Salvini ha già perso la sua guerra contro Ue ed euro

Mario Margiocco

Salvini ha già perso la sua guerra contro Ue ed euro

Il vicepremeir continua a sparare quasi ogni giorno contro Bruxelles, ma questa è una battaglia che non farà e non potrà fare mai. Anzi, è ben avviato verso una sonora sconfitta.

07 Luglio 2019 14.00
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Non si può dichiarare sempre guerra e poi farla solo a parole e questa è la nemesi del nostro nume bifronte nazionale del momento, Matteo Salvini, che perde con la mano sinistra ciò che guadagna con la destra.

Ha dichiarato e fatto in patria la battaglia dell’immigrazione (non diamo giudizi in merito) e l’ha elettoralmente vinta, anzi stravinta, con un consenso sul quale i suoi avversari dovrebbero riflettere più di quanto non facciano. Ma continua a dichiarare quasi ogni giorno contro la Ue una guerra che non farà e non potrà fare mai, e qui è ben avviato verso una sonora sconfitta. Anzi, ha già perso.

SALVINI E I SOVRANISTI DIVISI IN UE

In parte la sconfitta c’è, o ci sarà a giorni probabilmente, con la ancora non conclusa tornata di nomine Ue. E soprattutto c’è stata con il voto dell’Europarlamento di maggio, un trionfo per lui in Italia e una delusione, rispetto alle fantasmagoriche promesse, per il sovranismo suo e dei suoi fratelli di fede – ma chacun pour soi come si compete ai veri nazionalisti – in Europa.

Con l’Ue Salvini ha avvelenato i pozzi, ricavandone vantaggi solo sul fronte interno

Il nocciolo è che difficilmente potrà esserci un candidato vero leghista per un posto in qualche modo importante o quasi in Commissione, perché con la Ue Salvini ha avvelenato i pozzi, ricavandone vantaggi solo sul fronte interno, e autoisolandosi in Europa. Inoltre, mentre è ancora aperta nonostante le promesse la partita per un Commissario italiano e per il relativo portafoglio (la Concorrenza o i Francobolli?), il bifronte Salvini si autoflagella rilanciando la candidatura dell’arci-antieuro Alberto Bagnai come ministro per gli Affari europei.

Alberto Bagnai durante il sit in dei senatori della Lega fuori dal Senato, protesta
in segno di solidarietà a Matteo Salvini sulla vicenda Diciotti.

Come dire mandare a rappresentare l’Italia uno che l’euro e la Ue vorrebbe abolirli, in perfetta sintonia con Salvini, e questo dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il pazientissimo ministro dell’Economia Giovanni Tria sono riusciti, evitando la procedura d’infrazione, a limitare notevolmente i danni, contribuendo anche a scongiurare scelte per noi pericolose come il banchiere centrale tedesco Jens Weidmann alla Bce.

A Bruxelles Bagnai non andrebbe da nessuna parte, come a suo tempo il greco Yanis Varoufakis

Bagnai sarebbe come la chiave inglese gettata negli ingranaggi, senza tuttavia mai riuscire a far saltare la macchina, solo a innervosirla. La sua candidatura su cui da tempo Salvini insiste è anch’essa a fini interni, per far vedere che «noi siamo tosti». A Bruxelles Bagnai non andrebbe da nessuna parte, come a suo tempo il greco Yanis Varoufakis. L’altro candidato di cui si parla, il leghista Lorenzo Fontana, non sarebbe cosa molto diversa, riedizione di quei diplomatici dell’Est europeo pre 1989 che all’Onu cercavano di collaborare ma al dunque il Cremlino, per loro, aveva sempre ragione.

PER SALVINI L’UE E L’EURO ERANO GIÀ A FINE CORSA NEL 2014

E allora, perché queste mosse irrazionali mirate a confermare il proprio “celodurismo” e a far vedere al popolo dei credenti che non abbiamo paura di nessuno? La risposta dovrebbe toccare anche qualcosa della psicologia di Matteo Salvini e dei suoi infelici trascorsi da parlamentare europeo, ma stando alle strategie politiche palesi conviene partire da una profonda convinzione che il capo della Lega si è fatto. Riguarda la fine «inevitabile» dell’euro e la crisi irreversibile della Ue, convinzione che trovava nel referendum britannico e nella vittoria della Brexit il 23 giugno 2016 un punto centrale. Ormai è una corsa a uscire, diceva.

Matteo Salvini nel 2014.

Così Salvini salutava il 24 giugno del 2016 i risultati referendari britannici: «Evviva il coraggio dei liberi cittadini. Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. Grazie Uk, ora tocca a noi». Cioè Italexit. E in quei giorni, intervistato in tivù da Bruno Vespa, andava oltre. «Se tanti premono alla porta per uscire, o sono tutti matti, o sono tutti euroscettici, populisti irrazionali, oppure le regole che tengono insieme questa Europa sono sbagliate». E aggiungeva: «Questa Unione è ormai una gabbia di matti». E ancora: «L’euro è un esperimento monetario che sta arrivando alla fine».

La grande avanzata sovranista al voto del maggio scorso in Europa non c’è stata, solo in Italia

Insomma, nel giugno 2016 Salvini offriva una summa del suo pensiero anti Ue. In sintesi: l’Unione è alla fine e l’euro moribondo. C’era stata la forte avanzata sovranista alle Europee del 2014. Per il 2019 era annunciato il colpo di grazia. Solo che la grande avanzata sovranista al voto del maggio scorso non c’è stata, se non in Italia; il sovranismo resta una forza con cui fare i conti ma il suo balzo fu nel 2014 e non quest’anno; e la folla che si accalcava alla porta per uscire forse si accalca, o forse un po’ meno, e forse non è folla.

I SOVRANISTI CHIEDONO ALL’ITALIA DI RISPETTARE LE REGOLE EUROPEE

Immagini e concetti portati avanti nell’ultimo decennio in modo più che insistente dalla stampa britannica, quasi tutti i tabloid più il Daily Telegraph, cioè l’house organ ufficioso del partito conservatore e altri, sono diventati parte integrante del frasario salviniano. Il leader leghista commentava il 3 luglio scorso le prime nomine Ue dichiarando con tono e gesti tra la noia e il disgusto che «qui continuano a spartirsi le poltrone» dimenticando che alla precedente tornata del 2014 anche l’Italia “spartiva” aggiungendo alla presidenza Bce, già andata nel 2011 a Mario Draghi, l’Alto Commissariato per gli Affari esteri e la sicurezza, carica altisonante ma assai vuota, comunque alta nel protocollo brusellese. Oggi avremo assai meno, e aspettiamo di vedere se la promessa di un Commissario economico importante verrà mantenuta.

Matteo Salvini e Viktor Orban.

Salvini non invoglia certo i partner a farlo, perché sempre in questi giorni ha dichiarato a proposito di tagli fiscali e altre misure economiche che gli stanno a cuore che «se la Ue sarà contenta noi saremo contenti, se non sarà contenta lo faremo lo stesso perché lo stipendio ce lo pagano gli italiani, non i burocrati della Commissione europea». Fiere parole, ma piuttosto vuote di vero significato. I burocrati si muovono sulla base dei Trattati, delle regole di Maastricht e successivi impegni, interpretati a volte in modo poco lungimirante, ma sono regole scritte e liberamente sottoscritte, e le regole, come hanno ricordato a Salvini nell’autunno scorso i suoi alleati sovranisti di Austria e di Ungheria, proprio il grande amico Viktor Orban, «quando ci sono vanno rispettate».

LA LINEA ANTI-UE COMPLICA LA CORSA VERSO PALAZZO CHIGI

La linea dura, attaccare Bruxelles quasi ogni giorno, rischia persino di rendere difficile per Salvini, nonostante i voti, uno sbarco in pompa magna a Palazzo Chigi, perché o prima fa la vera guerra e l’Italia come minimo esce dall’euro (ma Salvini non ha certo il coraggio, nonostante anni di propaganda antieuro, di affrontarne tutte le conseguenze né può essere così sciocco da affidarsi alla bussola Claudio Borghi), o sarebbe impresentabile in Europa come sommo rappresentante degli italiani. E chi andrebbe a rappresentarci nella sede internazionale per noi più importante, uno che vuole sfasciare l’Unione ma non ha la forza di farlo?

Persino il “saggio” Giancarlo Giorgetti vede una nostra convenienza a stare con Putin e Trump

La democrazia ci consente di scegliere chi vogliamo. Ma non di ignorarne le conseguenze. Per questo la Brexit, una Brexit “giocata e non parlata”, resta importante per Salvini. Di fronte a uno spettacolo di Londra che molla gli ormeggi chissà che gli italiani non possano riflettere, se sul Tamigi tutto fosse facile fruttuoso e semplice, cosa che finora non è stata. Intanto persino il “saggio” Giancarlo Giorgetti deplora, con il modesto libro su Donald Trump di Germano Dottori come bussola, l’asse franco-tedesco che «ci taglia fuori dall’Europa», e quindi vede una nostra convenienza a stare con Vladimir Putin e soprattutto con Trump.

SENZA LA RIVOLUZIONE PROMESSA IL CAPITANO RISCHIA DI PERDERE CONSENSO

Il fatto è che ci stiamo tagliando fuori da soli. Vedremo a ottobre se gli inglesi, probabilmente sotto la guida di Boris Johnson – il che sembra a molti una garanzia ma in realtà non lo è affatto – concluderanno la Brexit. Forse sì, e forse no. Matteo Salvini intanto in Ue continua a dichiarare guerre che non farà mai. Servono sul fronte interno. Ma poiché non sembra vicina un’uscita dell’Italia almeno dalla moneta unica, e poiché né l’euro né la Ue sembrano destinati a crollare fin dove può spingersi lo sguardo, diciamo, nei prossimi 10 anni, c’è da chiedersi perché il capo della Lega sia sempre sul piede di guerra. Forse è la sua natura. Ma le truppe senza pugna si stancano. La mobilitazione generale, come la rivoluzione, hanno tempi tecnici limitati. Poi, o si fa la guerra o la rivoluzione, o tutti a casa.

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