Trump vuole usare la minaccia dei dazi per fare risorgere il Ttip

Giovanna Faggionato
30/03/2018

Gli Usa a sorpresa dicono che l'intesa con l'Ue non è morta. E puntano ad auto, agricoltura, energia e investimenti. Mettendo sul tavolo la leva delle tariffe doganali. Bruxelles, però, non vuole riaprire le discussioni.

Trump vuole usare la minaccia dei dazi per fare risorgere il Ttip

Cosa vuole Donald Trump in cambio dell'esclusione dell'Unione europea dalle tariffe sull'acciaio e l'allluminio oltre la scadenza del primo maggio? La domanda che circola nelle maggiori capitali e soprattutto negli uffici delle associazioni industriali dei principali Paesi europei ha trovato una possibile risposta la sera del 28 marzo. Intervistato da Bloomberg, il rappresentante per il Commercio dell'amministrazione americana Wilbur Ross ha, a sorpresa, resuscitatato l'idea di un accordo commerciale di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea.

«VOGLIAMO DISCUTERE UN'INTESA COMMERCIALE». Trump, ha spiegato Ross alla tivù dell'agenzia di informazione economica, «ha chiuso l'accordo transpacifico, non il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership)». E per non lasciare alcun dubbio sull'interpretazione di questa sua uscita ha aggiunto: «Questo deve essere inteso in modo abbastanza deliberato e aperto come un messaggio che siamo aperti a discussioni con la Commissione europea». E però l'effetto sortito non è stato quello sperato: il messaggio è arrivato da Washington a Bruxelles ed è stato rapidamente rispedito indietro in meno di 24 ore. Il 29 marzo un portavoce della Commssione europea ha infatti spiegato sempre a Bloomberg che «nelle prossime settimane si terranno ulteriori contatti per concordare l'esatta portata e il quadro di questo dialogo Ue-Usa», ma aggiungendo che «dovrebbe essere chiaro che questo dialogo non rappresenta il rilancio del processo per un partenariato transatlantico su commercio e investimenti».

L'UE TENTA DI SEGUIRE I DESIDERATA DI TRUMP. La svolta, perché di questo si tratta con tanto di citazione diretta e inusuale della Commissione europea, istituzione che Trump preferisce ignorare, è arrivata dopo che l'Ue aveva già fatto alcuni passi importanti nella direzione americana. Dopo aver criticato la scadenza imposta dall'amministrazione americana, definita da diversi leader Ue senza giri di parole «una pistola alla tempia», Bruxelles aveva cercato di interpretare nel modo più razionale ed economico le mosse americane. Siccome, razionalmente, il problema comune delle due sponde dell'Atlantico è la sovrapproduzione cinese, l'Ue si era decisa ad avviare un'indagine sull'import di acciao e soprattutto sulle importazioni dei prodotti più raffinati della filiera, come i semilavorati, a partire dal 2013. Un passo che per anni non era mai stato intrapreso. Eppure l'ulteriore mano americana ha dimostrato che di economico in questa vicenda c'è poco. E che quella di Trump è una tattica tutta politica.

Finora Washington ha già ottenuto la divisione delle due principali capitali europee. Parigi e Berlino infatti sono su due rive opposte rispetto alla eventuale guerra commerciale con gli Usa. La prima è pronta a combatterla, la seconda a fare di tutto per evitarla. Il motore franco tedesco è inceppato soprattutto a causa delle paure della enorme lobby dell'industria automobilistica e in generale delle imprese tedesche. E su questo fronte l'Italia, seconda potenza europea dell'export nei confronti degli Stati Uniti, è più vicina alla Germania che alla Francia.

TRUMP PUNTA AD AUTO, ENERGIA, AGRICOLTURA E INVESTIMENTI. La commissaria al commercio, Cecilia Malmström, che ha speso a Washington 96 ore cercando di arrivare a un accordo, aveva anticipato che l'obiettivo della Casa Bianca era cercare di far abbassare le tariffe europee sulle automobili, ma anche su agricoltura ed energia, settori che potrebbero toccare da vicino gli interessi francesi. E infine aveva aggiunto un altro capitolo: la liberalizzazione degli investimenti. Che l'amministrazione americana iniziasse ad allargare le sue pretese, insomma, era nell'aria. Ora queste richieste sembrano essere state sistematizzate nella cornice di un'intesa, forse più leggera, sul libero scambio.

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L'Europa però sembra aver accantonato senza troppi rimpianti i 14 round di negoziati falliti sull'accordo transatlantico, il più problematico di tutte le già controverse intese commerciali cercate finora: l'idea di unire le due più ampie aree commerciali del mondo, i due continenti che consumano più merci a livello globale, con l'obiettivo di ottenere mirabolanti impennate del Pil, in pochi anni aveva portato a Bruxelles molti problemi e solo la speranza dei vantaggi: negoziati top secret, nessun accordo su alcun settore, proteste, milioni di firme in petizioni e un atteggiamento americano che ancora oggi funzionari Ue vicini al dossier descrivono come durissimo. Dai farmaci all'alimentazione, dalla finanza al ruolo del dollaro, gli Usa di Barack Obama erano decisi a concedere pochissimo ai partner.

IL LIBERO SCAMBIO UN PO' MENO LIBERO. Così quando alla fine di agosto del 2016 il vice primo ministro tedesco Sigmar Gabriel ne aveva dichiarato ufficialmente la morte durante un'intervista all'emittente Zdf – «I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane», era stato il suo chiarissimo epitaffio – c'è da scommmettere che in molti abbiano tirato una sorta di sospiro di sollievo. Ma adesso sembra che a Washington si siano convinti che una tale intesa possa essere conclusa cambiando la cornice, aggiungendo una minaccia, rendendo il libero scambio un po' meno libero.