I 60 anni dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e le maledizioni di famiglia: il racconto della settimana

Il 22 novembre 1963 veniva ucciso a Dallas JFK. Stessa sorte toccò pochi anni dopo a Bob. «Piangiamo», disse l'ultimogenito della dinastia Edward sul feretro del fratello senatore, «per ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato». Una frase che mi perseguita giorno e notte da quando ho età per ricordare, costretto a fare i conti fin da cucciolo con l’ombra di una sciagura sempre in agguato.

I 60 anni dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e le maledizioni di famiglia: il racconto della settimana

Sessant’anni fa esatti, la mattina del 22 novembre 1963, John Fitzgerald Kennedy veniva assassinato a Dallas davanti a 150 mila persone. Due colpi di arma da fuoco colpirono mortalmente il presidente degli Stati Uniti mentre, a bordo della sua limousine, percorreva il centro della città texana alla testa di un corteo di automobili. Ci sono immagini che restano scolpite nella memoria della gente, immagini che segnano un’epoca. Quella di JFK, con il cervello esploso, accasciato sui sedili dell’auto presidenziale tra le braccia di sua moglie Jacqueline, che lo stringeva a sé nell’istintivo gesto di metterlo al riparo e tamponare il sangue che scorreva, è sicuramente una di quelle.

Il 22 novembre 1963 veniva ucciso a Dallas JFK. Stessa sorte toccò anni dopo a Bob.
Il 22 novembre 1963 JFK veniva ucciso a Dallas (Getty Images).

Per quanto mi riguarda i ricordi legati alla famiglia Kennedy sono sempre stati orientati però verso due altre immagini altrettanto iconiche che riguardano entrambe John Kennedy Junior, per tutti semplicemente John John. Una lo ritrae all’età di due anni mentre gioca, nascosto sotto la scrivania del padre, nello studio ovale della Casa Bianca; l’altra è quella di lui in piedi, ancora bambino, che fa il saluto militare al funerale di suo papà, pochi giorni dopo i tragici fatti di Dallas. Sarà per il contrasto tra le due fotografie, rappresentanti simbolicamente il prima e il dopo, sarà per la mia istintiva empatia nei confronti degli orfani, ma queste due immagini questa settimana mi sono tornate spesso in mente mentre tv e giornali celebravano il sessantennale della scomparsa di JFK. Lo stesso John John, con la moglie Carolyn Bessette, in una notte di luglio dell’estate 1999 precipitò con il suo aereo, inabissandosi nelle acque dell’oceano al largo delle coste di Martha’s Vineyard vicino alla villa di famiglia di Cape Cod, perdendo la vita a soli 38 anni e alimentando a sua volta quella che da sempre i media hanno chiamato “la maledizione dei Kennedy”.

Il 22 novembre 1963 veniva ucciso a Dallas JFK. Stessa sorte toccò anni dopo a Bob.
Jacqueline Kennedy con i figli Caroline e John F. Kennedy Jr al funerale di JFK (Getty Images).

 

«Piangiamo», disse Edward, sul feretro del fratello Robert (morto anche lui in seguito a un attentato, nella famosa sparatoria nella hall dell’Hotel Ambassador di Los Angeles), «per ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato». Frase che mi perseguita giorno e notte da quando ho età per ricordare, costretto a fare i conti fin da cucciolo con l’ombra di una sciagura sempre in agguato. Lo diceva spesso anche mio zio Nando che le tragedie della nostra famiglia somigliavano in qualche modo a quelle dei Kennedy, o degli Agnelli, e negli ultimi anni di vita aveva iniziato a ripeterlo anche mio padre, asserragliato nella sua solitudine in compagnia di un nutrito numero di demoni, nella palazzina a due piani in via Visconti a Macherio. L’elenco dei drammi in cui siamo stati coinvolti in effetti è abbastanza sterminato e probabilmente è questo uno dei motivi per cui ultimamente ho deciso di raccontare tutto in un romanzo che però al momento non mi riesce in nessun modo di scrivere.

«Piangiamo», disse Edward sul feretro del fratello Robert, morto anche lui in seguito a un attentato, «per ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato». Frase che mi perseguita giorno e notte da quando ho età per ricordare, costretto a fare i conti fin da cucciolo con l’ombra di una sciagura sempre in agguato

E così, cercando di tornare in contatto con il me ragazzo inseguendo una specie di strampalata autoterapia, mi ritrovo a spendere un sacco di soldi in vinili dei Daft Punk, di Fatboy Sim, dei Chemical Brothers, oppure in Nike Air Jordan in edizione limitata, in romanzi di Ellroy o di Don De Lillo comprati alla Rizzoli in galleria, in mocassini college e a osservarmi dall’esterno il pomeriggio, seduto davanti allo schermo nero del computer in salotto, con i dischi di Bob Dylan in sottofondo (io che non l’ho mai ascoltato in vita mia) e i romanzi di Lawrence Osborne da recensire per i quotidiani, appoggiati sulla scrivania a prendere polvere, facendo il possibile per evitare tutti  gli appuntamenti e rifiutare gli inviti alle feste di compleanno degli amici domandandomi: «Che si va a fare ai party se non si può scopare?». «Un libro, un romanzo, è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci s’innamora di qualcuno: il sogno diventa irresistibile, non c’è niente che tu possa fare, e infine cedi e soccombi anche se il tuo istinto ti dice di battertela a gambe perché potrebbe trattarsi, dopotutto, di un gioco pericoloso in cui qualcuno probabilmente si farà male», scrive in apertura di Le schegge Bret Easton Ellis, l’autore dell’ultimo romanzo che ho letto. Da quando l’ho finito non penso altro, sopraffatto dalla voglia di scrivere, circondato da drammi, tragedie, incidenti, morti premature, arresti, fughe, bancarotte e lunghe agonie. «Chi scrive oggi, a parte Ellis, le storie di queste famiglie?», mi ha chiesto un tizio l’altra sera mentre dietro al banco del bar gli servivo un bicchiere di rosso. «Forse Edward St. Aubyn. E poi ci sono io, hombre», gli ho risposto.