Tron contro Tron

Redazione
18/12/2010

di Marco Cacioppo Era il 1982 quando l’informatica è entrata nel mondo del cinema, rivoluzionando le tecniche di ripresa e...

Tron contro Tron

di Marco Cacioppo

Era il 1982 quando l’informatica è entrata nel mondo del cinema, rivoluzionando le tecniche di ripresa e mostrando nuovi orizzonti grazie al potenziale offerto dai computer. Il merito va attribuito in larga parte a Steven Lisberger e Donald Kushner, proprietari negli anni Settanta di uno studio d’animazione sulla West Coast. I due rimasero folgorati da Pong, uno dei primissimi e rudimentali videogame, al punto da concepire un film che integrasse il tradizionale cinema live action con le più avanzate tecniche della computer animation, avvicinando al mondo dell’informatica e dei videogiochi anche i meno esperti.
Nel 1982 usciva quindi Tron, diretto dallo stesso Lisberger con i soldi della Walt Disney, (l’unica major ad aver creduto in un progetto così azzardato) che torna oggi a far parlare di sé con un sequel attesissimo in 3D che uscirà in Italia il 29 dicembre 2010.

Il primo Tron: una pellicola all’avanguardia

Il primo film racconta la storia di Flynn (Jeff Bridges), un hacker che nel tentativo di minare la sicurezza del colosso Encom si ritrovava catapultato all’interno di un videogioco finendo per essere coinvolto in una battaglia contro un’intelligenza artificiale con smanie di potere assoluto. A riguardarlo adesso, con occhi meno innocenti, lascia davvero di stucco: nonostante le tecniche, allora all’avanguardia ma oggi rudimentali, il film di Lisberger e Kushner ha anticipato temi che dopo quasi trent’anni sono diventati parte della nostra vita quotidiana.
La lotta di Flynn contro il programma di controllo generale diventava metafora, fantascientifica per quegli anni ma oggi attualissima, di una possibile democraticizzazione dei software e della Rete ostacolata dal monopolio delle multinazionali informatiche. Il viaggio di Flynn nell’ “altro mondo”, dove interagiva con gli avatar dei personaggi reali, si trasformava in una lucida riflessione sul senso e la natura della realtà virtuale, in quel periodo ancora in nuce. Per non parlare dello scambio di battute tra l’ingegnere informatico co-protagonista e il suo anziano collega intorno alla possibilità che, un giorno, i computer potessero raggiungere una propria autonomia di pensiero. Roba che, a sentirla nel 1982, c’era da riderci su.
Ma che adesso, di fronte al rapporto sempre più incondizionato che intratteniamo con navigatori satellitari, iPhone, computer, programmi vocali e marchingegni informatici, sembra sempre più vicino. Ci troviamo infatti nell’era in cui non siamo più noi a decidere dove andare, come fare e cosa dire: sono i nostri TomTom, gli iPhone e le agende elettroniche a organizzare le giornate al posto nostro.

Il sequel: solo un fenomeno tecnologico

Il sequel del film s’intitola Tron:Legacy e in Italia lo vedremo a partire dal 29 dicembre in versione tridimensionale seguito a ruota il 3 gennaio da quella in 2D. Ancora una volta il film è stato prodotto dalla Walt Disney, con distribuzione Buena Vista, ma gli autori dell’originale figurano solo in qualità di co-producer e sceneggiatori.
Alla regia c’è l’esordiente Joseph Kosinski, cui si deve l’idea di riportare in auge la pellicola di Lisberger non con un semplice remake, ma con un vero e proprio seguito. Gli attori sono gli stessi del primo Tron, a cominciare da Jeff Bridges, a cui si aggiungono alcune new entry, tra cui il camaleontico Michael Sheen e lo straordinario contributo musicale dei Daft Punk.
La storia di Tron: Legacy inizia esattamente ventotto anni dopo gli eventi del 1982. Di Flynn non si hanno più tracce (è rimasto intrappolato nel mondo virtuale) e tocca a suo figlio capire che fine ha fatto. Se la decisione di tornare su Tron con una storia nuova di zecca è sicuramente un punto a suo favore, va detto però che il film non è in grado di reggere il confronto col suo precedessore. E il difetto maggiore, oltre che in una trama poco consistente, sta nel principio di fondo.
Il primo Tron riusciva ad essere all’avanguardia non solo per la tecnica, ma anche per quel che anticipava del futuro. Il secondo, invece, guarda poco al futuro e porta avanti più che altro un’operazione di recupero superficiale del vecchio immaginario fantascientifico, aggiornandolo con scenari digitali e ricreandolo con mirabolanti effetti speciali. Ma alla fine, sotto sotto non aggiunge nulla, e anzi, sminuisce, quel che Tron aveva postulato.
C’è da dire che il film di Kusinski ha anche dei pregi. Dal punto di vista dell’esperienza audio-visiva, infatti, è qualcosa che il cinema raramente è stato in grado di offrire. La colonna sonora sintetica dei Daft Punk, che compaiono anche in veste di attori-dj nella sequenza del locale, diventa parte integrante di un viaggio ipnotico e lisergico costruito intorno a immagini fluide e ammalianti che trasportano lo spettatore in una dimensione onirica. Ma se il film originale, in breve tempo, è diventato un fenomeno di culto senza precedenti dando vita a videogiochi, fumetti, serie tivù e influenzando nuove generazioni di artisti e appassionati, Tron: Legacy, anche a causa della sua autoreferenzialità, corre il rischio di trasformarsi in uno dei tanti fenomeni ultratecnologici di questo periodo.