dopo fu la trasmissione tv Report a sollevare pesanti dubbi sulla vicenda, e il 28 febbraio 2008 la magistratura di Roma ad aprire un’inchiesta.
Cosa successe nelle concitate fasi della trattativa? Per l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, indagato con Sawifis e Benedetti, l’operazione era avvenuta «alla luce del sole» e «sottoposta a tutti i controlli interni ed esterni». L’ipotesi della procura è invece che, per acquisire Wind Telecomunicazioni da Enel, la società di Sawiris abbia pagato tangenti, parte delle quali sarebbero finite nella disponibilità di Conti e altre persone. Ma la verità giudiziaria ancora non c’è.
E siamo alla storia più recente, alla bufera con l’entrata in vigore del decreto Bersani, quando Wind si rifiutava di tagliare i costi di ricarica per le schede prepagate. La marcia indietro arrivò dopo la minaccia del ritiro della licenza da parte del Garante delle Comunicazioni. Un’altra tegola giudiziaria sarebbe arrivata con l’inchiesta della procura di Crotone che portò agli arresti domiciliari nel 2009 Salvatore Cirafici, direttore della Asset Corporate Governance di Wind, e responsabile, fra l’altro, dell’organizzazione delle richieste di intercettazioni telefoniche da parte delle procure italiane. Anche qui, un’ipotesi inquietante seppure tutta da verificare: quella che Cirafici avesse congegnato un sistema per “coprire” utenze telefoniche affidate a uomini delle istituzioni.

In utile ma piena di debiti

Tredici anni sull’ottovolante hanno deposto il loro carico di polvere sulla scommessa originaria di Tatò. E la gestione Sawiris è stata una rincorsa a contenere il debito, che a giugno 2010 toccava gli 8.291 milioni di euro (8.541 milioni a fine 2009), con un occhio allo sviluppo del business. I conti del primo semestre 2010, pur non esaltanti, segnano un utile di 16 milioni di euro (a fronte dei 170 milioni dello stesso periodo del 2009). Ora, con l’operazione tra Weather e Vimpelcom, il destino di Wind si compie nel passaggio da un magnate straniero all’altro: fuori l’egiziano Sawiris, dentro l´oligarca russo Mikhail Fridman, il 42esimo uomo più ricco del mondo.