Il silenzio dell’Ue sul golpe di Orban in Ungheria

Barbara Ciolli
31/03/2020

La Commissione prende tempo per valutare. Per i popolari «è ancora un amico». I sovranisti lo vogliono. Solo dai socialisti condanne per i pieni poteri sine die ottenuti dal parlamento. Qualcosa di mai accaduto tra gli Stati membri. Ma l'Europa preferisce litigare sui bond.

Il silenzio dell’Ue sul golpe di Orban in Ungheria

Niente Coronabond all’Italia e alla Spagna: sulla risposta urgente all’emergenza sanitaria comune del Covid 19 i leader dell’Ue si accapigliano al punto da rinviare l’eurogruppo. Ma sul golpe bianco del premier ungherese Viktor Orban, una presa dei poteri degna dei regimi totalitari del Secolo breve sfruttando il pretesto del coronavirus, i leader dei raggruppamenti politici europei non alzano nessun polverone, tanto meno i commissari di Bruxelles. Che un capo di governo ottenga dal parlamento i pieni poteri – a tempo illimitato – con la possibilità di sospendere l‘assemblea legislativa e di imprigionare chi «diffonde false notizie» era qualcosa di mai accaduto in un Paese dell’Unione europea. Ma dal 30 marzo 2020 in Ungheria si può: Orban, demagogo della destra populista, ha avuto il via libera dai due terzi del parlamento (137 voti a favore dai deputati del suo partito Fidesz e da una fronda dell’estrema destra, 53 contrari) per emettere decreti legge a suo piacimento. Senza una scadenza perché la «battaglia contro il Covid 19 non ha una data».

DEMOCRAZIA IN QUARANTENA

Per i socialisti «è iniziata la dittatura di Orban». Anche l’estrema destra dello Jobbik è insorta contro il colpo di mano. Nella prima votazione fallita, con un quorum dell’80%, le opposizioni chiedevano un limite di 90 giorni ai poteri speciali del premier, com’è naturale le restrizioni alle libertà sono temporanee per affrontare l’emergenza. Ma Fidesz ha tirato dritto, avendo i numeri al secondo passaggio. Il premier magiaro tentava di mettere in quarantena la democrazia dal 2010, con le prime riforme costituzionali: strette progressive autoritarie sui diritti (di credo, di libertà di stampa) e sulla giustizia che, nel 2018, portò l’Europarlamento ad attivare la procedura d’infrazione sullo stato di diritto fissata dall’articolo 7 dei Trattati Ue, in seguito ai numerosi dossier aperti dalla Commissione di Bruxelles. Per le Europee del 2019 si ventilò anche l’espulsione di Orban dai popolari europei (Ppe). Ma complice il peso di Fidesz e l’amicizia con i cristiano democratici e sociali democratici tedeschi (Cdu_Csu) di Angela Merkel, non se ne fece di nulla.

Viktor Orban e Angela Merkel (foto LaPresse).

PER I POPOLARI «L’AMICO VIKTOR»

Orban è rimasto nei popolari europei, perché è un nome che conta. Ancora dopo il Putsch che nell’Ue non dovrebbe avere diritto di cittadinanza, dall’Unione della Cdu-Csu di Merkel non si sono levate condanne. Addirittura il leader del Ppe, Donald Tusk, ex capo del Consiglio europeo, ha ribadito che «Orban resta un amico, pur non condividendo i valori che rappresenta». All’ultimo voto europeo 13 europarlamentari di Fidesz – sospesi nel partito per la procedura in corso ma non costretti alle dimissioni e all’uscita dal Ppe – sono stati indispensabili alla tenuta dei blocco dei conservatori. Tanto che, oggi come ieri, sono i moderati a trattenere il premier magiaro nel loro club, e non viceversa: anche Silvio Berlusconi, in capo a quel che resta di Forza Italia, continua a giustificare «l’amico Viktor» («sono  pieni poteri che gli ha conferito il parlamento»). Mentre Orban da parte sua guarderebbe volentieri oltre, verso i due raggruppamenti dei sovranisti di ultradestra all’Europarlamento, che progettano di fondersi in un blocco identitario

SALVINI E MELONI LO VOGLIONO

Il Fidesz di Orban è corteggiato tanto dai Conservatori europei dei polacchi del Pis e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, quanto dagli ultra-nazionalisti di Identità e democrazia: l’ex Europa delle Nazioni e delle Libertà del Fronte Nazionale di Marine Le Pen e della Lega di Matteo Salvini che dal 2019 ha inglobato anche l’estrema destra xenofoba tedesca di Alternative für Deutschland (AfD), oltre alle estreme destre olandese (Pvv) e austriaca (Fpö).

Meloni e Salvini plaudono alla mossa liberticida di Orban: a loro dire non dissimile dall’azione del premier Conte

Sia Meloni che Salvini plaudono alla mossa liberticida di Orban: a loro dire non dissimile dall’agire del premier italiano Giuseppe Conte per l’emergenza coronavirus. Chiaramente, in Italia il parlamento non ha licenziato alcuna legge che dà pieni poteri a Conte, neanche temporaneamente: il premier ha agito d’urgenza – consultati i governatori delle Regioni per le loro prerogative fissate dalla Costituzione –, come gli è permesso nello stato di emergenza,  con una serie di decreti-legge sulla sicurezza e altri sulle misure economiche, poi approvati dal Parlamento e firmati dal presidente Sergio Mattarella.

Il premier ungherese corteggiato da Matteo Salvini.

DIVIEDO DI TRANSITO AGLI ASILANTI

Il paragone tra Orban e Conte o il presidente francese Emmanuel Macron non regge. E colpisce, a riguardo, la blanda alzata di scudi europea: l’ex premier Matteo Renzi (Pd) chiede a questo punto di «espellere l’Ungheria dall’Ue». Ma nonostante la condanna delle Nazioni Unite, la Commissione europea si riserva di «valutare le leggi sulle misure di emergenza prese dagli Stati membri e il rispetto dei diritti fondamentali». Solo i Socialisti europei (Se) denunciano lo «smantellamento della democrazia in Ungheria, con il paravento del Covid 19». In Ungheria i casi di Covid 19 dichiarati sono meno di 500 e 16 morti, ma le misure prese sono state da subito rigidissime: coprifuoco assoluto, con controlli delle forze speciali della polizia. I pieni poteri a Orban sullo stato di emergenza gli danno anche la facoltà di schierare l’esercito e di mettere in pausa il parlamento. Si colpiscono i giornalisti, con il carcere fino a 5 anni sulle «fake news». Mentre ai richiedenti asilo è vietato di transitare, fin dai primi di marzo, per analoghe e pretestuose ragioni sanitarie.