Ultimo tango a New York

Redazione
20/12/2010

di Valentina Mazzarelli «A mettere insieme qualche film e chiamarla retrospettiva sono capaci tutti», «una serie infinita di capolavori», «incomprensibile...

di Valentina Mazzarelli

«A mettere insieme qualche film e chiamarla retrospettiva sono capaci tutti», «una serie infinita di capolavori», «incomprensibile e noiosa», «conoscevo qualcosa, ma vederli tutti insieme è un’esperienza unica». Una girandola di commenti rimbalza tra le sale del Museum of Modern Art (MoMa) di New York: pensieri e opinioni che si rincorrono sulla retrospettiva dedicata a Bernardo Bertolucci, visitabile fino al 12 gennaio.
Lui, il maestro del cinema italiano, l’ispirazione di giganti internazionali come Steven Spielberg, Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, ha commentato così l’iniziativa: «Non guardo i miei film. Penso sia più salutare e sicuro mantenere un po’ di distanza. Ho paura di essere deluso», ha detto da Manhattan, poco prima della proiezione de Il conformista, la pellicola del 1970 che ha aperto la retrospettiva organizzata in collaborazione con Cinecittà Luce. Fino al 10 gennaio, inoltre, all’Art Directors Club, sarà possibile visitare anche la mostra fotografica Bertolucci Images: realizzata da Solares Fondazione delle Arti, grazie al supporto di Eni:oltre 140 immagini di scena dei film diretti dal regista tra il 1962 e il 2003, fino al 12 gennaio.

Da Accattone a Ultimo tango a Parigi

La tranquilla pacatezza è quella che spesso accompagna il genio. La stessa che nel 1996 gli fece rispondere con una citazione di Henry James a chi gli chiedeva se i suoi film fossero una proiezione di se stesso: «Lavoriamo nel buio, facciamo quello che possiamo, diamo quello che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione, e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte».
UN LUNGOMETRAGGIO SENZA FINE. Una follia iniziata quasi 50 anni fa, come assistente di Pier Paolo Pasolini ad Accattone, del 1961, proseguita con La commare secca, il suo primo lavoro, nel 1962, ed esplosa nel corso degli anni, tanti anni. Ultimo tango a Parigi, Novecento, L’ultimo imperatore, La tragedia di un uomo ridicolo, tanto per citarne alcuni, sono pagine di storia del cinema. Una storia che sarà ripercorsa, una proiezione al giorno, una pagina per volta, durante la retrospettiva al MoMa. «I film sono vicini ai sogni e tutti le mie opere sono in qualche modo connesse come se fossero capitoli di un unico lungometraggio senza fine», ha dichiarato Bertolucci parlando di una carriera lunga, fortunata, provocatoria.
FILM POLITICI E MONUMENTALI Qualcuno una volta ha detto che le retrospettive sono l’occasione per recuperare l’agiografia di un artista, per mitizzare il suo lavoro, per fissarlo in una cornice immobile. Ma nel caso di Bertolucci, 69 anni, è difficile creare questa sorta di statica venerazione. Lo ha fatto notare qualche giorno fa anche il New York Times: la sua opera ha attraversato vari decenni, ha toccato tematiche politiche (perfette per il pubblico a cui erano rivolte, negli anni Sessanta e Settanta), poi è passato a film più intimi, introspettivi, quindi ha cambiato ancora rotta, passando alle pellicole monumentali, epiche, degli anni Ottanta e Novanta. Immergersi nella sua arte significa provare a capire che il cinema non è solo adorazione o condanna, non è solo mettere un’etichetta a un film o a un autore, incasellare un film in compartimenti familiari e convenienti.

La via del petrolio: l’unico documentario

Con questa retrospettiva si può provare a farsi un’idea propria, a uscire dagli schemi, a viaggiare nel tempo, attraverso atmosfere, contenuti, esperienze, immagini e messaggi differenti. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Oltre ai grandi classici, il pubblico americano potrà vedere La via del petrolio, il primo e unico documentario del regista, realizzato da un Bertolucci poco più che ventenne tra il 1965 e il 1966 e trasmesso in televisione nel 1967, un affresco filmico che racconta il viaggio del petrolio dall’estrazione in Iran, al trasporto in nave attraverso il canale di Suez e il Mediterraneo fino al passaggio nell’oleodotto che da Genova arriva fino alla raffineria di Ingolstadt, in Baviera.
IO E TE DI AMMANITI. Al MoMa ci si ferma per Prima della rivoluzione, per La strategia del ragno, per La luna, Agonia e The Dreamers, ma lui, il regista, l’uomo, guarda avanti ed è già un passo oltre, ennesima dimostrazione che una fotografia statica del suo lavoro è impossibile, almeno per ora. A New York, Bertolucci ha parlato della sua ultima idea, che gira attorno a Io e te, l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti: «Mi ha affascinato molto e ridato una gran voglia di riprendere al più presto il lavoro. Mi piace molto il tema affrontato da questo giovane e forte autore. Un racconto intessuto di sogni e realtà e che rappresenta la crescita e l’ingresso nella maturità», ha detto. E proprio così, tra sogni e realtà, ci si ritrova al MoMa. Guardando un film. Aspettando il prossimo passo.