Ucraina e Ue, l’avvio dei negoziati è un primo passo ma restano interrogativi sull’ingresso di Kyiv

Stefano Grazioli
15/12/2023

L'ok del Consiglio europeo è un messaggio politico indirizzato a Mosca. Ma perché il Paese faccia ufficialmente parte dell'Unione la guerra deve finire. Senza un trattato o garanzie internazionali, il rischio è che resti alla porta. O che ne entri solo una parte, quella non occupata dai russi. Lo scenario.

Ucraina e Ue, l’avvio dei negoziati è un primo passo ma restano interrogativi sull’ingresso di Kyiv

Dieci anni dopo la firma dell‘Accordo di associazione (Aa) con l’Unione Europea, è arrivato adesso per l’Ucraina il via libera alle trattative per l’adesione. Un passo importante per Kyiv e per il presidente Volodymyr Zelensky che lo scorso anno, con l’inizio dell’invasione russa, aveva chiesto a Bruxelles la procedura d’urgenza per l’avvio dei negoziati. Tra il 2014 e il 2023 le differenze sono importanti, come le analogie: anche allora il Paese era in guerra, anche se quella del Donbass – venuta dopo il cambio di regime scaturito proprio alla fine delle proteste europeiste a favore della firma dell’Aa che il presidente Victor Yanukovich aveva rifiutato – era solo allo stato embrionale; il conflitto del 2022 ha accelerato il processo di avvicinamento tra Ucraina e Ue, ma allo stesso tempo ha lacerato ulteriormente l’ex repubblica sovietica. La storia di quale Ucraina, e quando, potrà entrare nell’Unione è ancora tutta da scrivere.

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Volodymyr Zelensky (Getty Images).

L’opposizione di Orban sul pacchetto da 50 miliardi di aiuti per l’Ucraina

La scelta di Bruxelles di far partire i negoziati è ovviamente politica e arriva in un momento di stallo del conflitto che consolida le posizioni della Russia che ha già annesso nel 2022, anche se non completamente, quattro regioni ucraine, senza contare che la Crimea è parte della Federazione, de facto, dal 2014. È un segnale quindi verso Mosca, un messaggio chiaro per Vladimir Putin: l’Unione europea sta a fianco di Kyiv. Non proprio tutta, visto che per approvare all’unanimità la partenza dei negoziati il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha spedito il premier ungherese Viktor Orban a bere un caffè fuori dall’aula. Espediente che delinea come la grande politica, o presunta tale, sia fatta anche di piccoli trucchi. Orban aveva già ottenuto lo sblocco di 10 miliardi di fondi europei congelati a causa della svolta autoritaria in atto nel Paese da anni. Ora che però Budapest è divenuta in 48 ore la culla dello stato di diritto e Bruxelles è riuscita a dare a Kyiv quello che sulla carta si poteva dare, il primo ministro di Budapest si è impuntato sul prossimo pacchetto di finanziamenti per l’Ucraina, circa 50 miliardi di euro. Nessun dubbio che anche questo problema verrà risolto all’inizio del 2024, al prossimo mercato della vacche. Da notare in ogni caso che gli stanziamenti per il bilancio promessi dall’Unione dall’inizio della guerra e poi effettivamente arrivati in Ucraina ammontano a 23,6 miliardi su un totale di 77,1.

Ucraina e Ue, l'avvio dei negoziati è un primo passo ma restano interrogativi sull'ingresso di Kyiv
Il primo ministro ungherese Viktor Orban (Getty Images).

Senza trattato di pace o garanzie internazionali Kyiv rischia di restare alla porta, sia dell’Ue sia della Nato

Ma al di là dei numeri, con i nodi che però verranno al pettine, come per le forniture militari che per varie ragioni non soddisfano le richieste costanti di Zelensky e la cui carenza è stata la causa della situazione attuale sul terreno, è però evidente che sul futuro dell’Ucraina nell’Unione pesano grandi punti interrogativi. È vero che Cipro – Paese che dal punto di vista del diritto internazionale è da 50 anni occupato per metà dalla Turchia, membro della Nato, che riconosce unica al mondo la Repubblica di Cipro Nord – ha fatto il suo ingresso nell’Unione già nel 2004 nonostante l’insoluto problema; il caso dell’Ucraina è però diverso, dato che si tratta di un Paese di ben altre dimensioni e altro peso geopolitico, impegnato in un conflitto con la Russia di cui non si vede la fine. Prima dunque che Kyiv entri a tutti gli effetti nell’Ue bisognerà aspettare la fine della guerra: e non è un caso che giovedì Vladimir Putin nella sua conferenza-evento in diretta tv abbia ribadito che da parte russa il conflitto potrà finire quando saranno raggiunti gli obiettivi prefissi, non proprio chiarissimi né dal punto di vista territoriale né politico, ma che in ogni caso non prevedono che le truppe del Cremlino facciano improvvisamente dietrofront dal Donbass e dalla Crimea per poter iniziare i negoziati di pace come prevede il piano in 10 punti presentato da Zelensky più di un anno fa alla comunità internazionale. Senza un trattato e una soluzione definitiva con garanzie internazionali per l’Ucraina nella cornice di una nuova architettura di sicurezza euroasiatica Kyiv, che non è Nicosia, rimarrà alla porta, sia dell’Unione Europea che della Nato. O nel caso di uno scenario coreano, con fine della guerra ma senza trattato, parte dell’Ucraina, quella non occupata dalla Russia, sarà integrata nelle istituzioni occidentali. Con tempistica ora ignota.

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La conferenza di fine anno di Putin (Getty Images).