Eleonora Lorusso

Lo strano caso di Sophia, prorogata dall'Onu e abbandonata dall'Ue

Lo strano caso di Sophia, prorogata dall’Onu e abbandonata dall’Ue

L’operazione ha visto ampliati i propri scopi dal Palazzo di Vetro. Mentre i Paesi Ue l’hanno lasciata senza navi. E la Germania sta anche ritirando il personale.

15 Giugno 2019 20.03

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Avanti, ancora per un anno. La missione Sophia non lascia, anzi raddoppia, almeno nelle intenzioni delle Nazioni Unite che hanno deciso di proseguire con Eunavfor Med, la prima operazione militare di sicurezza marittima europea, attiva nel Mediterraneo centrale. Il Consiglio di Sicurezza riunitosi a New York ha dato il via libera alla prosecuzione della missione, ampliandone gli scopi: al contrasto al traffico illecito di esseri umani si è unita anche la possibilità di controllare i mercantili che potrebbero rifornire di armi i miliziani dello Stato Islamico (o i combattenti in Libia). Ma la novità, a lungo invocata dagli addetti ai lavori, arriva nel momento di massima crisi per l’operazione stessa, alle prese con defezioni come quella della Germania, che ha già ritirato le navi e sta richiamando anche il personale di terra che si trova nel quartier generale di Roma.

SOPHIA PROSEGUE, MA CON CHI?

La missione Sophia, dal nome di una bambina eritrea nata a bordo di una fregata tedesca, è attiva dal 22 giugno 2015. A chiedere di estendere di un anno le operazioni è stato – ironia della sorte – il Regno Unito, alle prese con la Brexit e dunque l’uscita da quella stessa Unione europea che è maggiormente interessata dalle attività di pattugliamento del Mediterraneo. La sede, invece, è a Roma e il comando è affidato all’Ammiraglio di Divisione Enrico Credendino. L’Italia partecipa con 470 militari, coordinando le azioni di sicurezza marittima e di contrasto al traffico di esseri umani. Tra le altre attività anche l’addestramento e monitoraggio della Guardia Costiera e della Marina libica e la raccolta di informazioni sul contrabbando di petrolio. Ora si è aggiunta la possibilità di ispezionare imbarcazioni sospettate di trasportare armi. A caldeggiare l’estensione dei compiti è stato anche l’ambasciatore tedesco all’Onu Juergen Schulz, secondo cui il compito rende possibile il rispetto dell’embargo, posto dalle stesse Nazioni Unite, alla Libia di fronte all’escalation di scontri a Tripoli. Ma proprio la Germania è stata tra i primi Paesi a ritirare le navi la scorsa primavera.

IL RITIRO DEL PERSONALE TEDESCO

Lo scorso marzo il governo di Roma ha chiesto ai partner della missione di accettare lo sbarco dei migranti anche nei propri territori, mettendo un atto una redistribuzione reale delle persone soccorse in mare. Dal 2015, data di inizio di Eunavfor Med sono stati intercettanti circa 50 mila migranti, tutti fatti giungere sulle coste italiane. L’esecutivo Conte, e in particolare il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha invece minacciato di sospendere la partecipazione a Sophia in caso non si fossero aperti i porti (o aeroporti) di altri Stati comunitari. Minaccia messa in atto ancor prima dalla Germania. Oltre ad aver fermato le proprie navi, infatti, Berlino ha iniziato il richiamo del proprio personale a terra, in servizio al quartier generale di Sophia a Roma Centocelle, che secondo AnalisiDifesa sarà ultimato il 30 giugno. La decisione è stata ufficializzata al Bundestag dal ministero della Difesa tedesco e non sarà revocata a meno di una «piena realizzazione del compito della missione». Solo allora «il governo tedesco prenderà in considerazione una nuova partecipazione alla missione».

IL CONTRABBANDO DI ARMI VERSO LA LIBIA

Il segnale giunto dal Palazzo di Vetro di New York, dunque, va in controtendenza rispetto al disimpegno europeo dalla missione. L’obiettivo di contrastare il contrabbando di armi verso la Libia, del resto, si è reso inevitabile di fronte al protrarsi degli scontri. Lungi dal raggiungere una tregua o un accordo tra i due principali attori (Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar), nel Paese nordafricano il conflitto prosegue, anche grazie alle forniture di materiale bellico in arrivo da Stati alleati, soprattutto a Est. L’Egitto non ha mai fatto mistero di appoggiare il generale ribelle, l’Arabia Saudita lo sostiene anche grazie a diversi clan nella regione di Tripoli, ma un peso importante hanno anche gli Emirati Arabi Uniti che finanziano Haftar. C’è poi la Francia, da sempre più vicina al signore della Cirenaica che non al capo del governo internazionalmente riconosciuto, al-Sarraj, sia a livello diplomatico che sul campo (con propri militari addestratori, intelligence e armi). Si aggiungono poi la Russia, che avrebbe inviato uomini e mezzi, e gli Stati Uniti che secondo un’inchiesta della Cnn di inizio anno avrebbe trasferito in Libia alcune milizie prima di stanza in Arabia ed Emirati.

UNA MISSIONE SENZA NAVI EUROPEE

Nonostante la richiesta del Regno Unito di estendere la missione, non mancano ombre su Eunavfor Med, allungate dalla stessa Londra un paio di anni fa. Nel 2017, infatti, era stata la Camera dei Lord inglese, come riportato dal Daily Mail, a definire la missione «una calamita per i migranti», sostenendo che invece che fungere da deterrente, li potesse illudere di raggiungere più facilmente (e in sicurezza) le coste europee. Accuse giunte nonostante l’obiettivo principale non sia mai stato il salvataggio di vite umane, bensì la lotta ai trafficanti umani. Dal primo aprile scorso, comunque, gli ambasciatori dei 28 Paesi del Comitato politico e di sicurezza Ue hanno deciso di prorogare la missione, ma ritirando le navi e lasciando in mare solo quelle libiche. Basteranno a controllare il contrabbando di armi verso il loro stesso Paese?

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