Tutto Messner in un film

Bruno Giurato
01/10/2010

Al via una docufiction sulla vita dello scalatore.

Tutto Messner in un film

Ciak in val di Funes, dove il fuoriclasse dell’alpinismo è cresciuto. Diventa una docufiction la vita di Reinhold Messner, il primo ad aver scalato tutti gli 8 mila del mondo e il primo a conquistare l’Everest senza ossigeno, ma anche l’atleta che ha perso il fratello Guenther durante una tragica discesa dal Nanga Parabat, nel 1970.
La docufiction si intitolerà semplicemente Messner e davanti alle telecamere, primo fra tutti, ci sarà  Reinhold, che ha dato il suo contributo al soggetto. Il film, che uscirà nel 2011, racconterà tutta la vita dell’alpinista altoatesino, dall’infanzia alle imprese sulle montagne più alte del mondo fino ai tempi d’oggi.
Tutte le comparse sono state reclutate in loco: alcuni bambini e ragazzi impersonano Reinhold e il fratello Guenther nelle diverse età, i genitori di Messner sono attori dilettanti locali, e Paul Faller, il parroco di Funes, interpreta se stesso. Gli scalatori bolzanini Florian e Martin Riegler incarnano invece i giovani fratelli durante una scalata.
Messner ha scritto una delle più importanti pagine della storia dell’alpinismo. Alla fine degli Anni 60, un tempo in cui la scalata libera aveva perso terreno lasciando il posto a quella  artificiale, Messner ha ripudiato ogni artefatto umano, con una serie di scalate poco assistite, di cui è stato sostenitore e primo teorico.
Tra le altre sue imprese, le traversate dell’Antartide e della Groenlandia senza il supporto di mezzi a motore né cani da slitta e la traversata del Deserto del Gobi, quest’ultima impresa realizzata a quasi 60 anni di età. Una carriera fatta di oltre 100 spedizioni e 3.500 scalate, proseguita con l’impegno politico, dal 1998 al 2004, con i Verdi e che adesso sembra tutta votata all’allestimento di musei della montagna.
«Ho avuto la grande fortuna di aver trovato dopo la carriera di scalatore un nuovo obiettivo, quello dei musei di montagna, altrimenti ancora oggi rincorrerei queste sensazioni. Con i musei non rischio la vita, soltanto il fallimento economico». Sottolinea l’alpinista.