Antonietta Demurtas

Ue: Donald Tusk, volto dell'Europa più nazionalista

Ue: Donald Tusk, volto dell’Europa più nazionalista

15 Settembre 2016 13.54
Like me!

da Bruxelles

 

Anche l’Unione europea, come gli Stati Uniti, ha il suo Donald.
È biondo, è di destra, è dell’Est, è nazionalista, fa battute divertenti alla fine dei suoi discorsi e ha un’idea chiara per rilanciare l’Europa: chiudere le frontiere, aumentare la sicurezza, combattere il terrorismo, e firmare gli  accordi di libero scambio (il Ceta con il Canada e il Ttip con gli Usa), perché «sono nell’interesse dei cittadini europei».
Per capire il pensiero del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk basta leggere la lettera di invito ai 27 leader europei che ha scritto per presentare il vertice Ue del 16 settembre a Bratislava.
Un summit informale, nel quale non si prendono decisioni, ma per la prima volta dal referendum sulla Brexit ci si riunisce nel formato ridotto a 27 per ridisegnare il futuro dell’Ue. E il primo a prendere la matita e tracciare qualche linea è proprio il rappresentante degli Stati membri: il polacco Tusk. Che però, prima degli interessi comunitari, tiene a difendere quelli nazionali.
LA CHIAVE NAZIONALISTA. «Le chiavi per un sano equilibrio tra le priorità degli Stati membri e quelle dell’Unione sono nelle mani delle capitali nazionali», ha precisato al paragrafo sette della missiva. «Le istituzioni dovrebbero sostenere le priorità concordate dagli Stati membri, e non imporre le loro».
Un messaggio chiaro quello del presidente Tusk, frutto «delle consultazioni avute con i leader degli Stati membri», dice, ma da lui sintetizzate in una chiave che lascia poco spazio alle interpretazioni: l’esecutivo europeo non deve prendere iniziative ma fare quello che dicono gli Stati.
Tradotto dall’eurocratese: a Bruxelles il presidente della Commissione Jean-Claude Junker deve rispettare la volontà dei 27. Il metodo intergovernativo vince su quello comunitario. E va oltre.

Vecchia Europa contro Visegrad group: le due facce dell’Ue

Parole scritte nere su bianco, «riflessioni personali» le definisce Tusk, che segnano una distanza ancora maggiore da palazzo Berlaymont.
«Juncker rappresenta e difende molto più la vecchia Europa, quella dei fondatori, Tusk cerca di rappresentare quella dell’allargamento, dell’Est, dei Paesi del Visegrad group (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, ndr)», dicono a Bruxelles per spiegare le diverse posizioni dei due leader, che non sembrano però pronti a trovare un punto di incontro. Anzi.
La lettera di Tusk, pubblicata la sera del 13 settembre, è arrivata infatti poche ore prima che Juncker pronunciasse il suo discorso sullo Stato dell’Unione davanti all’aula plenaria del parlamento di Strasburgo.
JUNCKER SFERZA I GOVERNI. Così è proprio al polacco, e a chi sinora in molti Stati membri ha più di una volta invocato lo spirito comunitario rivendicando però la sovranità nazionale su ogni decisione, che il lussemburghese ha rivolto le prime parole: «Un anno fa avevo detto che la situazione nell’Unione europea lasciava a desiderare, non c’era abbastanza Europa e non c’era abbastanza unione nella Ue. A un anno di distanza questa constatazione in Europa resta», ha esordito Juncker, continuando poi con una staffilata diretta proprio ai governi nazionali: «Tenere un discorso europeista qui non è così difficile, ma tutti devono fare discorsi europeisti nei loro parlamenti nazionali. Dire sì con entusiasmo a Bruxelles e poi fare finta di non aver partecipato è il contrario di quello che definisco coerenza».
E di ‘sì’ gli Stati membri ne hanno detti tanti durante i vari summit europei, nei quali hanno approvato per esempio il piano immigrazione proposto dalla Commissione sulla redistrubuzione dei richiedenti asilo, senza poi applicarlo mai veramente.
«I CITTADINI SONO STUFI». «Non dobbiamo più prendere in giro i cittadini europei, sono stufi di lotte interne e menzogne. Si aspettano risultati e l’attuazione di quanto deciso», ha dichiarato Juncker.
Ma è proprio la questione migratoria fuori controllo che, secondo Tusk, ha segnato il punto di svolta e che, si legge nella sua lettera, «ha creato una sensazione di minaccia tra molti europei».
Cittadini che hanno «dovuto aspettare troppo a lungo prima che la situazione fosse riportata sotto controllo, come ad esempio la chiusura del percorso dei Balcani occidentali e l’accordo Ue-Turchia», dice riferendosi soprattutto a quei Paesi dell’Europa dell’Est che hanno accusato il flusso migratorio via terra e che «troppo spesso hanno sentito affermazioni politicamente corrette sul fatto che l’Europa non può diventare una fortezza, che deve tenere le sue porte aperte».
TUSK, UN DISCORSO AGLI ANTIPODI. Due discorsi, quelli di Tusk e Juncker, che sembrano diametralmente opposti per quanto riguarda il modo di affrontare i problemi.
Se il lussemburghese parla di «solidarietà» per ben 16 volte e ricorda «perché il primo maggio 2004 la gente si è riversata nelle strade di Varsavia per celebrare la solidarietà», il polacco usa la parola «protect e protection» per nove volte.
Una scelta, quella di mettere l’accento sulla sicurezza, dovuta al fatto che «abbiamo ascoltato le paure che le persone hanno nel continente», spiegano alti funzionari Ue a Lettera43.it riferendosi ala lettera di Tusk dove si legge: «Non abbiamo molto tempo da perdere. Bratislava deve essere un punto di svolta in termini di protezione delle frontiere esterne dell’Unione. Dobbiamo dimostrare ai nostri cittadini che siamo disposti e in grado di proteggerli».

Il polacco: «Nuovi poteri alle istituzioni Ue? Non è la ricetta desiderata»

D’altronde «non è un segreto che Tusk pensi che la chiave politica sia tornare ad avere il controllo delle frontiere, del flusso dei migranti».
Come si legge nella missiva: «La gente giustamente si aspetta che i loro leader proteggano lo spazio in cui vivono e garantiscano la loro sicurezza».
Una politica che, per quanto condivisa anche dall’esecutivo europeo, si discosta molto per toni, tempi e modi. «Tusk sa che non possiamo semplicemente nascondere la realtà con messaggi ottimistici sul futuro», spiega un’altra fonte Ue, «per questo ha deciso di essere onesto e franco».
IL NODO MOGHERINI. Una onestà che segna ancora una volta la distanza tra le posizioni dell’esecutivo Ue e quelle del rappresentante dei 27 Stati membri.
Così anche le questioni della sicurezza e della lotta al terrorismo, per quanto priorità comuni a Commissione e Consiglio, vengono interpretate in maniera diversa: «Mogherini fa un lavoro eccellente, deve diventare però un vero ministro degli Affari Esteri per l’Europa», ha detto Juncker invitando praticamente gli Stati membri a dare all’Alto rappresentante quel potere necessario per gestire e decidere sulla politica e la sicurezza dell’Ue. Di avere un «comando unico».
Una investitura che i Paesi non sembrano disposti a concedere, perché per «restituire agli europei il loro senso di sicurezza, i principali strumenti in questo campo rimangono a livello nazionale», ha ricordato Tusk. Come a dire: la difesa è cosa nostra, degli Stati membri.
UN’EUROPA A MACCHIA DI LEOPARDO. La «cooperazione» è il massimo che Tusk concede, «scambio di informazioni», ma non gestione a livello europeo. E per essere ancora più chiaro Tusk ha spiegato: «I miei colloqui con i leader degli Stati membri mostrano chiaramente che dare nuovi poteri alle istituzioni europee non è la ricetta desiderata».
A Bratislava Tusk non mette quindi sul tavolo dei 27 la questione su cosa bisogna fare per avere «più  Europa», anche perché i Paesi del gruppo di Visegrad, sotto la guida del premier ungherese Viktor Orban, intendono proporre al vertice la revisione dei Trattati Ue con l’obiettivo di dare agli Stati membri più potere, diminuendo il ruolo della Commissione.
La sfida per Tusk è quindi scongiurare la richiesta di «meno Europa», consapevole che «tra lo scetticismo dei pessimisti da un lato e l’euro-entusiasmo dall’altro, c’è ampio spazio per un ottimismo reale».
Ma «la realtà non deve essere cambiata perché poi rimanga uguale a se stessa», conclude Tusk citando il Gattopardo. Purtroppo la traduzione inglese del romanzo di Giuseppe Tomasi, è Leopard.
E più che la forza dei leoni fa venire in mente la disomogeneità di una Europa che condivide valori e obiettivi sempre più a macchia di leopardo.

Twitter @antodem

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *