Un appello all’Europa

Delia Cosereanu
08/10/2010

L’Ungheria si rivolge alla protezione civile internazionale

Un appello all’Europa

L’Ungheria chiede aiuto alla protezione civile dell’Unione Europea (Ue) per salvare il Danubio. Il governo di Budapest ha dichiarato lo stato di emergenza in tre contee nell’ovest e spera in un sostegno tecnico per arginare la contaminazione del fiume dopo la perdita, lo scorso 4 ottobre, di circa un milione metri cubi di fango rosso corrosivo da una fabbrica di alluminio presso Ajkai.
Budapest ha chiesto a Bruxelles «assistenza internazionale urgente», in termini pratici un team di esperti capaci di gestire le fuoriuscite di prodotti tossici e la riduzione dell’impatto ambientale. Il Centro di controllo e informazione si è rivolto ai 31 paesi europei che fanno parte della rete di protezione (i 27 più Croazia, Islanda, Liechtenstein e Norvegia) che ha come obiettivo quello di facilitare la cooperazione in materia di reazione alle catastrofi con la messa in comune di risorse e aiuti con il coordinamento della Commissione Ue.
«L’Ungheria è stata colpita da una catastrofe ecologica», ha dichiarato Kristalina Gheorghieva, commissario per la Cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi. «Disastri come questi non si fermano ai confini di un Paese, per questo un aiuto coordinato a livello europeo è la risposta più giusta ed efficiente possibile. Chiedo a tutti gli Stati membri dell’Ue di rispondere con generosità alla richiesta dell’Ungheria».
Un appello più che giustificato dalla geografia europea: i fanghi tossici hanno già raggiunto le acque del Danubio, il secondo corso d’acqua più lungo del continente (dopo il Volga). Con i suoi 2.902 km, attraversa dieci paesi. Un intero ecosistema è a rischio. L’inquinamento marcia veloce sulle acque del Danubio e coinvolge i territori di altre quattro nazioni europee, oltre all’Ungheria: Croazia, Serbia (il fiume attraversa la capitale Belgrado), Bulgaria e Romania (confine naturale per 1.075 km), per poi raggiungere il Mar Nero dopo un viaggio di oltre 2.850 km.

La protezione civile ungherese minimizza sui danni ambientali

L’allarme inquinamento è molto alto, anche se il portavoce della protezione civile ungherese ha cercato di minimizzare. Mentre sono stati trovati i primi pesci morti nelle acque degli affluenti del Danubio invasi dal fango rosso, il portavoce della protezione civile regionale Tibor Dobson ha dichiarato che il fiume non ha subìto danni, aggiungendo che gli ultimi dati mostrano un livello di acidità nelle acque di 8-8,2, che si può considerare «nella norma», rispetto al livello 9 del 7 ottobre, quando il fango aveva raggiunto il fiume. «Questi dati ci fanno sperare: non abbiamo registrato danni nel ramo principale del Danubio finora», ha spiegato Dobson.
Anche Emil Janak, direttore capo dell’autorità ungherese dell’acqua, ha dichiarato che l’impatto sul Danubio del fango fuoriuscito dalla fabbrica di Ajkai sarà limitato. «I livelli alcalini» ha detto, «mostrano che l’inquinamento non avrà effetti sull’ecosistema dopo la città di Komarom» che si trova a 20 chilometri dal punto in cui le acque inquinate si sono riversate nel fiume. «Il ph del fiume in questa città è già sceso da 9 a 8,4, mentre in condizioni normali è 8, su una scala che arriva a 16».

I Paesi a rischio controllano la qualità dell’acqua ogni tre ore

Intanto in Serbia, Croazia e Romania sono state create cellule di crisi e viene monitorizzato di continuo il livello di tossicità delle acque del fiume. Il ministro dell’Ambiente di Bucarest ha ribadito che «l’Amministrazione nazionale delle acque romene sta effettuando un monitoraggio continuo, ogni tre ore, della qualità dell’acqua del Danubio. Il livello di ph è arrivato a 8,5, indicatore che rientra ancora nei parametri della “normalità”» .