Tunisi, Islam a due facce

Claudia Bruno
21/08/2012

Viaggio tra le donne della capitale.

Tunisi, Islam a due facce

da Tunisi

Il locale nel centro di Tunisi è luminoso e accogliente. Molte donne si spostano da una stanza all’altra con fascicoli e quaderni fra le mani, con grandi sorrisi.
Fathia Hizem è seduta in un angolo e parla concitata con le sue colleghe. Alza la testa e saluta chi entra senza sorpresa: nelle stanze di Femmes Démocrates (Donne democratiche) – il gruppo nato con finalità politiche alla fine degli Anni 80 e poi trasformatosi in un movimento civico di sostegno e lotta per i diritti femminili – sono molti gli stranieri che vengono a fare due chiacchiere per capire in che direzione sta andando la Tunisia.
GLI OSTACOLI DELL’ESSERE DONNA. Essere donna a Tunisi è difficile. E in questi giorni più di prima. Gambe e braccia appena più scoperte del solito provocano aggressioni verbali, aspri rimproveri fioccano per un bacio sulla fronte ricevuto dal partner, un atto giudicato «inopportuno» durante il mese sacro del Ramadan.
SEMPRE PIÙ VELI PER STRADA. Il numero delle donne che indossa il velo sembra essere aumentato, mentre sulle spiagge meno mondane, fuori dalle rotte turistiche, un bikini continua a dare scandalo.
Si ha quasi l’impressione che il vento della rivoluzione stia soffiando al contrario, rimettendo in discussione libertà che sembravano acquisite fin dal 1956, anno dell’approvazione del Codice dello Statuto personale, garante dei diritti civili e dell’uguaglianza fra i cittadini.
«VIVIAMO IN UNA SOCIETÀ PATRIARCALE». «Non sempre i nostri diritti sono salvaguardati, viviamo ancora in una società patriarcale e anche dopo la caduta del regime la situazione è difficile», spiega Fathia Hizem a Lettera43.it. «Cerchiamo degli interlocutori nel governo e continueremo la nostra battaglia per eliminare tante disposizioni ingiuste».

Ennhadha, il ritorno dell’Islam in politica

In un Paese in cui il 98% della popolazione è di religione musulmana, in cui la laicità è stata a lungo resa obbligatoria dalla dittatura, le cose si sono fatte più complesse da quando in parlamento siede, con una salda maggioranza, la forza islamica moderata Ennahdha, democraticamente eletta nelle prime consultazioni libere della storia recente.
LAICITÀ A RISCHIO. Il partito è accusato da molti di adottare un duplice linguaggio: da un lato si accredita come interlocutore moderato e democratico, dall’altro lavora all’interno del quadro istituzionale per introdurre leggi e principi che rischiano di minare quella laicità dello Stato fortemente voluta dal «padre della patria» Bourguiba e preservata sotto il regime di Ben Ali.
POLEMICA SULLA NUOVA COSTITUZIONE. A gettare benzina sul fuoco è stata la bozza dell’articolo 28 della futura Costituzione, approvato a luglio, che definisce la donna non più «uguale» all’uomo, ma a lui «complementare» nell’ambiente familiare e «associata» nello sviluppo della patria.
LO SPETTRO DELLA SHARIA. È l’ultimo esempio di una politica ambigua, per la quale Ennahdha condanna gli estremismi e autorizza gruppi controversi come il Comitato per la promozione del bene e la prevenzione del male, una specie di polizia religiosa che vorrebbe introdurre la sharia nella società tunisina.
Fuori legge sotto il regime laico di Ben Ali, il movimento è stato legalizzato lo scorso febbraio con il nome di Forza moderata per la coscienza e la riforma.
GLI IMAM E LA PAROLA ARMATA. «Gli imam nei loro discorsi incitano all’odio verso le minoranze, si occupano di questioni private, dettano i codici secondo cui una donna deve o non deve vestire», spiega Iqbal al Gharbi, docente di Antropologia all’università Zaytuna di Tunisi e in prima linea nella difesa dei diritti delle donne. «Spesso le loro parole finiscono sui giornali o in tivù, influenzando pesantemente i comportamenti della gente».
Insieme con migliaia di altre persone, la docente è scese in strada per contestare l’ipotesi della nuova Costituzione. Le petizioni online per scongiurarla sono rimbalzate da questa parte del Mediterraneo.
LA STRETTA INTEGRALISTA. Ma contemporaneamente sono arrivati anche gli echi della ultime gesta dei salafiti, i gruppi islamici estremisti. A metà giugno nella città di La Marsa sono scoppiati gravi disordini per un’esposizione d’arte considerata blasfema perché contenente opere con riferimenti ad Allah e Maometto. E disordini si sono registrati lo scorso ottobre dopo la messa in onda, da parte della rete televisiva Nessma Tv, del film franco-iraniano Persepolis. Il direttore dell’emittente, Nabil Karoui è stato condannato a maggio a una multa di 2.400 dinari (1.200 euro), per «aver violato i valori sacri e disturbato l’ordine pubblico».

La via verso «l’islamizzazione dolce»

Difficile capire se si tratti di casi isolati – come sostiene il governo – o di piccoli passi verso una «islamizzazione dolce» del Paese, come denunciano i gruppi di opposizione.
LA SETE DI RELIGIONE. Secondo la parlamentare Amel Azzouz, che fa parte dell’Assemblea costituente tra le fila di Ennahdha, la situazione attuale rispecchia solo un ritrovato bisogno di religione nato nel Paese dopo la repressione degli anni di Ben Ali.
«Bourguiba prima e Ben Ali poi hanno cercato di sbarazzarsi di qualcosa chiamato Islam, hanno demonizzato la fede musulmana», sottolinea Azzouz. «Le donne che portavano il velo come me erano additate come mostri. E come sempre succede quando si impone con la forza un comportamento, si ottiene l’effetto contrario: ora le persone sono affamate di religione».
«Nelle ultime elezioni, per la prima volta ho potuto parlare e farmi conoscere per quella che sono», continua la politica. «Ennahdha vuole costruire un Paese repubblicano, islamico e arabo, perché questa è la nostra cultura, ma che tuteli tutti. Uno Stato in cui ogni cittadino possa riconoscersi».