La Turchia che sfida Usa e Ue è una mina vagante

Dall'affaire S-400 al caso Cipro: Erdogan pare aver perso lucidità politica. Mentre il suo Paese arranca sotto il peso della crisi economica.

18 Luglio 2019 13.55
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Un soldo a chi è in grado di spiegare quale sia la strategia internazionale –e interna- del presidente turco Recep Tayyp Erdogan. L’unico elemento chiaro è che agisce all’insegna del “molti nemici, molto onore”, obiettivo pienamente raggiunto con la doppia decisione di fornire la Turchia, Paese cruciale della Nato, dei missili russi S-400, efficientissimi nei conflitti terra-aria, e contemporaneamente di inviare una quarta nave per trivellazioni sui giacimenti metaniferi scoperti nelle acque territoriali della Cipro turca.

LE REAZIONI DI USA E UE

L’acquisto dei missili S-400 (Erdogan ha appena annunciato l’arrivo del primo lotto nonostante le diffide americane) ha prodotto il diktat di Donald Trump di non fornire altri aerei F35 oltre il centinaio già ordinati. L’invio della quarta nave di trivellazione metanifera nelle acque di Cipro Nord ha fatto scattare sanzioni da parte dell’Unione europea che prevedono, tra l’altro, lo stop di un accordo sul trasporto aereo e la sospensione di summit istituzionali di alto livello tra Bruxelles e Ankara, così come il taglio di 145,8 milioni di euro a fondi destinati alla Turchia nel 2020 (tra i quali non rientrano comunque quelli previsti dall’accordo sull’immigrazione).

L’Ue deve sedersi al tavolo con noi per questioni legate ai rifugiati e non solo. Non hanno altra scelta

Mevlüt Çavuşoğlu, ministro degli Esteri turco

La risposta di Erdogan alle sanzioni è stata derisoria: il suo ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha infatti dichiarato che le sanzioni non scalfiscono le volontà di Ankara: «Queste misure non sono un argomento da prendere sul serio. L’Ue deve sedersi al tavolo con noi per questioni legate ai rifugiati e non solo. Non hanno altra scelta e proprio per questo non è possibile sanzionarci. Il governo greco-cipriota si comporta come un ragazzino viziato». Non basta: la strategia di Ankara prevede in prospettiva di breve periodo la possibilità di creare linee di continuità tra la propria piattaforma continentale e quella corrispondente grossomodo al territorio, non riconosciuto internazionalmente, della Repubblica turco-cipriota reclamando la “restituzione della sovranità turca” su alcune isole greche –tra le quali Lesbo – che la separano da Cipro.

IL NODO SIRIANO E LA CRISI DELL’ECONOMIA TURCA

Ancora: il corpo di spedizione militare di Ankara continua a presidiare il Nord-Ovest della Siria nella chiara prospettiva di trasformare larga parte del Kurdistan siriano in una zona di fatto a sovranità turca per depotenziare gli attacchi terroristici del Pkk che usa questa regione come proprio “santuario”. Occupazione che irrita enormemente la Russia, così come l’Iran. Tre fronti di forte tensione che isolano la Turchia sul piano internazionale, proprio nel momento nel quale la crisi economica interna è esplosiva. Ma invece di intervenire con efficaci riforme Erdogan se la prende solo con i tassi della Banca centrale al 24%, che sono obbligatoriamente arrivati a questo record negativo nel tentativo di contenere un’inflazione che è arrivata ormai al 15,27%, di scoraggiare l’enorme fuga di capitali all’estero –già verificatasi- e di difendere il cambio della moneta turca che ha perso abissalmente nell’ultimo anno nei confronti del dollaro.

ERDOGAN HA PERSO LUCIDITÀ POLITICA

Convinto che i tassi elevati siano «la madre e il padre di tutti i mali», Erdogan ha quindi fatto quello che nessun presidente di uno Stato democratico al mondo ha mai fatto: ha licenziato il 6 luglio il governatore della Banca centrale Murat Çetinkaya. Mossa autoritaria quanto infantile. Risultato: subito dopo la lira turca ha perso un ulteriore 2,1%. Nel complesso, cresce la sensazione di un Erdogan sempre più avvolto nelle spire di una sua oscura visione dittatoriale, ferito dalla perdita delle fondamentali amministrazioni di Istanbul e Ankara a favore dei suoi avversari del Chp e totalmente privo di lucidità politica. Una mina per il Mediterraneo orientale.

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