Tunisia, tabula rasa

Giuliano Di Caro
20/01/2011

In cella 33 parenti di Ben Ali accusati di crimini contro il Paese.

Tunisia, tabula rasa

Gli effetti della caduta del regime di Ben Ali in Tunisia hanno iniziato a moltiplicarsi. Uno dei più eclatanti, più carico di valore simbolico, è stato l’arresto di 33 familiari del deposto presidente del Paese, avvenuto il 19 gennaio. Un segno dei tempi per i tunisini che hanno affollato le strade, animato la protesta e festeggiato alla notizia della caduta di Ben Ali e del suo esilio all’estero.

Smantellamento del sistema di potere

Le immagini senza filtri della tivù di Stato, altro segno dei tempi come la piccola rivoluzione all’insegna della libertà di stampa dei giornalisti del quotidiano La Presse, (leggi l’articolo sulla fine della censura in Tunisia) hanno mostrato orologi, gioielli, oggetti in oro e carte di credito sequestrati dalle autorità durante le perquisizioni nelle proprietà dei membri dell’ormai ex famiglia presidenziale.
CRIMINI CONTRO LA TUNISIA. I 33 arrestati sono stati accusati, con roboante scelta dei termini, di «crimini contro la Tunisia». Il 19 gennaio è stata infatti aperta un’indagine contro l’ex presidente e la sua famiglia per aver sottratto risorse e denaro del Paese.
Nel mirino dell’inchiesta per «acquisizione illegale di beni» e «investimenti finanziari illeciti all’estero», oltre a Ben Ali, anche sua moglie Leila Trabelsi (leggi il profilo della potente ex first lady tunisina) e i suoi fratelli.
IL CLAN ACCERCHIATO. È insomma iniziata l’opera di smantellamento del sistema di potere, imbastito di corruzione e malaffare, che negli ultimi 24 anni ha permesso all’ex coppia presidenziale di accaparrarsi ingenti ricchezze.
Anche Francia e Svizzera si sono mobilitate. Il governo transalpino aveva assicurato nei giorni immediatamente successivi alla fuga di Ben Ali di aver disposto contromisure per «evitare movimenti finanziari sospetti di proprietà tunisine in Francia», mentre gli elvetici hanno deciso di bloccare eventuali fondi presenti in Svizzera riconducibili a Ben Ali e al suo entourage.
E Abdallah Kallel,  ex presidente della Camera dei consiglieri (paragonabile al nostro Senato) è stato bloccato mentre era in procinto di imbarcarsi su un volo diretto in Francia. Kallel era una delle figure di spicco del sistema di potere instaurato da Ben Alì, detentore di ruoli chiave in successivi governi e accusato dagli oppositori del regime ella tortura di migliaia di persone.
BEN ALI, NON TORNARE. Intanto il presidente deposto ha telefonato al nuovo primo ministro Mohammad Ghannouchi. Come ha raccontato alle agenzie di stampa internazionali Najib Chebbi, ministro dello Sviluppo regionale, Ghannouchi ha risposto duramente alla chiamata di Ben Ali, intimandogli di rimanere in Arabia Saudita perché, al momento, un suo ritorno in Tunisia sarebbe impensabile. Insomma, il messaggio all’ex presidente è chiaro: non provare a farti rivedere in patria.

Marzouki, il leader che aspira alla presidenza

La situazione politica nel Paese resta comunque assai confusa. I tre partiti d’opposizione, illegali durante il regime, sono stati legalizzati e sono stati liberati tutti i prigionieri politici (leggi la notizia della riammissione dei partiti di opposizione). L’oppositore laico Moncef Marzouki è tornato in patria dopo un esilio durato un decennio. Nella sua prima dichiarazione ha definito «parassita» il partito dell’ex presidente, l’Rcd.
LA RABBIA CONTRO L’RCD. La rabbia contro il partito di Ben Ali, sfociata in manifestazioni di piazza a cui hanno partecipato centinaia di manifestanti, ha generato le mosse politiche del premier e del presidente ad interim, Foued Mebazaa.
Entrambi, al pari dei ministri, si sono dimessi dal partito di Ben Ali, sperando di poter placare la protesta di chi, politici e gente comune, vuole l’Rcd fuori dal governo di unità nazionale.
Ma uno dopo l’altro i ministri del nuovo esecutivo stanno dando forfait, mettendo seriamente in crisi la strategia di Ghannouchi, che aveva convocato a Tunisi la prima riunione del nuovo governo.
LARGO ALL’OPPOSIZIONE. Intanto nel Paese riecheggiano le parole di Marzouki, probabile futuro candidato alla presidenza della Tunisia. Secondo il carismatico leader dell’opposizione laica, «a guidare la transizione deve essere un governo composto partiti che si sono battuti contro la dittatura: comunisti, Lega democratica, Verdi, islamisti di An Nahda. Tutti, tranne l’Rcd». Tutti tranne il diavolo, insomma.