Le deputate dem contro Trump: «La sua è l’agenda dei suprematisti bianchi»

Il presidente Usa raddoppia gli insulti contro le elette delle minoranze etniche. La replica: «Non staremo zitte». E anche la premier britannica May lo boccia.

16 Luglio 2019 07.36
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Ha iniziato a cinguettare tweet “razzisti” contro la squadra di deputate dem progressiste e di colore guidata da Alexandria Ocasio-Cortez, ma Donald Trump, altro che pentirsi, rincara la dose. E introduce una nuova stretta sull’asilo contro i migranti centroamericani, mentre i suoi strombazzati raid in una decina di grandi città americane contro gli illegali hanno generato per ora solo paura ma nessun arresto, anche se a suo avviso sono stati “un successo”.

«PERSONE CHE ODIANO L’AMERICA»

Dopo aver sollecitato – senza mai nominarle – le parlamentari di sinistra a tornare «nei posti corrotti e infestati dal crimine da cui sono venute», ignorando che tre di loro sono nate negli Usa, il presidente chiede via Twitter che si scusino con il Paese, con Israele e anche con lui per il loro «linguaggio ripugnante» e «l’odio razzista vomitato dalle bocche e dalle azioni di quelle deputate molto impopolari e non rappresentative». Poi, dal pulpito della Casa Bianca, raddoppia: «Se non sono contente di stare qui, possono andarsene. Queste sono persone che odiano l’America e amano i nostri nemici», ha insistito il tycoon, assicurando di non essere «preoccupato se ci sono persone che pensano che i miei tweet siano razzisti».

«NON STAREMO ZITTE» E ANCHE LA PREMIER MAY LO BOCCIA

Se i democratici vogliono unirsi intorno a loro, «sarà interessante vedere come andrà a finire», ha cinguettato dopo che il partito d’opposizione si è schierato compatto a difesa di Ocasio-Cortez e delle altre tre colleghe finite nel mirino: dai candidati presidenziali alla speaker della Camera Nancy Pelosi, che ha annunciato una risoluzione di condanna contro gli «attacchi disgustosi» di Trump. Attacchi «totalmente inaccettabili» anche per la premier britannica Theresa May, che non esita a commentare una polemica politica interna del principale Paese alleato vendicandosi delle tante bordate ricevute dal tycoon per la sua gestione della Brexit. La risposta delle deputate intanto è netta: «Siamo più di quattro, la nostra squadra è grande e include ogni persona che vuole costruire una società più equa e un mondo più giusto. Non staremo zitte», ha risposto Ayanna Presskey. «Gli attacchi razzisti di Trump sono l’agenda dei nazionalisti bianchi», le ha fatto eco la collega Ilhan Omar, parlando con indosso il copricapo musulmano.

L’ASSORDANTE SILENZIO DEL PARTITO REPUBBLICANO

Assordante invece il silenzio dei repubblicani su un attacco senza precedenti da parte di un presidente americano contro parlamentari espressioni di minoranze non solo politiche ma anche etniche, al solo scopo di scaldare la sua base elettorale bianca e di dividere ulteriormente i democratici, scavando nella frattura tra il fronte moderato guidato dalla Pelosi e la fronda progressista capitanata dalla Ocasio-Cortez. Un silenzio timidamente rotto solo dal senatore Lindsey Graham, uno dei più stretti alleati di Trump, che lo invita a «mirare più in alto», con critiche politiche e non personali a «cittadine americane regolarmente elette». Senza rinunciare però lui stesso a definirle «un mucchio di comuniste che odiano Israele e il nostro Paese». E questo solo per aver esercitato legittimamente il loro diritto di critica e di opposizione, dall’immigrazione alle lobby filo israeliane accusate di pagare i parlamentari per influenzarne la linea.

L’IPOTESI GUATEMALA PAESE TERZO SICURO

L’amministrazione Trump intanto ha annunciato un nuovo giro di vite: i migranti non potranno chiedere asilo se sono arrivati in Usa attraversando prima un altro Paese senza aver avanzato lì la loro richiesta. Come il Guatemala definito “paese terzo sicuro”, col rischio per i migranti di Honduras e El Salvador di dover chiedere asilo in questo Paese che sicuro non è. Ma la corte costituzionale guatemalteca ha bloccato l’accordo, sostenendo che deve essere prima approvato dal Parlamento.

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