Tutti i niet della Russia

Marta Allevato
07/10/2010

I nomi di chi combatte il regime di Putin.

Quattro anni fa, il 7 ottobre 2006, moriva per mano di sicari ancora a piede libero la giornalista Anna Politkovskaya, i cui reportage avevano messo in luce i soprusi commessi sui civili ceceni da parte dell’esercito russo e degli scagnozzi del presidente pro-Cremlino Ramzan Kadyrov.
Il suo nome è diventato simbolo della dissidenza nella Russia di oggi, dove chi osa criticare il potere costituito rischia ancora la vita. Ma il dissenso in Russia esiste ancora. Sta solo assumendo una nuova forma.
Anja, come la chiamavano i colleghi del giornale Novaya Gazeta, aveva osato infrangere uno degli argomenti che le autorità russe vogliono ridurre a tabù: scriveva e sviscerava le zone d’ombra della Cecenia, la repubblica caucasica dove i russi hanno combattuto due guerre macchiandosi di ogni crimine e ora viene dichiarata “pacificata”.
Ma la dissidenza oggi, oltre che criticare il governo di Putin, attacca anche la Chiesa ortodossa e si occupa di difesa dell’ambiente. Sono artisti, intellettuali, avvocati e cantanti e per far sentire la loro voce usano ogni mezzo: piazze, giornali, palchi e, soprattutto, il web.

Novaya Gazeta: la voce contro il silenzio stampa di Stato

L’anno scorso, alla foto di Politkovskaya sulla sua scrivania rimasta vuota in redazione, si è aggiunta quella di Natalia Estemirova, sua amica attivista della Ong Memorial, uccisa il 15 luglio 2009 a Grozny. «Di fatto con l’omicidio di Anna e Natalia hanno messo a tacere le informazioni sul Caucaso settentrionale. Lo scopo era quello» ha commentato il direttore della Novaya, Dmitri Muratov.
Da allora niente più inviati in quei luoghi. Troppo rischioso. Ma la lotta del giornale contro il silenzio imposto dal regime non si è arrestata. È stato proprio Muratov a raccogliere l’eredità di Anja e a continuare a battersi perché non cessi l’informazione su questioni vitali per la società, come la corruzione delle autorità, il rispetto dell’ambiente, i diritti umani e gli omicidi eccellenti impuniti. Novaya Gazeta, con 750mila copie, è stato definito dal Comitato per la protezione dei giornalisti «l’unico giornale veramente critico con un’influenza nella Russia di oggi».

31: il numero della dissidenza popolare

Esiste poi una dissidenza più politica, che si fa sentire a suon di proteste di piazza. Si tratta di Strategia 31, una minoranza tenace, che ogni 31 del mese, da un anno, si riunisce in piazza Triumfalnaja , a Mosca, per far valere i suoi diritti. Il 31 vuole significare l’articolo della Costituzione federale che tutela la libertà dei cittadini alla pubblica assemblea, nei fatti abolita nell’ultimo decennio putiniano.
Il movimento non è rappresentato in politicamente, ma ha una intensa attività extraparlamentare. L’intervento pesante della polizia nelle manifestazioni di Strategia 31 è ormai scontato. Come le grida delle gente che alla forza risponde con “Putin vergogna”, “Putin vattene”. Basta scorrere l’elenco di chi è stato arrestato dalla polizia nella manifestazione del 31 agosto scorso per mettere insieme le punte di diamante del movimento: Ilya Yashin, leader dell’ala giovanile del partito d’opposizione Yabloko e Sergey Udaltsov, Konstantin Kosyakin, membri della formazione “Fronte di sinistra”.
Tra loro c’è anche lo scrittore leader del Movimento nazionale bolscevico Eduard Limonov, 67 anni, il dissidente intellettuale del post comunismo più noto all’estero, che aveva il sostegno della stessa Politkovskaya e Boris Nemtsov, 51 anni, ex delfino di Eltsin, oggi leader della formazione liberale Solidarnost. Nemtsov è anche primo firmatario di un appello per far dimettere il premier.

Anche le Ong nel mirino della censura

Ci sono poi i difensori dei diritti umani duri e puri, che come arma usano rapporti dettagliati di situazioni limite, appelli ai governi e mobilitazione dell’opinione pubblica anche internazionale.
È il caso della Ong Memorial, che nel 2009 ha anche vinto il Premio europeo Sacharov per la libertà di pensiero. Le anime dell’Organizzazione sono nomi navigati della dissidenza russa: Oleg Orlov e due storici attivisti ultraottantenni, Sergei Kovalev e Lyudmila Alexeyeva. Orlov, ha denunciato apertamente come mandante dell’omicidio della Estemirova il presidente ceceno Kadyrov e nel novembre 2007 è stato rapito in Inguscezia, picchiato, torturato e minacciato di morte.
Altro veterano che non molla la battaglia per i diritti umani è Lev Ponomarev, membro del Gruppo Helsinki di Mosca. Lo scorso 12 agosto è stato trattenuto alcune ore dalla polizia per aver partecipato a una manifestazione di protesta contro Yuri Luzhkov, ora ex sindaco di Mosca, e il premier Vladimir Putin, accusati di non aver saputo affrontare la grave emergenza incendi di questa estate.
È addirittura in odore di Nobel, invece, Svetlana Gannushkina. Docente di matematica presso l’Università di Mosca, nel 1990 ha fondato l’Ong Grazhdanskoe Sodeistvie (Aiuto civile) per tutelare e integrare immigrati e rifugiati politici.
Meno conosciuto è invece Aleksej Sokolov, capo dell’organizzazione Base Legale, in prima linea nella difesa dei diritti dei detenuti. È in prigione dal maggio 2009, condannato a cinque anni per rapina, benché le prove della sua colpevolezza non siano mai venute alla luce.

Yerofeyev: l’arte come dissenso

Dei tabù della Russia di oggi, Yuri Samodurov ha infranto quello della Chiesa ortodossa. E non l’ha passata liscia. Cinquantotto anni, ex direttore del museo “Andrei Sacharov” a Mosca, Samodurov considera l’opposizione al potere non tanto un atto politico, quanto culturale.
Insieme ad Andrei Yerofeyev, curatore di mostre, ha organizzato e ospitato nel suo museo l’esposizione Banned Religion nel 2006. “Colpevoli” di aver generato lo scandalo con varie immagini trasgressive, tra cui un Cristo testimonial di McDonald’s con lo slogan “Questo è il mio corpo”, sono stati condannati in primo grado il luglio scorso a una multa di 5 mila euro a testa.
Il pubblico ministero aveva chiesto tre anni di reclusione. All’epoca della mostra, a sollevare un polverone erano state le organizzazione ortodosse più radicali. Da allora Samodurov è di nuovo in prima linea nella difesa della libertà di espressione e contro l’influenza del Patriarcato di Mosca nelle giustizia civile.

La giustizia come arma politica

Un sistema giudiziario per alcuni versi peggiore di quello che fu dell’Unione Sovietica segna la differenza tra la dissidenza di ieri e quella di oggi.
Lo spiega la stessa Alexeyeva, impegnata nella difesa dei diritti umani in Russia dagli anni 60: «Mentre prima in qualche modo potevi difenderti perché c’erano delle regole, seppur idiote e folli, ora fanno come vogliono e tu non hai modo di difenderti».
In prima linea nel combattere le violazioni dei diritti umani nelle aule di tribunale è anche l’avvocato Mikhail Trepashkin, ex 007 ed ex prigioniero politico. Secondo Trepashkin, in Russia esiste una «giustizia a comando: il giudice aiuta a fabbricare l’accusa formulata dal procuratore e a renderla effettiva, entrambi nell’interesse di qualcuno più in alto di loro».

Ambiente, la nuova battaglia

C’è un settore in cui sta prendendo forma una nuova dissidenza ed è quello della difesa dell’ambiente. Il movimento Ecodefence, con le sue manifestazioni per salvare il bosco di Khimki, sta dando filo da torcere all’amministrazione locale e al Cremlino.
La sua leader Yevgenia Chirikova, ex manager di 33 anni, combatte contro l’abbattimento del bosco vicino alla capitale, approvato dalle autorità locali per far posto alla nuova autostrada San Pietroburgo-Mosca. Il movimento ha raccolto adesioni illustri come quella di Bono Vox, cantante del gruppo U2.
Dopo crescenti proteste di piazza, il presidente Medvedev è stato costretto a bloccare il progetto dell’autostrada. Durante tre anni di attivismo, Chirikova ha subìto già un tentato omicidio e numerose minacce anonime.

Quando la musica imbarazza il Cremlino

La causa di Khimki è stata sposata anche da Yurij Shevchuk, 52 anni, leader della storica rock band russa DDT. Durante il concerto degli U2 a Mosca, lo scorso 22 agosto, è stato chiamato sul palco a cantare.
L’iniziativadi offrire un’ampia visibilità a Shevchuk è stato letto dai media come uno schiaffo alle autorità. Pochi mesi prima proprio il cantante russo aveva osato attaccare pubblicamente Putin, interrompendolo durante una serata di beneficienza a Pietroburgo.
Alle incalzanti domande di Shevchuk, Putin ha risposto balbettando e quando il video del testa a testa ha fatto il giro della Russia qualcuno ha iniziato a sperare che le cose potessero cambiare veramente.
Altro cantante che usa il palco per criticare le storture del sistema è Ivan Alexeev, 25 anni, in arte Noize Mc. Il rapper è finito in carcere dopo che in un concerto il 31 luglio si è scagliato contro l’arroganza e la corruzione della polizia russa. Il giovane artista ha scontato 10 giorni di galera e ora i suoi video su Youtube sono cliccatissimi in tutto il Paese.

Video-proteste online, l’ultima arma contro le ingiustizie

Visto che il numero dei media dove esprimersi liberamente senza rischi si è ridotto al minimo nell’ultimo decennio, il vero dibattito pubblico si è spostato da tv e giornali al web.
E Livejournal è la piattaforma preferita da chi cerca notizie alternative al mainstream. Tutte le voci che dissentono dalle verità ufficiali si ritrovano qui: emigrati politici, ceceni e intellettuali hanno un account Livejournal, più o meno segreto.
Tiene un blog in inglese (vai al sito) Oleg Kozlovsky, 26 anni, fondatore del movimento giovanile anti Cremlino “Difesa”. Esponente di spicco dell’opposizione, ex campione mondiale di scacchi prestato alla causa anti-Putin, Garri Kasparov, 47 anni, ha un vero e proprio giornale online (vai al sito), dove trovano spazio notizie e punti di vista critici del governo. 

Meglio la Rete della piazza

C’è poi una forma di dissenso popolare che corre su Youtube, dove poliziotti e funzionari pubblici denunciano salari bassi e violazioni dei diritti sul lavoro.
A novembre 2009, ha fatto scalpore il caso dell’agente Alexei Dymovskiy, 32 anni di Novorossisk, che in un video indirizzato al premier Putin (vai al filmato) si lamentava del comportamento scorretto dei suoi superiori.
La protesta valse al poliziotto il licenziamento e diverse minacce di morte, ma il suo non è stato un caso isolato e numerosi altri hanno messo in imbarazzo il Cremlino. Le autorità per ora reagiscono licenziando gli agenti in cerca di giustizia, spacciandoli per uomini stipendiati dall’“intelligence occidentale”. Di fatto, però, non hanno modo di censurare le video-proteste online.
Il dissenso si organizza in nuove forme, ma come in epoca sovietica raccoglie ancora solo una élite della società russa. I suoi argomenti sono sovrastati dalla propaganda di Stato e dalla popolarità di Putin. Secondo Tanya Lokshina, dell’ufficio moscovita di Human Rights Watch, la sfida cruciale per gli attivisti oggi è “trovare una lingua convincente per la gente comune”.