Trump e le conseguenze dell'isolazionismo

Trump e le conseguenze dell’isolazionismo

24 Ottobre 2018 07.23
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La rappresentazione lineare della politica, che va da destra a sinistra, non riesce più a descrivere il panorama globale. Dall’intuizione del The Economist che rappresentò il mondo diviso nel «new political divide», le due alternative che si contendono la guida politica nel mondo sono apertura e chiusura, globalisti e nazionalisti, cultori del libero scambio e teorici dei dazi. Naturalmente il portavoce più forte del cambio di indirizzo del mondo è Donald Trump, che con i suoi continui richiami all’interesse nazionale mette sempre più in ombra l’eredità politica che ha ricevuto almeno dai tempi di Jimmy Carter, se non addirittura da Lyndon Johnson in avanti.

Quello che sta accadendo, su spinta che si manifesta a macchia di leopardo nel mondo occidentale, è un processo di “sglobalizzazione”: l’apertura dei mercati ha spinto la competizione, delocalizzato milioni di posti di lavoro, creato filiere di produzione che non rispondono a nessuna legge nazionale in particolare, generato una forte pressione sui margini in ogni categoria merceologica e generato una strutturale disinflazione globale. Quello che la “sglobalizzazione” vuole fare è contrastare questi processi, ed è per questo che trova supporto – sulle singole istanze – sia da destra, a cui piacciono dialettiche a base di uomini forti e centralismo, sia da sinistra, dove le lotte per la salvaguardia del lavoro e l’allergia al libero mercato sono riferimenti storici, disorientando gli osservatori.

L'ILLUSIONE DELLA "SGLOBALIZZAZIONE"

Nel recente accordo stretto fra Usa, Messico e Canada in aggiornamento al Nafta, la Casa Bianca è riuscita a imporre una clausola che impedisce accordi con la Cina; ci si attende di trovare clausole simili nei futuri accordi che verranno proposti anche alla Ue e al Giappone. Nel frattempo vengono ripristinate le sanzioni verso l’Iran e confermate quelle verso la Russia. L’insorgere di muri e limiti al mercato globale ha colpito ovviamente la Cina e le economie più fragili e più legate al commercio globale. Il rallentamento sta estendendosi anche al Vecchio continente. Gli Usa beneficiano di flussi di capitale che scappano dai crescenti problemi che si generano nel mondo, creando l’illusione che la sglobalizzazione sia un processo che “funziona”.

Il gap tra Usa ed Europa davanti ai mercati

I mercati finanziari sono come la superficie di un lago, il riflesso degli andamenti economici è spesso fedele, talvolta però qualche increspatura distorce lievemente l’immagine. L’aspetto dall’ Italia sulla superficie dell’acqua l’ha resa improvvisamente più vecchia, sono comparse altre rughe a deturpare un viso che una volta era splendente.

Le somme le potremo tirare per davvero solo fra qualche anno, nel frattempo possiamo provare a stimare qualche possibile evoluzione del ciclo economico mondiale e qualche possibile risvolto geopolitico. Per il ciclo economico l’attenzione è tutta concentrata sugli Usa per il 2019: esaurita la spinta dovuta alla repatriation (che ha permesso il ritorno in America di quasi 3 mila miliardi di dollari) e mancando la spinta incrementale dei tagli fiscali introdotti quest’anno si teme che la crescita americana possa perdere vigore. Non a caso il presidente Trump chiede alla Federal Reserve un atteggiamento più accomodante contro ogni logica macroprudenziale: servono di continuo nuovi stimoli per tenere su di giri un’economia che si è fatta forza per anni del ruolo di perno della crescita mondiale e che invece oggi vede nelle altre nazioni dei rivali e invece di amici vede al massimo dei non-nemici. Comunque agisca la Federal Reserve, Trump ha promesso lunedì 29 ottobre di lanciare prima delle imminenti elezioni di midterm un nuovo piano di spinta fiscale per la classe media. Possiamo solo fantasticare di cosa si tratti, un’ipotesi potrebbe essere quella di tagli fiscali (per esempio riduzioni Iva) per l’acquisto di beni americani, anche se poi non è chiaro se un paio di scarpe Nike sia davvero un prodotto americano o se un’auto Bmw costruita negli Usa sia un bene straniero. È chiaro che un impatto sull’opinione pubblica (e dunque un impatto elettorale) ci sarebbe, ma andrebbe considerato anche l’impatto economico di lungo termine di questa ossessione per l’isolazionismo.

IL CONTO GEOPOLITICO DELL'ISOLAZIONISMO

Negli ultimi sei mesi lo yuan cinese si è svalutato di quasi il 10% verso il dollaro, in un movimento che compensa in buona parte l’impatto dei dazi finora annunciati, nel frattempo la comunità internazionale si pone domande a ritmo crescente: l’Iran ha abbandonato il dollaro come moneta di riferimento per gli scambi internazionali, preferendo appoggiarsi all’euro, Russia e Cina hanno stretto accordi per iniziare a effettuare scambi tra loro regolandosi con le rispettive valute nazionali e la stessa Europa, per voce di Jean-Claude Juncker, si domanda che senso abbia pagare in dollari l’80% delle forniture energetiche comprate dai paesi del Vecchio continente quando solo il 2% di questa proviene dagli Usa. La centralità del dollaro ha avuto un ruolo essenziale nel fare degli Usa l’economia guida del mondo, così come nel rendere il Treasury il titolo di Stato realmente privo di rischio, e dunque il bene rifugio dove correre a ogni scossone dell’economia globale. Chiudersi dietro mura più o meno reali e spingere il resto del mondo, alleati e rivali, a riorganizzarsi tra loro può anche avere un tornaconto a breve, ma rischia di generare un conto geopolitico molto pesante da pagare nel futuro.

LA SCELTA CORAGGIOSA DI CARTER

A nessun presidente piacciono i rialzi dei tassi, ma invece di insistere con le ingerenze sulla Federal Reserve, cercando di limitarne l’indipendenza, si prenda esempio da Jimmy Carter che nominando Paul Volcker si sentì dire: «Signor presidente, io penso che l’economia necessiti di un intervento decisamente impopolare e preferirei evitare di prendermi l’incarico di guidare la Fed se la Casa Bianca intenderà interferire, perché io intendo introdurre manovre monetarie restrittive». E rispose: «A me serve qualcuno che si occupi dell’economia, lasci a me la politica». Jimmy Carter non fu rieletto per un secondo mandato, ma il risanamento prodotto da Volcker riflette i suoi benefici tutt’ora. È per questa coraggiosa scelta che ho piacere di ricordarlo, non – come sostiene qualche malizioso – perché nel 1969, quando concorreva per la carica di governatore della Georgia, Carter disse di aver avvistato un Ufo.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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