Se Trump vuole disfare la Ue vuol dire che a noi conviene tenercela

15 Luglio 2018 07.00
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Nel gennaio del 2017 Donald Trump si insediava alla presidenza e affermava a chiare lettere che il mondo di ieri era finito e che gli Stati Uniti avrebbero pensato ai loro interessi come da lui intesi, e come intesi in molte cafeterias dell’immenso arcipelago americano, come da noi del resto vengono intesi al banco dove si assapora l’espresso.

I politici di Washington vi hanno tradito, diceva il neo-presidente. Il mondo si è arricchito a spese della classe media americana. E la soluzione sarebbe stata fornita, dichiarava, da nazionalismo e dal protezionismo al motto di America First. Di fatto, la fine formale dell’American Century, peraltro da almeno un decennio chiaramente in ritirata. C’è modo e modo, comunque, per archiviare le grandi stagioni storiche, e la strada scelta da Trump è di perfetta discontinuità con un secolo di diplomazia europea di Washington, e non è certo la migliore.

L’11 e 12 luglio a Bruxelles, al vertice Nato, Trump ha detto tutto e il contrario di tutto, servendo le opposte necessità di due diverse platee. Agli amici delle cafeterias, che dovranno confermarlo presidente nel 2020 e votano già a novembre 2018 per il Congresso, ha detto che gli europei sono una banda di profittatori che si affidano alla spesa americana e fanno affari con i russi dai quali chiedono a Washington di difenderli. Su questo, e sulla questione in effetti ambigua del nuovo gasdotto del Baltico fra Russia e Germania, è stato con Angela Merkel molto duro. In particolare twittando a beneficio delle cafeterias, soprattutto. Poi, ufficialmente, ha anche detto che con Berlino, e con Merkel personalmente, i rapporti sono «ottimi», che il vertice è stato un grande successo e la Nato mai così unita e importante.

TRUMP CONTRO L'UE, MINACCIA ALLA PROSPERITÀ USA

Ancora da Bruxelles e prima del breve volo che lo ha portato a Londra per una visita semi-ufficiale ha avuto modo di salutare il suo “grande amico” Boris Johnson, ministro degli Esteri dimissionario, sfidante della premier Theresa May e campione e leader della Brexit. «Chi sarà il prossimo Paese a uscire?», era l’unica cosa che interessava l’entourage dell'allora candidato Donald Trump nei giorni (giugno 2016) del referendum sulla Brexit, ricorda l’ex ambasciatore americano alla Ue, Anthony Gardner. Trump è dichiaratamente contro la Ue e l’euro. Vuole smantellare entrambi, minacce dirette alla prosperità americana, come ha sempre detto. «Penso che voler difendere i nostri interessi passando da una frammentazione dell’Europa sia pura follia», commentava nei giorni scorsi Gardner, dopo il vertice Nato. «Assolutamente lunare».

Trump non è un’aberrazione né un pazzo né un deficiente perché qualsiasi presidente americano avrebbe dovuto prendere atto che il mondo disegnato nel '47-'50 ormai non c’è più. Non c’è più l’Urss. Allora non c’era la Cina industriale. E tante altre cose. In parte Barack Obama è stato già, ma in modo confuso, un presidente post American Century. Trump lo è totalmente. Ma senza una vera strategia costruttiva, che ipotizzi qualcosa di nuovo. La sua strategia è distruggere il vecchio. Tra cui l’Unione europea. E l’euro. I guasti del protezionismo li lascia, ci prova, al suo successore.

È vero anche che il protezionismo è americano come la Apple Pie, un meccanismo lubrificato e sempre pronto. Del resto il grande mercato americano fa gola a tutti. Mai però, se non negli Anni 20, la norma protezionista fu usata come sta facendo Trump. Trump, si sa, ha una conoscenza approssimativa della storia del suo stesso Paese. Detesta tutti i multilateralismi politici militari e commerciali che i suoi predecessori hanno insieme ad altri creato e pensa che la formula one to one, lui da un lato a un’altra nazione dall’altro, una alla volta, sia la formula giusta. Tutti i nazionalisti americani lo hanno sempre pensato. One to one vuol dire avere sempre a che fare con partner ben più piccoli.

Il protezionismo è americano come la Apple Pie, un meccanismo lubrificato e sempre pronto. Mai però, se non negli Anni 20, la norma protezionista fu usata come sta facendo Trump

C’è poi, centrale per l’Europa, il nodo Russia, il vero convitato di pietra a Bruxelles nei giorni scorsi. Non c’è più il comunismo, quindi la ragione ultima della Nato, pensano molti, e probabilmente lo stesso Trump che detesta le grandi tavolate multilaterali. Ha accusato l’Europa, e la Germania in primis, di voler fare affari con Mosca e di chiedere poi di essere difesa contro Mosca. Non è una novità. È dal “disgelo” kruscioviano che l’Occidente fa affari con Mosca oliando, nel contempo, le armi.

Lo stesso Trump preme per un ritorno dal G7 al G8, con Mosca al tavolo, e vede in questi giorni Vladimir Putin con grande entusiasmo. Ma una Russia con mano libera in Europa è nell’interesse americano? È un secolo esatto che Washington e New York, il vitale cuore finanziario della diplomazia Usa, cercano di avere amici sulla sponda est dell’Atlantico. Hanno fatto due guerre per questo. E quando nel '45-'47 hanno definitivamente deciso che l’Urss aveva mire di controllo (finlandizzazione) su tutta ’Europa continentale, sono tornati militarmente su un continente dove avevano lasciato, oltre a una cospicua presenza economica con mire notevoli presto realizzate, una sola divisione in assetto di combattimento.

LA TEORIA DI KENNAN SULLA RUSSIA

Il perno ideologico di gran parte di quanto fatto poi da Harry Truman e Dwight Eisenhower in Europa, la Nato e l’appoggio ai tentativi di concerto europeo fino al successo del Mercato comune dopo il 1957, rimane quello fornito nel cosiddetto “lungo telegramma” di George F. Kennan, il giovane numero due dell’ambasciata a Mosca che, in assenza dell’ambasciatore William Averell Harriman, rispondeva nel febbraio '46 a un urgente interrogativo da Washington: ma che cosa vuole la Russia?

Kennan era stato assai critico delle speranze di amicizia con Stalin nutrite dal presidente Franklin D. Roosevelt, convinto che bastasse mettere un catalogo dei grandi magazzini Sears Roebuck nelle mani dei russi per convincerli del bello della cornucopia occidentale. La storia russa è più complessa, spiegava Kennan, e sarà impossibile avere una «permanente coesistenza pacifica» con l’Occidente perché la Russia si muove in base a un «istintivo senso di insicurezza» e ritiene che la propria sicurezza possa essere trovata solo «in una paziente ma mortale lotta per la distruzione dell’avversario». Fu così con gli zar ed è così con il comunismo, strumento e non ispirazione nuova, diceva Kennan, della politica russa.

Ed è così probabilmente anche per la Russia di Putin, si può aggiungere a quanto affermava Kennan non soddisfatto poi di come le sue tesi diventarono strategia e politica. Mosca non può essere contenta di avere oggi i carri armati Nato molto più vicini a Mosca di quanto fossero nella Guerra Fredda. E cercherà di ricacciarli indietro. Per questo la Germania, e tutti gli altri, distinguono tra affari e strategia.

Trump ricorda per contrasto, come tutti i nazionalpopulisti di oggi del resto, una nota definizione di Leonardo Sciascia: «Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità». Parafrasando, e invertendo i termini, si potrebbe dire che «il cretino di destra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è facile. Crede che la facilità sia verità». Quindi i problemi veri sono pochi, hanno una causa chiara e una soluzione ancora più chiara. Per ricreare l’America occorre far fuori i concorrenti. Se Trump vuole disfare la Ue vuol dire che a noi conviene tenercela.

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