Salvini si illude che l’Italia possa essere salvata da Trump

In questo vuoto di progetti c'è chi cerca di far entrare come fonte di opportunità per il nostro la variabile Usa. Lo fa anche Dottori nel suo ultimo libro. Ma il rischop è che sia una pura illusione.

30 Giugno 2019 14.00
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Anche il più tradizionalista e tranquillo dei leader deve a un certo punto dire agli elettori come vede il Paese e dove vuole portarlo. I nostri “rivoluzionari” reggitori dovrebbero averlo fatto da tempo. L’Europa non va, per l’Italia occorre qualcosa di nuovo? Dicano che cosa, con parole chiare e semplici.

Dove vede l’Italia fra x anni, quei pochi che il respiro elettorale concede, il vicepremier Matteo Salvini? Forse fuori dalla Ue, anche se un po’ lo dice e un po’ lo nega («non c’è nel contratto di governo»), e certamente fuori dall’euro. Il che implicherebbe un amplissimo, totale ridisegno delle strategie nazionali. Ma non se ne parla. I cinque stelle, esaurita la fase fatta di reddito di cittadinanza, «onestà, onestà» e democrazia diretta miracolo del web, non hanno più molto da dire e gli elettori se ne sono accorti.

IL PRESIDENTE USA HA PER L’ITALIA POCO INTERESSE

In questo vuoto di progetti si cerca ora di far entrare come fonte di opportunità per l’Italia la variabile Donald Trump che, da americano nazionalista come fu il più nazionalista dei presidenti Usa del Dopoguerra, e cioè Richard Nixon, probabilmente di fronte alle cose italiane ha la stessa reazione del Nixon del giugno 1972. Quando il suo assistente Harry R. Haldeman gli accennò la preoccupazione della Fed per speculazioni sulla valuta italiana, Nixon lo interruppe: «Well, I don’t give a shit about the lira». Beh, non me ne frega niente (versione castigata, ndr) della lira.

IL PRESIDENTE AMERICANO È UN MODELLO PER SALVINI

Trump è da sempre un modello per Salvini perché è nazionalista, anti immigrazione, e anti Ue. Solo che noi siamo Ue, e Trump è anche pro dazi, e poiché vuole punire chi ha attivi troppo alti nel commercio con gli Stati Uniti va detto che subito dopo la Germania e i suoi 63 miliardi di surplus nell’interscambio ci siamo noi con 31 miliardi e questi, insieme a quelli tedeschi, formano ben oltre la metà del totale attivo Ue con gli Stati Uniti. Salvini e i suoi non si districano benissimo tra storia diplomatica e commerciale e scenari futuri, e un recentissimo saggio di un analista di temi strategici romano, Germano Dottori, docente alla Luiss, ha cercato di illuminarli (La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America, Salerno editrice, Roma maggio 2019). Il libro è stato il viatico di Salvini nel suo recente viaggio a Washington.

Donald Trump al G20 di Osaka.

PER DOTTORI TRUMP È STATO SOTTOVALUTATO NEL 2016

La prima tesi di Dottori, e vi insiste molto, è che Trump è stato sottovalutato, per pregiudizio europeo e inparticolare italiano, e non è stato capito. Lettera43 aveva spiegato molto presto, cioè all’inizio della campagna per le presidenziali del 2016, che Trump era un serio concorrente, che la presidenza Obama aveva in parte deluso la piccola gente e che c’era nel Paese sufficiente insoddisfazione per rendere l’improbabile immobiliarista di New York un candidato temibile. Gli articoli sono in archivio, per chiunque, e i primi risalgono al dicembre 2015. Quindi noi, nel nostro piccolo, Trump non lo abbiamo sottovalutato.

GLI USA HANNO ABBANDONATO L’UNIVERSALISMO WILSONIANO

La seconda tesi di Dottori, con cui non si può che concordare se non viene estremizzata e portata a dire che oggi “tutto” è cambiato, afferma che gli Stati Uniti hanno definitivamente abbandonato con Trump la visione dell’universalismo wilsoniano e sono tornati a una visione da nazionalismo jacksoniano, dal nome del presidente figlio della Frontiera impostosi negli Anni 30 dell’800, subito scelto da Trump come antenato. E lo hanno fatto abbandonando gradatamente ruoli e mentalità lanciati una prima volta da Woodrow Wilson all’epoca della Prima guerra mondiale e ripresi dopo la Seconda per organizzare l’Occidente a resistere alla minaccia sovietica e al tentativo di Mosca di usare il comunismo per le proprie mire espansionistiche. Finita l’Urss, infatti, tutto questo non serviva più.

IL NAZIONALISMO DI TRUMP? PER DOTTORI UN RITORNO ALLA NORMALITÀ

Quello di Trump è quindi un ritorno alla normalità. Il suo nazionalismo, sostitutivo del precedente internazionalismo americano, è poi arrivato per gradi con i predecessori, continua Dottori, e sarebbe arrivato prima se non vi fosse stata l’impresa del terrorismo islamico contro le Twin Towers, nel settembre 2001, e il successivo interventismo di G. W. Bush. Già con Bill Clinton, prima di Bush figlio quindi, l’America dimostrava maggiore prudenza negli interventi militari. Il Paese era stanco. È una lunga storia che risale alla più sbagliata di tutte le guerre americane, quella in Vietnam, e che una volta scomparsa la minaccia sovietica ha visto i presidenti sempre più attenti a non mettersi contro un’opinione pubblica sempre meno disposta a guerre in terre lontane.

Il saggio di Dottori lascia perplessi nelle sue due conclusioni di fondo

THE DONALD HA SUPERATO LA VISIONE DI OBAMA

Dottori, per dimostrare che Trump non è un’aberrazione e che la sua America non tornerà più ad essere quella di prima, insiste molto su varie analogie tra la politica estera prudente di Barack Obama e quella, minacciosa a volte a parole ma altrettanto prudente nei fatti, di Trump. Sono i tempi insomma che ci hanno dato Trump, e non è Trump che ha cambiato i tempi. E anche qui c’è ampio spazio per concordare. The Donald va oltre Obama perché contesta anche, più del predecessore, gli assetti internazionali che il Paese ha costruito in passato, o collaborato a costruire, vedi il progetto europeo, ritenuto ora una limitazione alla libertà d’azione e agli interessi americani. Ma anche Obama non si è interessato molto di Europa. E le ambivalenze americane verso Cee e Ue non nascono certo con Trump, che tuttavia le estremizza.

PER DOTTORI L’EUROPA È CONDANNATA

Il saggio di Dottori lascia perplessi tuttavia nelle sue due conclusioni di fondo. La prima, mai espressa chiaramente ma che sottende tutto il lavoro, è che la Ue è condannata. Del resto l’autore giudica l’euro, nell’unico breve passaggio dedicato, come «l’ardito disegno di darsi una moneta unica in grado di competere con il dollaro come attività di riserva sui mercati mondiali», facendo propria la visione tipica della corrente nazionalista americana, e piuttosto incompleta. Prima di essere una sfida al dollaro l’euro infatti andò maturando come difesa dalle eccessive fluttuazioni del dollaro, fortissime per tutto un ventennio, Anni 70 e 80, e come ancora monetaria per legare la Germania unificata al contesto europeo, oltre che come valuta unica necessaria al mercato unico.

Dottori legge anche l’allargamento a Est dell’Unione, avviato negli Anni 90, come un disegno di potenza europeo. E qui sbaglia grosso

TRUMP MITO PER EUROSCETTICI ANTI EURO E PRO BREXIT

Dottori legge anche l’allargamento a Est dell’Unione, avviato negli Anni 90, come un disegno di potenza europeo. E qui sbaglia grosso. Furono gli Stati Uniti a spingere in questa strada, anche perché tutti i Paesi dell’ex sfera sovietica chiedevano Nato e Occidente, e furono i britannici a insistere molto, convinti – e non a torto – che allargamento e diluizione della Ue fossero la stessa cosa. Più di una volta le tradizionali capitali europee ebbero dubbi. Per quanto molto più complessa e difficile da governare, l’Unione comunque è cresciuta ed è un blocco commerciale temibile per chiunque, anche Washington. Trump non può accettare facilmente tutto questo e quindi è contro l’euro contro la Ue e pro Brexit, e ama gli euroscettici.

IL RUOLO DELL’ITALIA NEGLI EQUILIBRI INTERNAZIONALI

La seconda conclusione di Dettori è che la disarticolazione del sistema internazionale creato dalla Pax Americana e non più consono agli interessi degli Stati Uniti, può offrire chance interessanti a un Paese come l’Italia. La Germania è infatti l’avversario di Washington in Europa. La Francia, dopo alcuni giri di valzer di Macron, è tornata all’asse con Berlino. E Roma può giocare quindi la carta di un rapporto privilegiato con gli Usa. Per fare che, il libro non lo dice. Ma l’idea, vaga, è piaciuta molto a certi settori della Lega, anche a qualcuno dell’ala più nazionalista dei pentastellati, e a Matteo Salvini.

Matteo Salvini e Donald Trump.

TRUMP EREDE DI UNA VECCHIA AMERICA CHE PARE NUOVA

L’analisi dell’evoluzione americana ispirata da Trump che Dottori fa, per quanto sommaria anche come bibliografia, non è sbagliata, ma affrettata e troppo a tesi. Mancano cioè cautele e controdeduzioni. Il presidente Usa non è solo la parte più nuova di una nuova America. È anche l’erede diretto di una vecchia America, i nazionalisti degli Anni 20, usa le loro stesse parole d’ordine, ha la loro stessa mentalità, come loro non ama l’Europa. Nulla nutrì il senso di superiorità dei nazionalisti americani come vedere per due volte, nel 14 e nel 39, il suicidio della vecchia Europa.

IL LEGAME USA-UE DIFFICILE DA MODIFICARE

La storia dei rapporti stretti fra le due sponde dell’Atlantico è vecchia di oltre un secolo, con New York che improvvisamente diventava nel 1915 la capitale finanziarie del mondo, con Londra in guerra. Gli investimenti incrociati, e non solo il commercio, sono un legame senza confronti al mondo. E pensare che un Trump con poche mosse possa cambiare profondamente tutto questo è forse prematuro. Nella stagione dei minibot occorre fare attenzione. In un Paese dove un vicepremier sostiene un’idea così avventata come quella di una seconda valuta parallela, che non convince nemmeno vari esponenti di spicco del suo partito, anche analisi strategiche à la carte possono apparire più solide e lungimiranti di quello che sono. Ma potrebbero essere soltanto una sorta di minibot del pensiero.

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