Le elezioni in Tunisia insidiate dai jihadisti

Nell'autunno del 2019 ci sono Legislative e Presidenziali. I vecchi leader ancora in corsa perdono consensi. I partiti di massa si dividono. La gente promette astensione e protesta. Mentre gli estremisti attaccano. Il quadro.

06 Luglio 2019 15.00
Like me!

Gli attacchi in Tunisia che i jihadisti hanno ripreso a compiere nel cuore della capitale sono avvenuti all’indomani del quarto anniversario, il 26 giugno 2015, della strage nel villaggio turistico di Sousse, e nei mesi della campagna elettorale per le elezioni legislative del 6 ottobre e le Presidenziali del 17 novembre 2019. Al solito, i gruppi salafiti estremisti che si riconoscono sotto la bandiera dell’Isis tentano di mostrare i muscoli, remando contro la democrazia.

NON CI SONO STATI I NUMERI DI UNA STRAGE

Non si sono ripetuti i 38 morti e i 36 feriti di Sousse: il bilancio degli attentati con due kamikaze in rue Charles de Gaulle, vicino a una pattuglia delle forze di sicurezza e all’ambasciata francese, e contro il quartier generale dell’intelligence della polizia a Tunisi, è di un morto e di alcuni feriti. Anche nel terzo attacco a catena, contro un presidio di militari a Gafsa, più di 350 chilometri a Sud di Tunisi, si è evitato il peggio.

STATO DI EMERGENZA CONTINUAMENTE RINNOVATO

Dal novembre 2015 lo stato di emergenza è rinnovato di mese in mese. Lo schieramento di forze e il monitoraggio dell’intelligence hanno finora evitato altre stragi come anche quella al museo nazionale del Bardo di Tunisi, il 18 marzo 2015. Tuttavia nei mesi di lotte politiche che precedono il voto aumenta il rischio di attentati.

RIENTRANO I COMBATTENDI DA SIRIA E IRAQ

Anche per le Amministrative del 2018 i jihadisti rintanati perlopiù nelle montagne del governatorato di Kasserine minacciarono di bloccare il voto, lanciando attacchi minori nella zona. La loro libertà d’azione è limitata, da quando è stata smantellata la colonna dell’Isis che si addestrava nei campi libici di Sabratha, al confine con la Tunisia. Ma dalla Siria e dall’Iraq sta rientrando parte dei combattenti stranieri jihadisti dei quali la Tunisia aveva il triste primato: almeno 3 mila, secondo le stime di diverse intelligence e network di ricerca sull’estremismo islamico. Gruppi di estremisti islamici come il principale di Ansar al Sharia in Tunisia, affiliata ad al Qaeda e legata di Ansar al Sharia libica confluita nell’Isis, contavano diversi combattenti nei territori del sedicente califfato. Il ramo tunisino di Ansar al Sharia è sospettato anche di aver avuto degli attentatori a Sousse.

LAICI E ISLAMISTI MODERATI NEL MIRINO DEI JIHADISTI

Sul piano politico attacca i partiti della sinistra laica e gli islamisti moderati di Ennahda, accusati dai salafiti essere diventati complici della secolarizzazione. Vincitore delle elezioni democratiche dopo le rivolte del 2011 e poi al governo in una grande coalizione, il ramo tunisino della Fratellanza musulmana ha accettato le regole della democrazia rifiutate dai jihadisti.

Tunisia attacchi elezioni 2019
Il capo di Stato della Tunisia Beji Caid Essebsi. Nel 2019 ci sono le elezioni presidenziali e legislative (Getty).

I «BLASFEMI» CHE LEGIFERANO IN PARLAMENTO

Per Ansar al Sharia (e per al Qaeda e Isis) è dio a decidere, non gli uomini, che se si riuniscono in parlamento e legiferano sono blasfemi. Nei dispacci diramati, Ennahda (“Rinascita”) è criticata per aver rinunciato alla legge islamica della sharia e fatto passare leggi sulla parità di diritti tra uomo e donna. Non avendo la maggioranza, il partito tunisino della Fratellanza musulmana ha rispettato il pluralismo democratico. Nel 2016 ha anche modificato il suo nome da «movimento islamico» a «partito democratico musulmano», aderendo alla separazione tra religione e politica. Una presa di distanze che non convince molti esponenti della sinistra, per il passato del leader di Ennahda Rached Ghannouchi.

ENNAHDA CRITICATA PER LE LARGHE INTESE

Messo al bando per le sue idee dai governi autoritari prima di Habib Bourguiba poi di Ben Ali, e costretto a riparare all’estero, Ghannouchi ha espresso – diversi anni fa – anche pensieri fondamentalisti a contenuto violento. Il suo profilo di pensatore di Ennahda è tuttavia sempre rimasto alto tra gli islamisti moderati. Fino ai sì ai rimpasti di governo che dal 2015 gli sono costati diverse simpatie nel partito e tra l’elettorato. Le misure di austerity del Fondo monetario internazionale (Fmi) varate dal nuovo esecutivo di larghe intese hanno generato forti proteste. Un malcontento popolare sul quale soffiano anche i movimenti islamici estremisti.

ANCHE IL PRIMO PARTITO IN CRISI DI LEADERSHIP

Oltre a Ennahda è in crisi di leadership il primo partito Nidaa Tounes (“Appello per la Tunisia”), fondato nel 2012 dall’attuale capo di Stato, il 92enne Beji Caid Essebsi, per raccogliere tutta l’opposizione laica. Il caso ha voluto che, nella mattina degli attacchi del 27 giugno, Essebsi fosse portato in ospedale per un malore che si è infine ammesso essere «grave». Come Ghannouchi, negli ultimi tempi era contestato per motivi opposti: la Costituzione tunisina assegna poteri decisivi in materia di sicurezza al capo dello Stato, che si stava discostando dalla linea conciliante del governo di grande coalizione. Non solo Essebsi aveva prolungato lo stato di emergenza, ma si era avvicinato all’asse di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati arabi contro la Fratellanza musulmana.

ESSEBSI ACCUSATO DI AUTORITARISMO

Era arrivato a insinuare dubbi sulla trasparenza del partito di Ennahda e mandava la polizia a reprimere gli scioperi e i picchetti di fronte alle fabbriche, attirandosi accuse di autoritarismo non solo dagli islamisti ma anche dai movimenti operai. Né Essebsi né Ghannouchi, 78 anni, sono più benvoluti da una parte rilevante dei due partiti, dilaniati dalle lotte intestine. Tuttavia, senza le loro candidature alle Presidenziali (e in generale senza le loro leadership) Ennahda e Nidaa Tounes sono persi.

Tunisia attacchi elezioni 2019
Il premier Youssef Chahed, a capo del nuovo partito Tahya Tounes, in campagna per le elezioni del 2019. GETTY.

LOTTE INTESTINE PARALIZZANO L’ECONOMIA

Entrambi i movimenti di massa sono reduci da dimissioni di leader e scissioni, come esito delle lotte intestine che hanno contribuito a paralizzare l’economia del Paese. Ghannouchi ha buone chance di essere eletto presidente della Repubblica dopo Essebsi, che i laici fino a prima del malore intendevano ricandidare. Ma in competizione con lo storico leader islamista c’è l’ex segretario generale di Ennahda Hamadi Jebali (ed ex premier tunisino tra il 2011 e il 2013), che ha lasciato il partito nel 2014 e ha manifestato l’intenzione di candidarsi come indipendente. Già al secondo voto dopo la rivoluzione dei gelsomini, gli islamisti costretti a compromessi persero il 10% dei consensi (dal 37% del 2011 al 28%) e 10 seggi in parlamento.

LA SCISSIONE DEL PREMIER YOUSSEF CHAHED

Ma la stessa sorte, se andrà come alle Amministrative del 2018, potrebbe toccare a Nidaa Tounes. La scissione del premier Youssef Chahed, nominato nel 2016 nell’ultimo rimpasto di governo, ha fatto precipitare il partito di Essebsi da primo a terzo gruppo parlamentare. Fondato il 27 gennaio 2019, Tahya Tounes (“Viva la Tunisia”) è l’ex corrente parlamentare di Chahed che punta alla rielezione a primo ministro. Con un movimento abbastanza personalistico.

LA FORZA DEL SINDACATO

Visti i rapporti deteriorati con Essebsi e Nidaa Tounes, Ennahda è pronta a una nuova alleanza con Tahya Tounes. Ma la popolazione che si mobilitò nel 2011, contro la povertà, contesta la linea economica neoliberista e di tagli al welfare promossa anche dall’ultimo esecutivo. Grande forza ha guadagnato negli ultimi anni il potente sindacato dei lavoratori pubblici tunisini (Ugtt), che allo sciopero generale del gennaio 2019 ha richiamato più di 670 mila dipendenti statali, scagliandosi contro le riforme strutturali del governo.

VERSO UNA VITTORIA… DELL’ASTENSIONE

L’Ugtt non presenterà candidati ma ha dichiarato una «neutralità positiva» per le elezioni, appoggiando cioè indirettamente le liste più in linea con le sue richieste. Peccato non ci siano. In parlamento è in discussione un contestato disegno di legge per innalzare la soglia elettorale di sbarramento dal 3% al 5%, che sulla base del voto nel 2014 escluderebbe dalla rappresentanza tutte le forze tranne i partiti al governo. Di questo passo, in autunno vincerà l’astensione: secondo un sondaggio del gennaio scorso, il 75% delle donne e dei giovani intervistati non aveva intenzione di andare a votare. Una percentuale alta soprattutto nelle povere aree rurali dove Isis e al Qaeda hanno reclutato combattenti per la Siria e per l’Iraq.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *