Antonietta Demurtas

Ttip e Ceta, cosa c'è dietro la frenata nei negoziati

Ttip e Ceta, cosa c’è dietro la frenata nei negoziati

31 Agosto 2016 08.00
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da Bruxelles

 

Stati Uniti e Canada, partner mancati.
È questo il destino che accomuna i due Paesi d’Oltreoceano nelle relazioni commerciali con l’Unione europea.
Dopo anni di trattative per siglare gli accordi di libero scambio Ttip e Ceta, è bastata un’estate per mandare tutto all’aria e far parlare di un inasprimento delle relazioni con l’America del Nord, ma soprattutto di una Unione europea a mobilità ridotta.
ATMOSFERA OSTILE. Una Unione impossibilitata a instaurare nuove relazioni con i partner commerciali d’Oltreoceano e destinata a rimandare quell’obiettivo di una maggiore integrazione economica e finanziaria a causa delle pressioni elettorali che stanno già scuotendo il continente.
L’atmosfera politica ed economica in vista delle elezioni che si terranno nel 2017 in Francia e nei Paesi Bassi, del referendum costituzionale in Italia e del voto di Berlino e Mecklenburg-Vorpommern ha infatti creato l’impasse commerciale. Per evitare quella elettorale.

 

L’asse franco-tedesco contro il trattato Ue-Usa

Un chiaro segnale della difficoltà di portare a termine le trattive sull’accordo più importante per l’Unione europea, quello con gli Stati Uniti, è arrivato domenica 28 agosto, quando il ministro dell’Economia e vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha detto che i negoziati sono de facto falliti.
Nei 14 round fatti finora tra Washington e Bruxelles, le due parti non sono state in grado di accordarsi su un unico capitolo dei 27 in discussione, è la critica del tedesco.
«Noi europei non ci vogliamo assoggettare alle richieste americane. Le cose su questo fronte non si stanno muovendo», ha detto Gabriel in un’intervista all’emittente pubblica tedesca Zdf.
NO ALLE «BRICIOLE» DEGLI AMERICANI. Una dichiarazione condivisa subito anche dal vice ministro del Commercio estero francese, Matthias Fekl, che il 30 agosto ha dichiarato: «Non c’è più il sostegno politico della Francia a questi negoziati».
La motivazione? «Gli americani non concedono niente, o lasciano soltanto le briciole. Non è così che si tratta fra alleati. Le relazioni non sono equilibrate, bisogna riprendere in seguito su buone basi», ha continuato Fekl sostenendo la posizione del presidente François Hollande, che a sua volta ha sottolineato come sia «inutile alimentare l’illusione» di un accordo «prima della fine del mandato» di Barack Obama.
Più che la crisi economica e il crescente euroscetticismo sarebbero quindi le elezioni a relegare in panchina, almeno per ora, i negoziati, già messi a dura prova dalla Brexit e dall’uscita di scena di David Cameron, accanito sostenitore dell’intesa, sul quale gli Usa contavano per convincere gli altri europei.
Uno scenario complicato davanti al quale Fekl ha invocato una «battuta d’arresto, definitiva, a questi negoziati per poi ripartire».
La richiesta di Parigi sarà avanzata ufficialmente alla fine di settembre, a una riunione dei ministri del Commercio estero a Bratislava.
LA COMMISSIONE CI CREDE ANCORA. In attesa della notifica da parte di Francia e Germania, a Bruxelles la linea è però ancora possibilista: «Anche se i negoziati commerciali prendono tempo, la palla sta girando ora» e questi sono entrati in una «fase cruciale», ha ribadito il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas dopo le dichiarazioni del ministro dell’Economia tedesco.
«La Commissione è pronta a chiudere l’accordo entro la fine dell’anno, purché le condizioni siano quelle giuste», anche se, ha ricordato, non c’è disponibilità a «sacrificare gli standard di sicurezza, salute, sociali e di protezione dei dati o la diversità culturale» europei.
In ogni caso, nonostante le dichiarazioni fatte da alcuni poltici tedeschi e francesi, l’esecutivo ha ricordato come il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, proprio all’ultimo vertice Ue a fine giugno, abbia ricevuto la conferma del mandato a negoziare da parte di tutti i 28 Stati membri. Quindi, fino a un contrordine «i negoziati sul Ttip continuano», ha twittato il 30 agosto il commissario europeo per il Commercio Cecilia Malmstroem, annunciando una videoconferenza col capo negoziatore Usa Mike Froman.
In attesa però delle dichiarazioni in merito da parte di Malmstroem, che farà il punto della situazione a margine del Consiglio informale commercio, il 23 settembre a Bratislava, le possibilità reali di una conclusione dei negoziati entro la fine del 2016 sembrano ormai sfumate.

La lenta fine del Ceta anticipa quella del Ttip

Prima ancora di decretare la morte legale del Ttip, però, è quella del Ceta a essere più imminente.
La fine delle speranze di portare a termine un trattato commerciale con il Canada è stata chiara il 5 luglio, quando Malmstroem al parlamento europeo di Strasburgo ha annunciato la scelta dell’esecutivo Ue di proporre il Ceta come accordo misto.
Legalmente parlando, ha spiegato, il Ceta è di esclusiva competenza Ue, ma sapendo che alcuni Stati membri non sono d’accordo la Commissione ha proposto una ratifica a competenza mista con il coinvolgimento dei parlamenti nazionali.
LA RATIFICA DEI 28 CHE BLOCCA TUTTO. Un procedimento che non solo rallenta l’entrata in vigore del trattato, ma ne compromette la ratifica, vista l’opposizione già espressa da più Stati membri, come Belgio e Francia.
Così, mentre la Commissione attende il verdetto della Corte di Giustizia per capire se questo tipo di accordi sono di competenza Ue o mista, in base all’esame legale dell’accordo con Singapore in corso, sono i parlamenti dei 28 a dover dire la loro.
Per quanto quindi si continui a discutere sui benefici che il Ceta porterebbe all’Ue – l’azzeramento di quasi tutti i dazi commerciali e la protezione di 40 prodotti con l’indicazione d’origine – c’è già chi ne celebra il funerale.
GLI ACCORDI E LE PRESSIONI ELETTORALI. Se l’obiettivo è arrivare alla firma formale al vertice Ue-Canada del 27 e 28 ottobre, tutto è nelle mani dei governi nazionali.
«E molti di questi sono al momento più interessati agli effetti che questo tipo di accordo provocherebbe sull’opinione pubblica nazionale e a livello elettorale», commenta con Lettera43.it chi nella commissione europarlamentare per il commercio internazionale (Inta) sta seguendo il dossier.
Ed è proprio all’Inta che il primo settembre il relatore del rapporto sul Ceta, l’europarlamentare del Ppe Artur Prabkis, presenta le conclusioni evidenziando il fatto che «non si può più aspettare. L’economia europea e le sue imprese hanno bisogno di un forte stimolo economico e il commercio internazionale è l’unico strumento che può fare la differenza».

Il no di Gabriel: un disperato tentativo contro la Merkel

Ma con le elezioni alle porte in Francia e in Germania a fare la differenza sono le urne: con un’opinione pubblica fin dall’inizio molto critica nei confronti dei due accordi commerciali, la classe politica europea ha iniziato a cambiare strategia.
Come ha notato Judie Dempsey del think thank Carnegie Europe, una delle prime mosse elettorali contro Angela Merkel è stata la sonora bocciatura del Ttip fatta da Gabriel
Il quale, forse più come leader dei socialdemocratici che come vice cancelliere, ha deciso di lanciare un attacco contro Angela e, indirettamente, contro gli Stati Uniti.
«Un disperato tentativo», lo definisce Dempsey, di spostare l’elettorato a sinistra prendendo e distanze dalle politiche della Merkel e del suo partito, l’Unione cristiano democratica (Cdu), partner di coalizione dei socialdemocratici, e che i sondaggi danno in netto calo.
Per questo il 28 agosto, Gabriel non solo ha criticato la politica dei rifugiati della cancelliera, ma ha deciso di stroncare il Ttip, nonostante ne sia stato più volte un grande sostenitore.
CENSURA E MANCATA INFORMAZIONE. A segnare il cambiamento sarebbe l’enorme ondata di opposizione registrata in Germania davanti alla proposta di accordo commerciale.
Dal momento che l’attivista tedesco Thilo Bode è diventato il capo di Watchfood, una delle Ong più critiche sul tema, il supporto per il Ttip nel Paese, riporta Politico, è precipitato dal 55% al 17%.
Ma a spostare l’opinione pubblica non è stata tanto e solo la campagna di informazione delle Ong, quanto quella di ‘non informazione’ delle parti coinvolte nel negoziato.
Al di là delle previsioni più ottimistiche della Commissione Ue, secondo le quali il Ttip aggiungerebbe 119 miliardi di euro al Pil dell’Europa e 95 a quello degli Usa, le trattative finora sono state condotte in segreto e i documenti non sono mai stati resi pubblici.
Gli unici file ottenuti e pubblicati da Greenpeace hanno solo aumentato il timore che gli standard sull’agricoltura, la salute, l’ambiente verrano abbassati, e che l’aumento dei posti di lavoro sarà esclusivamente a favore degli Usa. Timori ai quali si è aggiunta «una dose considerevole di anti-americanismo, a cui Gabriel sta attingendo per fini elettorali», ha ricordato Dempsey.
LA RISPOSTA DEL PORTAVOCE DI ANGELA. Davanti alle affermazioni del vice cancelliere, Steffen Seibert, portavoce della Merkel, ha gettato acqua sul fuoco: «I negoziati sul Ttip vanno avanti e abbastanza spesso le cose decisive avvengono nel round finale».
Ora resta solo da capire quando e se ci sarà un round finale.
Ma soprattutto da chi sarà condotto. Come ha sottolienato anche il presidente della Confindustria tedesca Ulrich Grillo: «È assolutamente naturale che ci possano essere ancora molte questioni aperte nel negoziato sul Ttip. Adesso abbiamo bisogno di una leadership politica per risolverle».
E per averla bisognerà aspettare la fine dell’amministrazione Obama e l’esito delle elezioni tedesche e francesi.

 

Twitter @antodem

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