Cosa c’è dietro il rifiuto di Mauro Nori all’Inps

13 Marzo 2019 18.12
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Il veto dei Cinquestelle è stato fatale per Mauro Nori. L’ex direttore generale dell’Inps ha rinunciato al ruolo di vicecommissario dell’istituto previdenziale, per affiancare Pasquale Tridico. A volerlo in quel ruolo era stata la Lega, che in un primo tempo si era anche battuta per metterlo alla presidenza. Nel pomeriggio Nori ha diffuso una nota: «Ringrazio tutte le persone che mi hanno manifestato la loro fiducia, ma non sono disponibile ad assumere alcun incarico all'Inps». Per poi aggiungere: «Auguro che l'Istituto riesca a superare brillantemente un periodo particolarmente difficile della sua lunga storia». A guidare il fronte del no tra i pentastellati è stato soprattutto il sottosegretario alle Autonomie, Stefano Buffagni, l’uomo deputato da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio a gestire i dossier riguardanti le nomine e le questioni finanziarie. Per la cronaca, va aggiunto che alcuni esponenti di primo piano del M5S – come il viceministro dell’Economia, Laura Castelli, che si era spesa pubblicamente – invece avevano dato il via libera a Nori.

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NOMINA VINCOLATA AD APPOGGIO TRASVERSALE E DELEGHE

Buffagni, milanese, avrebbe poi un rapporto molto stretto con il presidente uscente di Inps, Tito Boeri, e in quest'ottica sarebbe favorevole a mantenere un ruolo in via Ciro il Grande a Luciano Busacca, ex caposegreteria dell’economista bocconiano. Ma contro Nori avrebbero giocato alcune resistenze all'interno dell'Inps, legate soprattutto al mondo ex Inpdap. Saputo dei dubbi sul suo nome da alcuni esponenti della Lega, Nori avrebbe ringraziato, promesso di continuare a collaborare con il governo (è uno dei padri di Quota 100) ma declinato l'offerta. Anche perché l’ex direttore generale dell'Inps – che dalla sua aveva anche l'appoggio del Colle e del ministro dell’Economia, Giovanni Tria del quale è consigliere – aveva vincolato la sua nomina a un appoggio traversale e al conferimento di deleghe operative nella gestione dell'istituto.

E NON C'È ANCORA IL DECRETO SU TRIDICO COMMISSARIO

La nomina del successore di Tito Boeri è stata a dir poco traumatica. Ancora oggi manca il decreto che designa ufficialmente come commissario Pasquale Tridico, che non ha ancora potere di firma sugli atti. Per esempio l'accordo stilato nelle scorse settimane con i Caf per il calcolo degli Isee e per la trasmissione delle domande di accesso al reddito all'Inps è stato chiuso con «un atto tecnico» e non con una convenzione vera. Serve poi un emendamento al decretone per inserire anche la figura del vicecommissario non prevista nel testo del provvedimento passato al Senato. Il Mef ha poi contestato che il governo volesse raddoppiare gli emolumenti – 103mila euro – previsti secondo la legge soltanto per il commissario. Ora la Lega dovrà trovare un nome per la poltrona di numero due dell'Inps, dopo i rifiuti di Francesco Verbano e dello stesso Nori.

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