Guido Mariani

Dieci cose da sapere su Il Nome della Rosa di Umberto Eco

Dieci cose da sapere su Il Nome della Rosa di Umberto Eco

04 Marzo 2019 19.00
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Uscito per l'editore Bompiani nel 1980 Il Nome della Rosa di Umberto Eco è uno dei libri più amati della letteratura italiana della seconda metà del ventesimo secolo. Si stima (ma i dati non sono concordi) che abbia venduto in Italia circa sei milioni di copie. È stato tradotto e distribuito in 35 Paesi, vendendo a livello internazionale circa 25 milioni di copie. Un grande volano per il successo internazionale del libro fu il film del 1986 di Jean Jacques Annaud con Sean Connery, Christian Slater e F. Murray Abraham una pellicola che curiosamente fu un flop negli Stati Uniti dove fu anche bocciata dalla stampa, ma un enorme successo di critica e di pubblico in Europa. La serie prodotta da Rai Fiction darà anche una nuova vita alle pagine intramontabili di Eco, scomparso nel 2016. Ecco dieci curiosità che forse ancora non sapere e da conoscere sul libro. Senza spoiler per chi ancora non conosce la vicenda a Burgos.

1. I DUBBI DI ECO SULLA PUBBLICAZIONE CON BOMPIANI

La storia l'ha raccontata Vittorio Di Giuro, direttore editoriale della Bompiani, uno dei primi fortunati lettori del libro. Eco era al suo debutto al romanzo, i suoi saggi uscivano per Bompiani e temeva che pubblicare un romanzo per la stessa casa editrice avrebbe potuto dare una cattiva immagine all'editore e al libro. Avrebbe potuto dare l'idea di un favore di un editore a un progetto velleitario di una sua firma celebre. Intanto altri editori si erano fatti avanti. Di Giuro lesse il libro e ne fu stregato. Altro che concessione a un autore, il romanzo era destinato a un grande successo. Il direttore editoriale decise di stampare una prima edizione di 30 mila copie. Eco riteneva il numero esagerato. Pensava a una tiratura di mille copie in una collana raffinata. Si arrivò a stamparne 80mila. Ma era solo l’inizio.

2. LA VERSIONE ANNI '70 COL BENEDETTINO CHE LEGGE "IL MANIFESTO"

Eco iniziò a lavorare al libro nel 1978, il suo spunto originario era quello di un romanzo ambientato proprio in un decennio tumultuoso come gli Anni '70 in Italia. Ha raccontato lo scrittore in un’intervista del 2006 a Repubblica: «All'inizio l'idea era di scrivere una specie di giallo. In seguito mi sono accorto che i miei romanzi non sono mai cominciati da un progetto, ma da un'immagine. E l'immagine che mi appariva era il ricordo di me stesso nell'Abbazia di Santa Scolastica, davanti a un leggio enorme che leggevo gli Acta Sanctorum e mi divertivo come un pazzo. Da qui l'idea di immaginare un benedettino in un monastero che mentre legge la collezione rilegata del Manifesto muore fulminato».

3. NEGLI STESSI ANNI IL SUCCESSO DEL MONACO DI CHIUSANO

La passione di Eco per il Medioevo lo portò ad ambientare il libro nel XIV secolo, ma il momento era particolarmente propizio per questo scenario. Proprio quando lo scrittore alessandrino stava iniziando a scrivere, il romanzo L'ordalia di Alighiero Chiusano pubblicato da Rusconi nel 1979 riscuoteva successo di critica e di pubblico. Esistono alcuni parallelismi tra i due libri: entrambi sono ambientati nel Medioevo, entrambi hanno come protagonisti un monaco anziano e saggio e un suo aiutante giovane narratore della vicenda. Sempre alla fine degli Anni '70 nacque la fortunata serie di romanzi dello scrittore inglese Ellis Peters, ambientata nel Medioevo e dedicata alle avventure di un monaco detective: Fratello Cadfael. Forse un'altra ispirazione per la figura di Guglielmo da Baskerville.

4. IL PRIMO TITOLO ERA "L'ABBAZIA DEL DELITTO"

L'abbazia del delitto fu il primo titolo scelto da Eco. Poi pensò a un titolo incentrato sul nome di uno dei protagonisti Adso da Melk infine arrivò Il Nome della Rosa titolo tanto filosofico quanto poetico. È una citazione, modificata, dal De contemptu mundi di Bernardo Cluniacense monaco benedettino del XII secolo: "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ("La rosa primigenia esiste in quanto nome: noi possediamo nudi nomi"). È l'idea, spiegherà lo stesso Eco, che di tutte queste cose scomparse ci rimangono puri nomi.

5. GLI OMAGGI NEI NOMI: DA CONAN DOYLE A BORGES

Il nome del protagonista, il dotto francescano Guglielmo da Baskerville, saggio e maestro del metodo deduttivo, è ovviamente un tributo a Arthur Conan Doyle e al suo Sherlock Holmes la cui avventura più popolare è proprio Il mastino dei Baskerville. Adso, come lo stesso libro rivela, porta il nome dell'abate e teologo del X secolo Adso de Montier-en-Der autore del libello La nascita e il tempo dell'Anticristo, opera di grande popolarità nel Medioevo. L'abate bibliotecario cieco si chiama Jorge da Burgos con chiaro riferimento a Jorge Luis Borgés, autore amato da Eco che spiegò: «Tutti mi chiedono perché il mio Jorge evochi, nel nome, Borgés, e perché Borgés sia così malvagio. Ma io non lo so. Volevo un cieco a guardia di una biblioteca (il che mi sembrava una buona idea narrativa) e biblioteca più cieco non può che dare Borgés, anche perché i debiti si pagano».

6. IL VIOLINO, IL TEMPO IN SECONDI E I PEPERONI: GLI ERRORI STORICI

Per un'opera così complessa anche uno scrittore preparato e attento come Eco non poteva non cadere in qualche errore storico. Per quanto insignificante. Fu lo stesso autore a segnalarli e rimuoverli in un'edizione riveduta e corretta del romanzo uscita trent'anni dopo la prima edizione. In un punto del romanzo si cita un piatto cucinato con i peperoni e in un altro passaggio si parla della zucca. Arrivarono in Europa solo dopo la scoperta dell'America. Jorge da Burgos racconta a Guglielmo che Francesco d'Assisi «imitava con un pezzo di legno i movimenti di chi suona il violino», ma il violino nacque tre secoli dopo. «In un punto Adso», rivelò Eco, «parla di secondi ma è un errore: nel Medioevo quella misura non c’era».

7. DA SAN MICHELE IN VAL DI SUSA A CASTEL DEL MONTE: I LUOGHI DEL ROMANZO

Nelle pagine del libro si parla di un'abbazia del Nord Italia. Eco fu ispirato da diversi luoghi. Innanzitutto dal santuario della Sacra di San Michele in Val di Susa a 40 chilometri da Torino. Poi il Santuario del XVI secolo della Madonna della Guardia in Liguria, sulla vetta del monte Figogna. La pianta di Castel del Monte in Puglia rivive nella forma della biblioteca ottagonale e del suo labirinto. Il regista Jean-Jacques Annaud girò il film in due diverse località: una collina nei pressi di Roma e il monastero di Kloster Eberbach vicino a Francoforte, in Germania. La fiction Rai ha come set diversi luoghi in Lazio e in Abruzzo dove l’abbazia è stata ricreata presso il castello di Roccascalegna e l'eremo di Santo Spirito a Roccamorice.

8. LA "CONDANNA" DI ECO: NON PARLATEMI DE 'IL NOME DELLA ROSA'

Al Salone del Libro di Torino del 2011 Umberto Eco disse «Spero che non mi chiederete de Il Nome della Rosa. Perché io odio questo libro, lo odio moltissimo. Ho scritto sei romanzi, i successivi cinque mi sono venuti molto meglio». Era una battuta, ma il successo internazionale del libro fu anche, per lo scrittore, una "condanna" sul resto della sua carriera da romanziere. «Ci sono autori fortunati che toccano il picco delle vendite alla fine della loro vita», spiegò Eco, «e autori disgraziati che lo toccano all'inizio. Quando al tuo esordio vendi tantissimo, dopo puoi anche scrivere La Divina Commedia ma non raggiungerai mai più quelle cifre».

9. IL LITIGIO CON KEN FOLLETT

Tanti gli ammiratori del romanziere Umberto Eco. Ma tra loro non c'è Ken Follett. Follett, anch'egli frequentatore letterario dell'Evo Medio disse che preferiva Dan Brown allo scrittore italiano. «Vorrei non essere così noioso», rispose a chi proponeva un paragone tra i suoi romanzi e quelli dell'autore italiano. Eco rispose piccato accusando Follett di «sciatterie nanesche».

10. IL CONFLITTO TRA RAGIONE E OSCURANTISMO

In un romanzo così ricco e complesso con tanti livelli di lettura non poteva mancare un’interpretazione e una polemica politica. Il Nome della Rosa è un'apologia della ragione, ma per alcuni addirittura un grande manifesto anticlericale. Guglielmo da Baskerville infatti, secondo una lettura a volte usata strumentalmente, incarna la ragione illuministica che sfida l'oscurantismo ma c'è chi vi ha visto una battaglia contro la morale cattolica. Guglielmo è un francescano sui generis razionalista (come Sherlock Holmes) e distaccato dalla Chiesa. Sfida le tradizioni. Le altre figure religiose sono fanatiche e oscurantiste, dal francescano Ubertino da Casale che condanna i libri e la loro cultura a Bernardo Gui, il terribile inquisitore. I Benedettini non sono i custodi della cultura, bensì i censori e gli oscurantisti. Ciechi come il loro bibliotecario Jorge de Burgos.

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