Ue-Usa, sui dazi di Trump si spacca il fronte dei lavoratori

Giovanna Faggionato
16/03/2018

Il più grande sindacato americano dell'acciaio plaude Donald. Quello europeo reagisce preoccupato. Così il protezionismo divide anche le associazioni di categoria. Che, dopo la politica, cedono a sirene nazionaliste.

Ue-Usa, sui dazi di Trump si spacca il fronte dei lavoratori

Hanno bisogno di dialogare, di discutere anche, ma dopo quelle parole, dopo quella dichiarazione, un confronto è necessario. «Stiamo provando a fissare un incontro, ci siamo visti da poco e i nostri rapporti sono solitamente buoni», spiega un indaffarato Luis Codalunga dagli uffici della Industrial All European Trade Union, il sindacato europeo del settore metallurgico e chimico, minerario e dell'energia, del tessile e del calzaturiero; l'associazione che rappresenta 7 milioni di lavoratori della grande industria e della grande manifattura del continente.

L'ACCUSA DEI SINDACATI USA. Colunga, spagnolo delle Asturie, un lavoro agli impianti locali dell'ArcelorMittal dalla fine degli Anni 70 prima del salto in politica coi socialisti e della carriera nell'organizzazione per i lavoratori, è il numero due del sindacato, il coordinatore del settore siderurgico ed è, soprattutto, un uomo «preoccupato». L'inquietudine è cominciata con i dazi annunciati da Donald Trump, ma è aumentata con le reazioni dei sindacati americani. Plausi, celebrazioni e il presidente della potente United Steel Workers of America, Leo W. Gerard, che afferma: «Il settore dell'alluminio e dell'acciaio sono state sotto attacco di pratiche commerciali predatorie».

LA SOLA ECCEZIONE? IL CANADA. «Hanno definito l'import da altri Paesi una pratica predatoria», sottolinea con enfasi, «ma guardate ai nostri sindacati, alle condizioni di lavoro nelle aziende, ai diritti sociali, non c'è niente di predatorio nella nostra attività». E aggiunge: «Anche negli Usa e in Canada i lavoratori della siderurgia hanno un buon livello di diritti, condividiamo quelli e anche gli stessi problemi». Eppure il comunicato made in Usa non fa alcun accenno all'Unione europea, spiega solo che «il problema non è il Canada» e con il Canada «bisogna cooperare».

C'è un 'America che scommette sui dazi di Trump: quella delle fabbriche ristrutturate, rimpicciolite, svuotate, delle cittadine operaie, fondate su una catena di montaggio, ma anche quella dei nuovi leader della sinistra dem, dei più socialisti e più europei dei dem come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren pronti ad abbracciare la guerra commerciale del loro odiato presidente. In Pennsylvania ci sono aziende che hanno persino annunciato la riapertura di impianti. Vaglielo a spiegare che su questa sponda dell'Atlantico Pittsburgh si chiama Taranto, Florange, Sagunto.

IN 10 ANNI PERSO UN POSTO SU CINQUE. La siderurgia americana e quella europea hanno vissuto le stesse crisi, si sono leccate le stesse ferite. S'è cominciato con la globalizzazione, con l'ingresso della Cina nel Wto, poi la crisi finanziaria e in Europa anche la crisi del debito. «Ora mancava la crisi commerciale», ha esordito con la faccia del reduce Geert Van Poelvoorde, presidente di Eurofer, l'associazione delle aziende siderurgiche europee alla conferenza stampa tenuta il 14 marzo a Bruxelles. E i numeri che ha snocciolato fanno impressione. Dal 2007 al 2014 la domanda interna europea è crollata del 28%, l'occupazione è caduta del 20%: è stato perso un posto su cinque. Ma restano 500 impianti produttivi, in 21 Stati europei, 320 mila posti di lavoro diretti, 677 mila nell'indotto e 1,47 milioni legati indirettamente. Le misure annunciate dall'amministrazione Usa secondo Eurofer possono interessare più della metà dll'export Ue verso gli States (circa 2,5 milioni di tonnellate), ma soprattutto possono dirottare in Europa buona parte della produzione globale. Le imprese stimano una possibile perdita di 20 mila posti di lavoro e considerando quelli legati al settore di 140 mila occupati.

«NON SIAMO LA TAILANDIA, SIAMO PIU AVANTI DEGLI USA». «Ci sono i laminati, gli impieghi per il settore dell'auto, l'acciaio che passa dai porti, l'alluminio utilizzato nelle produzioni ad alta tecnologia. Ve la imamginate l'Europa senza le sue fabbriche di acciaio e di alluminio?», dice al telefono Colunga. Il sindacalista continua a battere sullo stesso punto, quasi indignato. «Non siamo un Paese asiatico, non siamo la Tailandia dove l'affiliazione al sindacato praticamente non esiste. Abbiamo norme ambientali più rigide degli Stati Uniti che nei prossimi anni costringeranno il settore già in difficoltà a riconversioni e nuovi investimenti».

Il tempo per fissare un incontro è limitato. Se nulla cambia, i dazi entreranno in vigore il 23 marzo. A Bruxelles, secondo quanto risulta a Lettera43.it, mercoledí 14 marzo è iniziata la procedura formale per reagire, gli ambasciatori sono stati messi al corrente nel dettaglio di tutte le opzioni sul tavolo. Due giorni prima il ministro dell'Economia transalpino Bruno Le Maire, pur non essendo la Francia tra i Paesi più colpiti, era stato netto: «Il rischio più grande per l'Europa è non dare una risposta all'amministrazione Trump. Questo farebbe credere agli europei che non abbiamo difese, che siamo deboli, per questo chiedo che l'Europa dia una risposta forte; chiara, univoca». Per i sindacati è una posizione comprensibile, ma foriera di complicazioni. «I sindacati dell'auto, al contrario de settore siderurgico, si oppongono alle contromisure perchè hanno paura delle ritorsioni sull'automotive. Ma siamo una grande organizzazione, con più di 170 membri, di nazionalità, posizioni politiche e anche religioni diverse, cercare di comporre le differenze è il nostro lavoro», dice Colunga con ottimismo.

I VERI NEMICI? CINA, RUSSIA ED EX URSS. Più difficile ora sembra colmare la distanza con l'altra sponda dell'Atlantico, con quel mondo che sembrava stare dalla stessa parte. I nemici dei lavoratori americani e di quelli europei, argomenta, sono la «sovraproduzione e le economie non realmente di mercato, che possono contare su sussidi o prezzi bassi dell'energia o intervento statale ed è quello di cui discutiamo sempre come sindacato con le istituzioni europee». Insomma, si tratta delle politiche cinesi; di quelle della Russia e di alcune repubbliche ex sovietiche, «quelle contro cui ci battiamo e dobbiamo continuare a batterci in tutte le sedi internazionali, dal Wto, al G20, all'Ocse, in nome di un commercio giusto, questo è quello che dobbiamo dire, noi con gli americani».

ANCHE IL SINDACATO VERSO IL RIPIEGAMENTO? Ma qui, ammette anche il sindacalista, non siamo più sul piano del ragionamento industriale, siamo all'interno di una «politica ideologica». Dopo aver visto il nazionalismo diventare una bandiera sovranazionale di successo, il Front National inneggiare alla difesa del settore auto francese alleandosi con la Lega di Salvini, la destra italiana celebrare Erdogan che fa politiche contro il nostro Paese, senza che nessuno sia penalizzato dall'enorme contraddizione, ci sarebbe poco di che stupirsi a vedere il sindacato ripiegarsi sulle stesse strade: un'internazionale nazionalista dei lavoratori.

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