Perché per me Bernie Sanders ha già vinto

27 Febbraio 2019 11.09
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Si aspetta un’altra settimana di fuoco per Donald Trump: dopo la testimonianza a porte chiuse davanti alla commissione Intelligence del Senato, il 27 febbraio Michael Cohen, ex avvocato del tycoon, è atteso alla commissione Vigilanza della Camera dove gli verranno poste domande anche piccanti riguardo al lungo periodo in cui lui e il presidente hanno lavorato insieme. Ci si aspetta di scoprire, per esempio, qualcosa in più riguardo a frodi di assicurazioni e frodi fiscali, meno riguardo gli affari con la Russia, perché sia Robert Mueller che il Fbi stanno ancora portando avanti le loro indagini. Inoltre, girano voci sull’imminente consegna della relazione scritta dal pool di Mueller tanto che il neo procuratore generale William Barr già mette le mani avanti, dicendo che non ha ancora deciso se rendere o meno il dossier pubblico.

In tutto questo tsunami di possibili notizie spaventose, il presidente sarà in Vietnam incontra il mega dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Staremo a vedere come va a finire questa volta: al termine del primo incontro a Singapore, Trump aveva detto: «I love this guy», frase piuttosto strana se rivolta a uno dei più temuti e violenti dittatore al potere. Ma sicuramente meno preoccupante rispetto a quel (poco) che ha fatto Trump durante i suoi due anni di mandato per diminuire la proliferazione di armi nucleari nel mondo, distruggendo per esempio il difficile lavoro diplomatico portato a termine dal presidente Barack Obama in Iran.

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TRUMP NON HA ACCONTENTATO LA CLASSE MEDIA

Ma, a parte Trump e i suoi problemi legali e non, qualche buona notizia c’è: stanno presentandosi i primi candidati democratici per le elezioni del 2020. Per ora sono 14: molte le donne, qualche gay, qualche nero, ma tutti allineati con la politica intrapresa da Bernie Sanders nel 2016. Il Partito democratico, come quello repubblicano dopo George Bush (leggi, Dick Cheney) sono diventati molto più polarizzati negli ultimi 15 anni. Eppure, la maggior parte degli americani vorrebbe ancora spendere meno soldi per l’assistenza medica – secondo un sondaggio dell’agenzia Gallup, il 79% dei cittadini è scontento dei costi – e per l’università; vorrebbe poter guadagnare di più e avere servizi che funzionano. In fondo, Trump, che ha promesso alla classe media supporto, lavoro e tante altre cose belle, non è riuscito a fare molto in proposito, se non creare una legge fiscale per accontentare i multimiliardari. Ci sono ancora tanti americani non legati a un partito, ma attenti a quello che i candidati possono fare per loro.

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IL PROGRAMMA FOTOCOPIA DI BERNIE SANDERS

Bernie Sanders, che 24 ore dopo l’annuncio alla sua candidatura ha ricevuto 6 milioni di dollari in contributi per la campagna elettorale (molti dei quali da repubblicani), ha risposto alle domande di un numeroso gruppo di democratici riguardo il suo programma politico. Nulla di nuovo rispetto al 2016: parla ancora di assistenza sanitaria universale, di diritto all’istruzione gratuita, di lotta all’iniquità sociale ed economica, del dovere di tassare le grandi corporation per poter pagare servizi pubblici per tutti. Errol Louis, giornalista di Cnn, scrive: «Molti dei suoi punti politici, nel 2016, sembravano radicali, ma adesso sono diventati posizioni democratiche mainstream. Grazie all’attenzione di Sanders su questi argomenti, adesso tutti i candidati democratici sono obbligati a promettere di diminuire le diseguaglianze economiche, gli alti cosi dell’assistenza sanitaria e gli interessi delle corporation che finanziano le campagne elettorali ai politici in cambio di favori».

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Sanders, quando spiega i punti del suo programma, è abbastanza vago, mentre se davvero vuole lavorare su cambiamenti così drastici come l’assistenza medica gratuita, deve spiegare nei dettagli come può finanziarli. È, insomma, un populista anche lui, solo che invece essere di destra, come sembra andare il trend in molti Paesi non solo europei, è dalla parte giusta. Certo, gli altri candidati sono più giovani, volti nuovi della politica e meno approssimativi di lui. Molti americani, soprattutto le donne, vorrebbero finalmente essere rappresentati da una donna, per esempio, ed è chiaro dalle elezioni del 2016 che una persona anziana, bianca, ebrea di Brooklyn non piace molto negli Stati del Sud e poco alla popolazione nera adulta. Ma indipendentemente dalla sua possibilità di essere eletto, il suo compito, strepitoso, l’ha fatto: ha creato una base da cui ricostruire un Partito democratico più moderno. E anche se non riuscisse ad arrivare alla Casa Bianca, per me ha già vinto.

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